
C’è un momento, spesso il venerdì sera o la domenica pomeriggio, in cui il telefono smette di suonare. Nessuno scrive. Nessuno chiama. I social sono silenziosi o, peggio, pieni di foto di gente che si diverte insieme. In quel momento, in milioni di case, scatta un meccanismo automatico di panico. È il terrore del vuoto. È la sensazione fisica di essere stati esclusi dal grande banchetto della vita. La mente inizia a correre: “Perché sono solo? Cosa c’è che non va in me? Sono un perdente?”.
Viviamo in una società che ha patologizzato la solitudine. Se sei solo, sei sospetto. Se vai al cinema da solo, la gente ti guarda con compassione. Se mangi al ristorante da solo, il cameriere toglie il secondo coperto con un gesto rapido che sembra dire: “Ah, peccato, nessuno ti ha voluto”. Siamo addestrati a pensare che la felicità sia sempre e comunque un fatto collettivo, e che lo stare soli sia una sala d’attesa sgradevole tra un evento sociale e l’altro.
Io, Giorgio Cardellino, oggi voglio difendere il diritto e la bellezza di stare soli. Voglio dirvi che c’è una differenza abissale tra “sentirsi soli” e “stare in solitudine”. E voglio spiegarvi perché, se non imparate a godervi la vostra compagnia, non potrete mai davvero godervi quella degli altri. La solitudine non è una punizione. È un appuntamento di lusso con l’unica persona che vi accompagnerà dalla culla alla tomba: voi stessi.
Loneliness vs. Solitude: una questione linguistica
La lingua inglese, che a volte è più precisa della nostra per le sfumature emotive, ha due parole distinte per quello che noi chiamiamo genericamente “solitudine”. La prima è Loneliness. La Loneliness è il dolore di essere soli. È l’isolamento subito. È sentirsi abbandonati, disconnessi, non visti. È una condizione negativa, fredda, che porta alla depressione. La seconda è Solitude. La Solitude è la gloria di essere soli. È una scelta. È lo stato di chi si ritira dal rumore del mondo per ricaricarsi, per creare, per riflettere. È una condizione positiva, calda, fertile.
Il problema è che noi confondiamo costantemente le due cose. Pensiamo che ogni momento passato senza compagnia sia Loneliness. E così, per evitare quel dolore immaginario, riempiamo ogni secondo. Accendiamo la radio in macchina. Mettiamo le cuffie mentre camminiamo. Scrolliamo Instagram mentre siamo in bagno. Facciamo di tutto per non sentire il silenzio. Perché? Perché nel silenzio emerge una voce che ci fa paura: la nostra.
La paura dello specchio interiore
Il filosofo Blaise Pascal scrisse, nel lontano Seicento: “Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper stare tranquilli in una stanza”. Aveva ragione allora, e ha ancora più ragione oggi, nell’era della “società immediata”. Perché abbiamo paura di quella stanza vuota? Perché quando il rumore esterno cessa, inizia il rumore interno. Iniziano le domande. “Sono felice?” “Cosa sto facendo della mia vita?” “Perché continuo a fare quel lavoro che odio?” “Chi sono io, tolti i ruoli che recito per gli altri?”
Queste domande sono scomode. Fanno male. La distrazione costante è l’anestetico che usiamo per non sentirle. Stare soli significa guardarsi allo specchio senza trucco. Significa vedere le proprie paure, le proprie inadeguatezze, i propri sogni traditi. È per questo che la gente preferisce uscire con persone che nemmeno apprezza, o stare in relazioni tossiche, piuttosto che stare sola. La solitudine ci costringe alla verità. E la verità richiede coraggio.
La solitudine fertile: dove nascono le parole
Vi svelo un segreto professionale: non si può scrivere in compagnia. Certo, si può scrivere in un bar affollato (io lo faccio spesso), ma si è soli in mezzo alla folla. Si è dentro una bolla. La creatività nasce solo dalla solitudine. Canti di notte non sarebbe mai nato se avessi passato le mie serate a fare aperitivi o a guardare serie TV in gruppo. È nato perché ho chiuso la porta. Ho spento il telefono. Ho accettato di stare seduto su una sedia, da solo, con i miei fantasmi.
La solitudine è il laboratorio dell’anima. È lì che elaboriamo le esperienze. È lì che capiamo cosa pensiamo davvero. Se siamo sempre connessi, sempre in reazione agli stimoli esterni, non pensiamo: reagiamo. Diventiamo specchi che riflettono la luce degli altri, ma non ne emettiamo di nostra. Per emettere luce propria, bisogna ricaricarsi al buio.
Tutti i grandi artisti, scienziati, pensatori, erano grandi solitari. Non perché odiassero la gente (anzi, spesso la amavano profondamente), ma perché sapevano che per dare qualcosa al mondo, dovevano prima andarlo a cercare dentro se stessi. La scrittura è il frutto che colgo nel giardino della mia solitudine per regalarlo a voi.
Il paradosso delle relazioni: due metà non fanno un intero
C’è un mito romantico disastroso che ci hanno inculcato: quello della “dolce metà”. L’idea che noi siamo esseri incompleti e che, per essere felici, dobbiamo trovare l’altra metà della mela. Matematicamente parlando, ½ + ½ = 1. Ma nelle relazioni umane, la matematica non funziona così. Due persone incomplete che si mettono insieme non fanno una persona completa. Fanno due disperati che si aggrappano l’uno all’altro per non cadere.
