
C’è una pagina, in ogni libro, che è la più solitaria e allo stesso tempo la più affollata di tutte. Non è la copertina, che serve a chiamare l’attenzione dei passanti. Non è l’indice, che serve a dare ordine al caos. E non è nemmeno l’incipit, quella prima frase famosa che serve ad agganciare il lettore.
È quella pagina bianca, spesso dispari, che si trova subito dopo il frontespizio. La pagina della dedica. Di solito, in mezzo a tutto quel bianco, c’è solo una riga, o un nome, stampato in corsivo, piccolo e discreto. “A Maria.” “A mio padre.” “A C., che sa.” La maggior parte dei lettori salta questa pagina a piè pari. La considera un fatto privato dell’autore, un messaggio in codice che non li riguarda, un ringraziamento burocratico a una moglie paziente o a un editore coraggioso. Pensano: “Beh, questo non è per me”. E girano pagina per iniziare la storia.
Io, Giorgio Cardellino, oggi voglio fermarvi un attimo prima che giriate quella pagina. Voglio svelarvi il segreto che si nasconde dietro quelle poche parole in corsivo. Voglio dirvi che quella pagina non è un muro che vi esclude. È una porta che vi aspetta. E voglio spiegarvi perché, anche se c’è scritto un altro nome, ogni mio libro è segretamente, profondamente dedicato proprio a voi che lo tenete in mano.
L’inganno del nome proprio
Quando scrivo una dedica, compio un atto di onestà e un atto di magia. L’atto di onestà consiste nel riconoscere che quel libro non esisterebbe senza una certa scintilla. Magari Canti di notte è nato perché una sera del 1992 ho parlato con una donna specifica, in un bar specifico, e lei mi ha detto una frase che mi ha spaccato il cuore. Quindi, tecnicamente, il libro è “per lei”. È il mio modo di restituirle quella frase, trasformata in arte.
Ma qui subentra la magia della letteratura. Nel momento in cui stampo quel libro e lo lascio andare nel mondo, quel “lei” smette di essere una persona anagrafica e diventa un archetipo. Quella donna non è più solo la Maria o la Giulia che ho conosciuto io. Diventa il simbolo di ogni addio. Diventa il simbolo di ogni parola detta sussurrando in un bar mentre fuori piove.
Se dedico un libro “A chi aspetta”, non lo sto dedicando solo al mio amico Luigi che aspetta una promozione. Lo sto dedicando a te, che aspetti un figlio. A te, che aspetti che la chemioterapia finisca. A te, che aspetti un messaggio che non arriva. A te, che aspetti di capire cosa vuoi fare da grande a cinquant’anni.
Il nome sulla pagina è solo un indirizzo fittizio. È come scrivere “Al Milite Ignoto”. C’è un corpo specifico lì sotto, certo. Ma quel corpo rappresenta il dolore e il coraggio di tutti. Quindi, quando leggete la dedica, non sentitevi esclusi. Non pensate di essere degli intrusi che stanno sbirciando una lettera privata. Quella lettera è privata e pubblica. È scritta con l’inchiostro simpatico: sotto il nome stampato, se scaldate la pagina con il calore del vostro sguardo, apparirà il vostro nome.
Il mio “Lettore Ideale” non è un intellettuale
Spesso si parla del “Lettore Ideale”. Gli editori fanno ricerche di mercato, creano profili demografici: “Il lettore tipo di Cardellino è maschio/femmina, dai 30 ai 60 anni, vive in città, ha un titolo di studio medio-alto…”. Queste sono statistiche. Sono fredde. Non mi interessano.
Il mio Lettore Ideale non è una categoria sociologica. È una categoria dell’anima. E voglio dirvi chiaramente chi è, così potrete capire se siete voi. Il mio Lettore Ideale non è necessariamente colto. Non mi importa se ha letto Proust o se non apre un libro da dieci anni. Non mi importa se conosce la differenza tra una metafora e una similitudine. Il mio Lettore Ideale è una persona sensibile. È una persona “permeabile”. È qualcuno che non ha ancora messo su quella corazza di cinismo che oggi va tanto di moda.
Dedico i miei libri a chi si commuove per una pubblicità se la musica è giusta. A chi si ferma a guardare un tramonto anche se è in ritardo. A chi sente un nodo alla gola quando vede un anziano mangiare da solo al ristorante. A chi ha provato dolore e, invece di diventare cattivo, è diventato gentile. A chi si sente “spettinato” dentro, imperfetto, pieno di dubbi, e invece di nasconderlo cerca qualcuno che gli dica: “Ehi, è normale. Anch’io sono così”.
Se vi riconoscete in questa descrizione, allora la dedica è per voi. Non siete clienti. Siete complici. Siete i destinatari silenziosi di ogni riga che scrivo. Quando sono al computer, alle due di notte, e cerco l’aggettivo giusto, non sto pensando ai critici letterari. Sto pensando a voi. Sto pensando: “Chissà se c’è qualcuno, là fuori, che si sente esattamente come mi sento io adesso. Se trovo la parola giusta, forse quella persona si sentirà meno sola”.
