I luoghi dell’anima: perché torno sempre al mare (anche d’inverno)

C’è un odore specifico che il mare ha solo tra novembre e marzo. Non sa di crema solare al cocco. Non sa di plastica surriscaldata, di fritto misto dei chioschi o di sudore. Sa di sale freddo. Sa di alghe strappate dal fondale e gettate sulla sabbia. Sa di vento pulito, tagliente, spietato. Sa di roccia bagnata. È un odore primordiale, quasi metallico, che ti entra nei polmoni e ti sveglia di colpo, spazzando via in un secondo tutta la nebbia mentale accumulata in città.

Io vivo a Torino. Amo la mia città, amo i suoi portici infiniti che ti proteggono dalla pioggia, amo la sua eleganza malinconica e contenuta. Ma Torino è una città di pensieri complessi, una città che ti chiude dentro. E ci sono momenti, soprattutto quando la scrittura si incaglia o quando la vita mi sembra un groviglio inestricabile, in cui i portici non mi bastano più. Ho bisogno di spazio. Ho bisogno di orizzonte. In quei momenti, prendo la macchina, attraverso gli Appennini, scendo verso la Liguria e vado a cercare il mare d’inverno.

Oggi voglio parlarvi di questo: della geografia dell’anima. Voglio parlarvi di come i luoghi fisici non siano solo scenografie in cui ci muoviamo, ma veri e propri stati d’animo esteriorizzati. E di come il mare d’inverno sia, per me, la metafora perfetta della poesia e della verità.

L’estate come palcoscenico della “società immediata”

Non fraintendetemi, non odio l’estate. Ma la spiaggia ad agosto è la rappresentazione fisica di quella che nei miei libri chiamo la “società immediata”. È il regno del rumore, della distrazione, della performance. Dobbiamo essere abbronzati, dobbiamo essere in forma, dobbiamo avere l’ombrellone nel posto giusto, dobbiamo far vedere che ci stiamo divertendo tantissimo. La musica a tutto volume dei lidi copre il suono delle onde. Il mare diventa solo una piscina salata dove rinfrescarsi tra un aperitivo e l’altro. C’è un’ansia collettiva di felicità obbligatoria che trovo estenuante. Ad agosto, sulla spiaggia, si recita.

Ma quando arriva novembre, il sipario cala. I turisti se ne vanno. Gli ombrelloni vengono chiusi e impilati. I bar sbarrano le finestre con assi di legno. Il mare si riprende il suo spazio. Si riprende la sua voce. Ed è in questo momento che diventa bellissimo, perché diventa vero.

L’essenzialità spietata del mare d’inverno

Il mare d’inverno non deve compiacere nessuno. Non è lì per farti divertire. È lì e basta, con la sua forza cieca e immensa. Quando cammini su una spiaggia deserta a gennaio, con il vento gelido che ti taglia la faccia e il cielo grigio piombo che si fonde con l’acqua, senti una vertigine. Senti la tua assoluta irrilevanza. Sei solo un piccolo punto caldo e fragile di fronte a una forza geologica inarrestabile.

Potrebbe sembrare un’immagine deprimente, ma per me è la sensazione più liberatoria del mondo. Quando ti ricordi di essere irrilevante rispetto all’universo, improvvisamente anche i tuoi problemi diventano irrilevanti. L’ansia per quella scadenza di lavoro, il litigio con il vicino di casa, la bolletta da pagare… tutto viene ridimensionato. Il mare d’inverno ti toglie di dosso gli strati inutili del tuo ego. Ti scortica. Ti lascia nudo e crudo di fronte a te stesso.

È esattamente quello che fa la poesia. La buona poesia non è quella piena di aggettivi fioriti e di sentimentalismi. La buona poesia è spietata. Taglia via il grasso delle parole e ti consegna l’osso della verità. Il mare d’estate è un romanzo rosa da leggere sotto l’ombrellone; il mare d’inverno è una poesia ungarettiana. Scabra, essenziale, assoluta.

Il paesaggio come accordatore dell’anima

C’è una teoria psicologica che sostiene che noi cerchiamo, nell’ambiente esterno, il riflesso di ciò che portiamo dentro, oppure l’esatto opposto per curarci. Io credo che il paesaggio funzioni come un diapason. Quando la nostra anima è scordata – quando siamo troppo stressati, troppo distratti, troppo feriti – abbiamo bisogno di un ambiente forte che ci dia il “La”, la nota giusta su cui riaccordarci.

Il mio “La” è il rumore della risacca in una giornata di burrasca. Quando sono lì, con il bavero del cappotto alzato, e guardo le onde grigie che si infrangono con violenza sugli scogli, esplodendo in nuvole di schiuma bianca, sento che la mia confusione interiore trova finalmente uno sfogo esterno. La rabbia del mare legittima la mia tristezza o la mia inquietudine. Non devo più fare finta di essere felice, come mi chiederebbe la spiaggia estiva. Il mare d’inverno mi dice: “Tranquillo, puoi essere cupo. Puoi essere tempestoso. Anche io lo sono oggi”.