Se non sai stare bene con te stesso, userai l’altro come un tappabuchi. Userai il partner, o gli amici, come ansiolitici. “Stai con me così non sento il vuoto”. Questo non è amore. Questo è bisogno. È parassitismo emotivo. Carichi l’altro di una responsabilità immensa: quella di renderti felice e di intrattenerti. E prima o poi, l’altro crollerà sotto questo peso.
La relazione sana è quella tra due “interi”. 1 + 1 = 3 (tu, io, e la relazione). Solo chi sta bene da solo può scegliere di stare con qualcuno per amore e non per necessità. “Io sto benissimo da solo. La mia vita è piena, ricca, interessante. Ma scelgo di stare con te perché la tua presenza aggiunge valore, non perché toglie la paura”. Questa è la libertà suprema. Quando non hai paura della solitudine, nessuno può ricattarti emotivamente. Puoi andartene da situazioni che non ti piacciono, perché sai che la tua compagnia è un’ottima alternativa.
Guida pratica per appuntamenti con se stessi
Quindi, come si fa? Come si passa dalla Loneliness alla Solitude? Bisogna allenarsi. La solitudine è un muscolo che va esercitato. Se siete abituati a essere sempre circondati, all’inizio farà male. Sentirete l’astinenza. Ecco alcuni esercizi pratici per riconquistare il vostro territorio interiore.
1. L’appuntamento con l’Artista (o con te stesso) Questa è un’idea di Julia Cameron (autrice de La via dell’artista). Una volta alla settimana, prendete un appuntamento con voi stessi. Mettetelo in agenda. Bloccate due ore. In quelle due ore, fate qualcosa che vi piace, da soli. Andate a vedere una mostra. Fate una passeggiata in un quartiere nuovo. Andate in un negozio di dischi. Regola ferrea: niente telefono. Niente foto da postare. Niente messaggi. Siete voi e l’esperienza. Dovete “corteggiarvi”. Trattatevi come trattereste un nuovo amore. Portatevi in posti belli.
2. La sfida del Cinema Questo è il test definitivo. Andate al cinema da soli. Molti hanno il terrore di farlo. “Penseranno che non ho amici”. Fregatevene. Comprate il biglietto. Comprate i popcorn (tutti per voi, senza doverli dividere!). Sedetevi al centro. Quando le luci si spengono, vi accorgerete di una cosa magica: il film è più bello. Non dovete preoccuparvi se all’altro piace. Siete immersi totalmente nella storia. Uscire dal cinema da soli, camminare nella notte ripensando al film, è una delle sensazioni più belle che esistano.
3. La cena in solitaria Provate a cucinarvi una cena elaborata, apparecchiando bene la tavola, accendendo una candela, versando del buon vino… solo per voi. Non mangiate in piedi davanti al frigo. Non mangiate guardando Netflix. Mangiate gustando il cibo. Celebrate il fatto che meritate bellezza anche se nessuno vi guarda.
4. Scrivere il diario Torniamo sempre lì. Scrivere è il modo migliore per dialogare con se stessi. La sera, invece di scrollare, scrivete. “Come sto oggi?” “Cosa mi ha fatto arrabbiare?” La pagina bianca è l’amico che ascolta sempre e non interrompe mai.
Il mio rifugio a Torino
Io ho i miei luoghi di solitudine sacra a Torino. C’è una panchina specifica al Parco del Valentino, che guarda il fiume Po. Ci vado quando sono confuso. Mi siedo lì. Non faccio niente. Guardo l’acqua scorrere. All’inizio la mente è un vortice di pensieri ansiosi. Poi, dopo venti minuti, il ritmo del fiume entra nel mio respiro. Il vortice rallenta. E spesso, in quel silenzio, arriva la soluzione che cercavo da giorni. O arriva l’idea per un capitolo. Se avessi portato un amico, avremmo chiacchierato del tempo o di politica, e quella soluzione non sarebbe mai arrivata.
Diventa il tuo migliore amico
La verità è che, alla fine dei conti, l’unica persona che non vi tradirà mai, che non vi lascerà mai, che conoscerà ogni vostro segreto, siete voi. Se quella persona vi sta antipatica, se la trovate noiosa, se non riuscite a starci insieme per un’ora… avete un problema serio. Dovete fare pace con voi stessi. Dovete diventare persone interessanti per voi stessi.
Leggete. Studiate. Coltivate hobby strani. Riempite il vostro mondo interiore di arredamento di qualità, così che sia piacevole abitarci. Fate in modo che la vostra mente sia un salotto accogliente, non una cella di isolamento.
E vedrete che, paradossalmente, quando imparerete a bastarvi, diventerete magnetici. La gente è attratta da chi è risolto, da chi è tranquillo, da chi non elemosina attenzione. La vostra solitudine fertile diventerà un dono anche per gli altri.
Scrivetemi dal vostro “eremo”
Sarei curioso di sapere qual è il vostro rapporto con il silenzio. Siete del team “musica a palla appena entro in casa” o del team “datemi un’ora di pace o uccido qualcuno”? Avete mai fatto un viaggio da soli? Siete mai andati al cinema senza compagnia?
Scrivetemi nei Contatti. Raccontatemi la vostra esperienza di Solitude. O raccontatemi la vostra Loneliness, se in questo momento il silenzio vi fa male. Parlare della solitudine è il modo migliore per smettere di sentirsi soli.
Ricordate: non siete soli. Siete in compagnia di voi stessi. E vi assicuro che, se ci lavorate un po’, scoprirete che siete una compagnia eccellente.
Buon appuntamento con voi stessi. Giorgio.