Siamo tutti un po’ rotti: l’arte giapponese del Kintsugi applicata all’anima

C’è un rumore che conosciamo tutti fin troppo bene, anche se cerchiamo di non sentirlo mai. È il rumore sordo, improvviso, di qualcosa di prezioso che cade e va in mille pezzi. Può essere la tazza di porcellana della nonna che ti scivola di mano mentre la asciughi. CRAC. Ma può essere anche qualcosa di invisibile. Il rumore di una fiducia tradita. CRAC. Il rumore di un “non ti amo più” detto in una cucina silenziosa. CRAC. Il rumore di un sogno professionale su cui avevi investito tutto, che si infrange contro il muro della realtà. CRAC.

Viviamo in una cultura, quella occidentale e “immediata”, che ha il terrore della rottura. Quando qualcosa si rompe, il nostro primo istinto è: nascondere. Se è un oggetto, lo buttiamo via velocemente (la cultura dell’usa-e-getta) o, se proprio dobbiamo tenerlo, lo incolliamo alla bell’e meglio con una colla trasparente, cercando di rendere la crepa invisibile. “Tornerà come nuovo”, ci diciamo. Che è una bugia. Se è la nostra anima a rompersi, facciamo lo stesso. Nascondiamo le crepe sotto strati di sorrisi finti, di “sto bene”, di filtri social. Ci vergogniamo di essere rotti. Ci sentiamo difettosi. Pensiamo che, se qualcuno vedesse i nostri pezzi incollati male, non ci vorrebbe più.

Oggi, io, Giorgio Cardellino, voglio portarvi lontano da questa mentalità usa-e-getta. Voglio portarvi in Giappone, per parlarvi di un’arte antica che ha cambiato il mio modo di vedere le mie stesse ferite e che, spero, cambierà il modo in cui vedete le vostre. Si chiama Kintsugi (金継ぎ), che letteralmente significa “riparare con l’oro”. E credo sia la metafora più potente che esista per spiegare cosa significa essere umani, cadere, e rialzarsi più belli di prima.

L’incidente dello Shogun e la nascita di una filosofia

La leggenda narra che nel XV secolo lo shogun Ashikaga Yoshimasa ruppe la sua tazza da tè preferita. Disperato, la mandò in Cina per farla riparare. La tazza tornò indietro tenuta insieme da brutte graffette metalliche, che ne rovinavano l’estetica e la rendevano inutilizzabile. Lo shogun, insoddisfatto, chiese ai suoi artigiani giapponesi di trovare una soluzione migliore. Loro ci pensarono su. Non cercarono di nascondere il danno. Fecero l’opposto. Presero i cocci e li unirono usando una lacca mescolata con polvere d’oro zecchino.

Il risultato fu sconvolgente. La tazza non era tornata “come nuova”. Era diventata altra. Le crepe, ora sottolineate dall’oro brillante, erano diventate la parte più preziosa dell’oggetto. Disegnavano una mappa unica, irripetibile. Quella tazza valeva ora molto più di prima, perché aveva una storia. Aveva vissuto il trauma della rottura ed era sopravvissuta, trasformando la sua cicatrice in un gioiello.

Questa non è solo una tecnica artigianale. È una filosofia di vita. È l’accettazione profonda dell’imperfezione e della transitorietà delle cose (quello che i giapponesi chiamano wabi-sabi). È l’idea che le ferite non vadano nascoste, ma onorate.

L’anatomia delle nostre crepe interiori

Ora, dimentichiamo la ceramica e guardiamo noi stessi. Ognuno di noi, nessuno escluso, è una ciotola che è caduta almeno una volta. Alcuni di noi sono caduti da bambini, e si portano dietro crepe antiche, profonde, che hanno condizionato tutta la loro struttura. Altri si sono rotti da adulti, sotto il peso di un lutto, di un divorzio, di una malattia, di un fallimento economico.

Come reagiamo a queste rotture? La società ci dice di usare la colla trasparente. Ci dice: “Riprenditi in fretta. Non fare la vittima. Sorridi. Mostrati forte”. Ci dice di pettinarci l’anima, di nascondere il disordine. E così noi viviamo con la paura costante che la colla ceda, che qualcuno noti la linea di frattura. Viviamo nella vergogna della nostra fragilità.

Il Kintsugi ci insegna una via opposta, radicale e coraggiosa. Ci dice che la nostra integrità non sta nell’essere intatti, ma nell’essere stati capaci di rimetterci insieme. Una persona che non ha mai sofferto è come una ciotola nuova di fabbrica: liscia, perfetta, ma senza carattere. Piatta. Una persona che ha sofferto e ha integrato quel dolore è profonda. Ha delle venature d’oro che la attraversano. Ha qualcosa da raccontare.

Le tue crepe non sono i tuoi difetti. Sono le tue medaglie al valore. Dicono che sei stato colpito dalla vita, ma non sei andato distrutto. Dicono che hai avuto la forza di raccogliere i pezzi.

Cos’è l’oro che ripara l’anima?

Nella ceramica, l’oro è fisico. Ma nell’anima, qual è il materiale prezioso che possiamo usare per unire i cocci? Non esiste un unico tipo di oro. Ognuno deve trovare il suo.

Per alcuni, l’oro è il tempo. La pazienza infinita di aspettare che la ferita smetta di sanguinare e inizi a cicatrizzare. Il Kintsugi vero richiede mesi, a volte anni, perché la lacca asciughi strato dopo strato. La guarigione emotiva non è mai immediata.