Non pettinarti prima di partire: una dedica ai naufraghi
Prendiamo il mio libro Non pettinarti prima di partire. La dedica (immaginaria o reale che sia) è rivolta a tutti coloro che si sentono naufraghi sulla terraferma. È dedicata a chi ha provato a seguire le regole della “società immediata” – sii efficiente, sii bello, sii vincente – e ha fallito, o si è sentito vuoto.
È un libro per chi ha capito che la perfezione è una gabbia dorata. Se tu, leggendo, senti che ti stai togliendo un peso dalle spalle… allora il libro è dedicato a te. È dedicato al tuo sospiro di sollievo. È dedicato alla tua voglia di smetterla di trattenere la pancia e di iniziare a respirare.
Io non conosco le vostre facce. Non so i vostri nomi (a meno che non mi scriviate). Ma conosco le vostre paure, perché sono le mie. Conosco le vostre speranze, perché sono le mie. La letteratura è questo miracolo di telepatia: io scrivo del mio buio, e tu ci vedi dentro il tuo. E in quel momento, il buio fa meno paura, perché siamo in due a guardarlo.
Il libro come oggetto transizionale
Gli psicologi parlano dell’oggetto transizionale (come l’orsacchiotto o la copertina di Linus) che aiuta i bambini a gestire l’angoscia della separazione e a sentirsi al sicuro. Io credo che i libri “giusti”, quelli con la dedica sincera, siano oggetti transizionali per adulti.
Vorrei che Canti di notte fosse la vostra coperta di Linus. Vorrei che fosse quel libro che tenete sul comodino non per leggerlo tutto d’un fiato, ma per aprirlo a caso quando non riuscite a dormire. Vorrei che fosse un amico di carta che vi dice: “Sono qui. Non giudico. Ti ascolto”.
Quando scrivo una dedica, sto caricando l’oggetto-libro di questa intenzione protettiva. Sto dicendo al libro: “Vai. Vai nelle case degli sconosciuti e portagli un po’ di calore. Sii gentile con loro. Fagli compagnia”. Quindi, quando prendete in mano il volume, sappiate che non è solo carta e inchiostro. È un pacchetto di energia. È un abbraccio spedito per posta prioritaria.
La co-autoria del lettore
C’è un altro motivo per cui dedico il libro a voi. Perché senza di voi, il libro è morto. Un libro non letto è solo un oggetto parallelepipedo fatto di cellulosa. È muto. Le parole esistono solo nel momento in cui vengono lette. Siete voi che date voce, nella vostra testa, alle mie frasi. Siete voi che date loro il tono, il ritmo, l’emozione. Siete voi che immaginate i volti dei personaggi o i paesaggi delle poesie, attingendo dalla vostra memoria visiva.
In questo senso, voi siete i co-autori. Io scrivo lo spartito, ma siete voi che lo suonate. E ogni lettore lo suona in modo diverso. La dedica è il mio ringraziamento per questa collaborazione. È come se dicessi: “Grazie per aver prestato la tua voce, la tua mente e il tuo cuore a queste parole inerti. Grazie per averle fatte vivere”. Senza il vostro sguardo che scorre sulle righe, io sarei solo un pazzo che parla da solo in una stanza vuota. Con voi, sono uno scrittore.
Un invito a riscrivere la dedica
Voglio chiudere con una proposta, un piccolo atto di sovversione che si collega all’articolo precedente sui libri vissuti.
Quando riceverete il vostro libro (o se ne avete già uno in casa), andate a quella pagina. La pagina della dedica. Prendete una penna (sì, osate!). Sotto la dedica stampata, o accanto, scrivete il vostro nome. Oppure scrivete: “A me”. Oppure scrivete: “A noi”.
Appropriatevi del libro. Fatelo diventare ufficialmente vostro. Non è un atto di egoismo. È un atto di accoglienza. State accettando il regalo. State dicendo all’autore: “Messaggio ricevuto. Grazie. Adesso ci penso io a custodirlo”.
E se volete fare un passo in più, pensate a chi dedichereste voi la vostra vita, se fosse un libro. A chi la state dedicando, giorno per giorno? Ai vostri figli? Al vostro lavoro? A un sogno? A un rimpianto? Scriverlo, nero su bianco, può essere un esercizio di consapevolezza potente.
Ditemi a chi dedicate le vostre giornate
Mi piacerebbe sapere chi sono i destinatari delle vostre dediche invisibili. Se vi va, scrivetemi tramite la pagina Contatti. Non serve scrivere un romanzo. Basta una riga. “Giorgio, la mia vita oggi la dedico a…” “Giorgio, ho letto il tuo libro e ho sentito che quel capitolo era dedicato a me perché…”
Sapere che le mie parole sono arrivate a destinazione, che hanno trovato il “Tu” che stavo cercando nel buio, è la soddisfazione più grande. Più grande delle vendite, più grande delle recensioni. È la conferma che il filo rosso che ho lanciato nel mondo è stato afferrato da un’altra mano.
Grazie per essere i miei lettori ideali. Imperfetti, spettinati, e incredibilmente vivi. Questa pagina, e tutte le altre, sono per voi.
Con gratitudine, Giorgio.