
Ultimamente mi capita sempre più spesso. A cena con amici, o parlando con qualche giovane entusiasta di tecnologia, la domanda arriva puntuale: “Ma Giorgio, perché non usi ChatGPT per farti aiutare? Potresti scrivere dieci libri l’anno invece di uno. Potresti generare idee infinite. È il futuro!”
Di solito sorrido, bevo un sorso di vino e cambio discorso. Ma oggi voglio rispondere seriamente. Voglio rispondere per iscritto, mettendo nero su bianco la mia posizione in questa battaglia che non è tecnologica, è filosofica. Voglio spiegarvi perché, finché avrò fiato nei polmoni e inchiostro nella penna, non permetterò a nessun algoritmo di scrivere nemmeno una virgola delle mie poesie.
Non è luddismo. Non sono un vecchio che urla contro le nuvole. Uso il computer. Uso internet. Trovo che l’Intelligenza Artificiale sia uno strumento straordinario per la medicina, per la scienza, per riassumere documenti noiosi o per calcolare rotte spaziali. Ma quando si tratta di Poesia, cioè dell’arte di tradurre l’indicibile in parole, l’AI ha un difetto strutturale insormontabile, un peccato originale che nessuna programmazione potrà mai risolvere. L’AI non ha un corpo. E senza corpo, non c’è poesia.
La differenza tra “sapere” e “sentire”
Immaginate di chiedere a un’Intelligenza Artificiale di scrivere una poesia su un ginocchio sbucciato. L’AI farà un lavoro eccellente. Scansionerà in millisecondi milioni di testi presenti nel suo database. Troverà tutte le associazioni semantiche legate a “ginocchio sbucciato”: dolore, sangue, caduta, bambino, asfalto, pianto, cerotto, mamma. Metterà insieme queste parole in rima, con una metrica perfetta. Potrebbe scrivere qualcosa come: “Il bimbo corre, l’asfalto lo attende / un grido si alza, il dolore si accende / il sangue rosso disegna un fiore / ma il bacio di mamma scaccia il timore.”
Carina, vero? Tecnicamente ineccepibile. Ma c’è un problema. L’AI sa che il sangue è rosso, perché lo ha letto. Ma non ha mai visto il rosso. L’AI sa che l’asfalto è duro, perché è un dato statistico. Ma non ha mai sentito la grattugia ruvida dell’asfalto contro la pelle tenera. L’AI sa che si piange per il dolore. Ma non ha mai sentito quel nodo alla gola, quel singhiozzo che ti scuote il diaframma e ti toglie il respiro.
L’AI simula. Imita. È un pappagallo genialoide che ripete suoni di cui non conosce il sapore. Io, quando scrivo di un ginocchio sbucciato, non sto consultando un database. Sto tornando a quel pomeriggio del 1982. Sto sentendo di nuovo il bruciore. Sto sentendo la vergogna di essere caduto davanti agli amici. Sto sentendo l’odore del disinfettante che pizzica. La mia poesia nasce dalla carne. La poesia dell’AI nasce dal calcolo delle probabilità. E c’è un abisso incolmabile tra la probabilità e la verità.
Non puoi scrivere della morte se sei immortale
Il cuore di tutta l’arte umana, dalla pittura rupestre a Bob Dylan, è un unico, grande, terrificante concetto: la Mortalità. Noi scriviamo, dipingiamo, cantiamo perché sappiamo che finiremo. L’arte è il nostro tentativo disperato di lasciare una traccia, di urlare “Io sono stato qui!” prima che il buio ci inghiotta. La malinconia, la nostalgia, l’urgenza dell’amore… derivano tutte dal fatto che il nostro tempo è limitato. Amiamo follemente perché sappiamo di poter perdere l’altro.
Un software è immortale. Puoi spegnerlo, ma non “muore”. Non ha paura della fine. Non ha l’ansia del tempo che passa. Non invecchia (le sue rughe non sono mappe, come dicevamo qualche articolo fa, sono solo aggiornamenti software). Come può un’entità che non può morire parlarmi credibilmente della vita?
In Canti di notte, molte poesie parlano dell’insonnia, del buio, dei fantasmi del passato. Quei versi sono nati perché io, Giorgio, ho avuto paura del buio. Ho passato notti a fissare il soffitto, sentendomi piccolo e solo in un universo vasto. L’AI non ha mai avuto paura del buio. Per l’AI, il buio è solo l’assenza di dati visivi. Non ci sono mostri sotto il server. Se l’AI scrive della paura, sta mentendo. Sta recitando un copione scritto da noi umani. E io non voglio leggere bugie. Voglio leggere la testimonianza di chi è stato in trincea con me.
L’elogio dell’errore e dell’imprevisto
L’Intelligenza Artificiale funziona per “pattern matching” e ottimizzazione. Cerca la soluzione più probabile, quella più “giusta” statisticamente. Tende alla media, alla perfezione formale. Ma l’arte non è perfezione. L’arte è deriva. L’arte è l’errore che diventa scoperta.
Le mie poesie migliori non sono nate da un piano ben calcolato. Sono nate da sbagli. Magari volevo scrivere “amore” e la penna è scivolata e ho scritto “amaro”. E improvvisamente mi sono fermato: “Amaro… ma certo! Questo amore è amaro!”. E la poesia ha preso una direzione inaspettata, che non avevo previsto. L’AI corregge l’errore. L’umano accoglie l’errore e lo trasforma in stile.
È quello che chiamo il “fattore umano”. È quella sporcizia, quella sbavatura, quell’irregolarità che rende una cosa viva. Una voce generata al computer è perfetta, non ha esitazioni, non ha respiri. E proprio per questo è fredda. La voce di un cantante umano si spezza, trema, a volte è calante. E quel tremore ci fa venire la pelle d’oca. Perché in quel tremore riconosciamo la fragilità. Io voglio che le mie poesie tremino. Voglio che siano zoppe, a volte. Voglio che si senta che sono state scritte da una mano che suda, che si stanca, che cancella.