Per altri, l’oro è l’amore. L’amore degli amici, di un partner, dei figli, o anche di un terapeuta, che ci aiutano a tenere fermi i pezzi mentre noi cerchiamo di incollarli. Nessuno si ripara da solo. Abbiamo bisogno di mani esterne che ci sostengano.

Per altri ancora, l’oro è la consapevolezza. Il coraggio di guardare la crepa e dire: “Sì, questo è successo. Fa male. Ma è parte di me”. Smettere di negare il danno è il primo passo per ripararlo.

La scrittura come colata d’oro

Per me, Giorgio Cardellino, l’oro è la scrittura. Tutta la mia vita, e tutta la mia opera, è un continuo esercizio di Kintsugi letterario. I miei libri, Canti di notte e Non pettinarti prima di partire, non sono altro che tentativi di versare oro liquido nelle mie crepe.

Quando scrivo di un dolore passato, non lo sto cancellando. Lo sto evidenziando. Prendo quel ricordo tagliente come un coccio di vetro e, invece di nasconderlo sotto il tappeto, lo metto sotto la luce della poesia. Cerco le parole giuste per descriverlo. Cerco la bellezza anche nel momento più buio.

Scrivere è l’atto di prendere i frammenti sparsi della nostra esperienza – un ricordo confuso, un’emozione forte, un rimpianto – e dargli una forma nuova. Una forma che tenga insieme tutto. Ogni poesia che scrivo è una linea d’oro che unisce due parti di me che si erano separate. Quando leggete i miei versi e vi commuovete, è perché state vedendo l’oro brillare nelle mie ferite, e quel bagliore illumina anche le vostre.

Se non mi fossi rotto, non avrei mai scritto. Se fossi stato un uomo sempre felice, risolto, perfetto, i miei quaderni sarebbero rimasti bianchi. Devo ringraziare le mie cadute, perché mi hanno costretto a cercare l’oro dentro di me per ripararmi.

“C’è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce”

C’è una frase di Leonard Cohen, che ho citato spesso e che amo alla follia, che riassume perfettamente il concetto di Kintsugi spirituale. “There is a crack, a crack in everything. That’s how the light gets in.” (C’è una crepa, una crepa in ogni cosa. È da lì che entra la luce.)

Ecco il ribaltamento di prospettiva. La crepa non è solo il segno di una rottura. È un’apertura. Una ciotola integra è chiusa in se stessa. Una ciotola rotta e riparata lascia passare qualcosa attraverso le sue linee di giunzione.

Le persone che hanno sofferto sono spesso le più luminose. Perché? Perché il dolore ha aperto delle brecce nel loro ego. Ha frantumato la loro corazza di certezze. E attraverso quelle brecce, ora può entrare (e uscire) la luce. Può entrare l’empatia: capisci il dolore degli altri perché conosci il tuo. Può entrare la compassione. Può entrare una gioia più profonda, che non è l’allegria superficiale di chi non sa nulla, ma la gratitudine di chi ha visto il buio e ora apprezza ogni raggio di sole.

Le tue rughe (ne abbiamo parlato), i tuoi fallimenti, le tue delusioni amorose: sono tutte fessure attraverso cui la vita entra con più potenza. Non tapparle con il cemento della vergogna. Riempile d’oro. Falle brillare.

Un invito a diventare artigiani di se stessi

Il Kintsugi richiede pazienza, precisione e amore per l’oggetto. Non si fa in fretta. Non si fa con rabbia. Se cerchi di riparare la tua anima con rabbia (“Devo guarire subito!”), farai solo più danni.

Vi invito a diventare i maestri artigiani della vostra vita. Guardatevi. Guardate i vostri cocci sparsi sul pavimento emotivo. Non giudicateli. Non dite “che disastro”. Dite: “Ecco il materiale su cui lavorare”.

Iniziate a cercare il vostro oro. Magari il vostro oro è dipingere. Magari è camminare nei boschi. Magari è aiutare gli altri. Magari, come per me, è scrivere. Qualunque cosa vi faccia sentire vivi e vi aiuti a dare un senso al dolore, quello è il vostro oro zecchino.

E non abbiate paura di mostrare il risultato. In Non pettinarti prima di partire, l’invito è proprio questo: esci di casa con le tue crepe in vista. Non cercare di sembrare perfetto. Sii un’opera d’arte Kintsugi ambulante. La gente, vedendoti, non penserà “oh, poverino, è rotto”. Penserà: “Guarda quanto è prezioso. Guarda quanta luce emana dalle sue cicatrici”.

La bellezza dei sopravvissuti

Siamo tutti sopravvissuti a qualcosa. E non c’è niente di più bello, al mondo, della bellezza dei sopravvissuti. È una bellezza non ingenua. Una bellezza che conosce il prezzo delle cose. È la bellezza di un vaso antico che ne ha passate tante, e che proprio per questo ha un’anima che un vaso nuovo dell’Ikea non avrà mai.

Spero che questo articolo vi serva da permesso. Il permesso di smettere di nascondervi. Il permesso di guardare le vostre ferite non come fallimenti, ma come opportunità di aggiungere oro alla vostra esistenza.

Se avete una storia di “Kintsugi personale”, una storia di come avete trasformato una rottura in qualcosa di prezioso, mi piacerebbe leggerla. Scrivetemi nei Contatti. Condividere queste storie è un modo per spargere polvere d’oro sulle crepe del mondo.

Siete tutti un po’ rotti. E siete tutti incredibilmente preziosi proprio per questo. Non dimenticatelo mai.

Con luce (e un po’ di colla dorata), Giorgio.

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