Il Vissuto: l’ingrediente che non si può scaricare
Si parla tanto di “Big Data”. L’AI è addestrata su miliardi di parole. Ma c’è un database a cui l’AI non avrà mai accesso: il mio Vissuto.
Nessun algoritmo sa cosa ho provato esattamente quando ho visto lei salire su quel treno nel 1995. Nessun algoritmo conosce il sapore preciso della torta di mele di mia madre, che era sempre un po’ bruciata sui bordi. Nessun algoritmo sa come ci si sente a camminare a Torino sotto la pioggia di novembre senza ombrello, con il freddo che ti entra nelle ossa.
Questi dettagli – i dettagli che salvano – sono la mia materia prima. Sono l’oro del mio Kintsugi. Se usassi l’AI, starei usando i ricordi degli altri, frullati e omogeneizzati. Sarebbe come servire ai miei ospiti una torta surgelata industriale dicendo che è la ricetta della nonna. Magari è più buona, più dolce, più bella da vedere della mia torta bruciacchiata. Ma non ha sapore. Non ha storia.
Scrivere è un atto di scavo archeologico dentro se stessi. È faticoso. Fa male. A volte ti sporchi le mani di fango. Usare l’AI per scrivere è come mandare un drone a fare lo scavo al posto tuo mentre tu stai seduto in poltrona a guardare lo schermo. Troverai i reperti, forse. Ma non avrai fatto il viaggio. Non sarai cambiato nel processo. E io scrivo per cambiarmi, non solo per produrre testo.
Il patto di fiducia con il lettore
Ma la ragione più importante per cui rifiuto l’AI è etica. Riguarda voi. Quando comprate Canti di notte o Non pettinarti prima di partire, noi stipuliamo un patto silenzioso. Voi mi date il vostro tempo (la cosa più preziosa che avete) e i vostri soldi. In cambio, io vi prometto una cosa sola: Verità.
Vi prometto che quello che leggete è uscito dalla mia testa e dal mio cuore. Vi prometto che ho faticato per trovare quelle parole. Vi prometto che ho sentito quel dolore o quella gioia. È un atto di connessione tra due solitudini. Voi leggete per sentirvi meno soli, sapendo che un altro essere umano, da qualche parte, ha provato le stesse cose.
Se io usassi l’AI, romperei questo patto. Vi starei truffando. Vi starei vendendo un’emozione sintetica. Sarebbe come se un amico vi mandasse una lettera di condoglianze scritta da ChatGPT. Le parole potrebbero essere perfette, commoventi. Ma appena scoprite che non le ha scritte lui, che non ci ha messo nemmeno un minuto del suo pensiero, quelle parole diventano cenere. Perdono ogni valore. Perché non cercavate le parole belle. Cercavate la vicinanza dell’amico.
Io voglio essere quell’amico. Voglio che sappiate che dietro ogni riga c’è un uomo di carne e ossa, che mangia, dorme poco, ama la Moka e ha paura di morire. Proprio come voi.
La resistenza della lentezza
L’AI è veloce. Genera un romanzo in un minuto. Io sono lento. Ci metto due anni a scrivere un libro smilzo. E questa lentezza è la mia forma di resistenza. In un mondo che vuole tutto subito, io rivendico il diritto di incubare le idee. Il vino buono ha bisogno di tempo per fermentare. Il bambino ha bisogno di nove mesi per formarsi. La poesia ha bisogno di decantare.
L’AI non decanta. Emette. È l’apoteosi della “società immediata” che critico nei miei libri. Scegliere di scrivere a mano (o picchiettando lentamente sulla tastiera), scegliere di fissare il foglio bianco e aspettare, scegliere di riscrivere dieci volte la stessa frase… tutto questo è un esercizio spirituale. È dare peso alle parole. Se le parole costano fatica, valgono di più. Se sono gratis e istantanee, valgono zero.
Sfida all’algoritmo: provaci tu
Voglio chiudere con una provocazione. Non all’AI, che non può offendersi, ma a chi crede che l’AI possa sostituire l’artista.
Chiedete a un’AI di scrivere una poesia su “quella volta che ho guardato mio padre negli occhi e ho capito che stava diventando vecchio”. L’AI scriverà di rughe, di mani tremanti, di tempo che passa, di bastoni da passeggio. Cliché. Ma solo un umano può scrivere di quel dettaglio specifico: il modo in cui lui ha esitato prima di allacciarsi le scarpe. O il fatto che per la prima volta non ha finito il suo bicchiere di vino. Solo un umano può cogliere l’invisibile.
Io continuerò a scrivere con la mia penna stilografica, con i miei refusi, con le mie giornate no in cui non esce niente. Continuerò a essere inefficiente. Continuerò a essere limitato. Perché è nei miei limiti che risiede la mia umanità.
E voi? Volete leggere poesie scritte da un supercomputer che simula l’amore, o volete leggere le parole incerte di un uomo che sta cercando di capire come si ama? Se scegliete la seconda opzione, siete nel posto giusto. Qui non troverete intelligenza artificiale. Troverete solo stupidità umana, dolore umano, e amore umano. Al 100%.
Se vi va, scrivetemi nei Contatti. Rispondo io. Non un bot. Ci metterò un po’, forse qualche giorno. Ma quando arriverà la risposta, saprete che mentre la scrivevo stavo pensando a voi, e non processando un algoritmo.
Restiamo umani. È l’unica cosa che le macchine non sapranno mai fare. Giorgio.