E in questa accettazione, incredibilmente, trovo la pace. Camminando sulla sabbia dura e bagnata, passo dopo passo, i pensieri si allineano. Il respiro si abbassa. L’armatura di cui parlavamo nello scorso articolo inizia a cedere.

Scrivere al ritmo della risacca

Gran parte di Non pettinarti prima di partire l’ho pensata guardando l’acqua gelida da dietro il vetro appannato di uno dei pochi bar aperti in un paesino ligure fuori stagione. C’era il calore di un tè fumante (o di un espresso bollente, a seconda dell’ora) e, oltre il vetro, la furia del vento. Questa dicotomia – il rifugio caldo e sicuro dentro, la natura selvaggia e inospitale fuori – è per me la condizione perfetta per la creatività.

L’ambiente influenza la scrittura in modo fisico, tangibile. Quando scrivo al mare d’inverno, le mie frasi diventano più brevi. Il ritmo si modella su quello delle onde: una frase che cresce, si gonfia di significato, e poi si infrange in un punto fermo. E poi il silenzio della risacca. Non puoi scrivere cose frivole mentre guardi una mareggiata. La grandezza dello scenario ti impone un’onestà brutale. Ti costringe a cercare le parole che contano. Le parole di pietra, non quelle di plastica.

Il titolo stesso del libro, Non pettinarti prima di partire, ha molto a che fare con questo paesaggio. Il mare d’inverno non perdona le messe in piega. Se vai sulla scogliera a novembre, il maestrale ti scompiglierà i capelli, ti farà lacrimare gli occhi, ti arrosserà il naso. Non puoi mantenere un’immagine perfetta di fronte agli elementi. Devi arrenderti al caos. E in quella resa, spettinato, infreddolito, con le mani in tasca, diventi bellissimo. Diventi autentico.

Il diritto alla malinconia

Perché ci ostiniamo a voler scappare dalla malinconia? La consideriamo una malattia da curare, un errore di sistema. Il mare d’inverno è il santuario della malinconia. E la malinconia non è tristezza disperata; è la consapevolezza profonda della bellezza e della sua finitezza. È quel sentimento che ti fa amare ancora di più un momento proprio perché sai che sta passando.

Guardare un orizzonte grigio, senza barche, senza bagnanti, senza colori accesi, è un esercizio di purificazione visiva. Nell’era in cui siamo bombardati da luci al neon, schermi brillanti, notifiche rosse, grafiche iper-sature, il grigio del mare e del cielo è una carezza per gli occhi stanchi. È il “vuoto” necessario di cui parlavamo quando lodavamo la solitudine. Senza il vuoto del mare d’inverno, l’abbondanza dell’estate non avrebbe senso. Senza i nostri inverni interiori, le nostre estati sarebbero solo un affaticamento continuo.

La ricerca del “Luogo Sicuro”

Ognuno di noi ha una geografia privata, invisibile sulle mappe. Ci sono luoghi che ci svuotano di energia, e luoghi che ce la restituiscono. Per me è quella striscia di sabbia scura, battuta dal vento, con i tronchi d’albero sbiancati dal sale e abbandonati dalla marea (i relitti, i sopravvissuti, così simili a noi). Lì, nessuno mi chiede nulla. Lì, esisto e basta.

Ma il mare d’inverno non è l’unica risposta. Per qualcuno il luogo dell’anima è un bosco di montagna in autunno, quando le foglie scricchiolano sotto gli scarponi e c’è odore di funghi e terra umida. Per qualcun altro è una chiesetta sconsacrata in mezzo a una campagna piatta e nebbiosa. Per altri ancora è il tavolo d’angolo di una biblioteca antica, circondati da migliaia di pagine silenziose. O magari è semplicemente la poltrona vecchia della casa dei nonni, quella con il tessuto un po’ consunto sui braccioli.

Il “luogo sicuro” è quel posto dove, appena mettete piede, le vostre spalle si abbassano di due centimetri. È il posto dove non dovete trattenere il respiro. È il posto che vi accoglie per quello che siete, senza chiedervi la ricevuta delle vostre vittorie.

Un appello alla bussola interiore

Nella nostra vita frenetica, rischiamo di perdere l’orientamento. Corriamo da una stanza all’altra, da un ufficio all’altro, senza mai fermarci a chiederci dove siamo davvero. Avere un luogo dell’anima significa avere un ago magnetico che ci riporta al centro. Quando sentite che la vita vi sta sfuggendo di mano, che state vivendo in apnea, non cercate soluzioni complicate. Non iscrivetevi all’ennesimo corso di mindfulness (con tutto il rispetto).

Piuttosto, prendete un treno. Prendete la macchina. O semplicemente andate a piedi. E tornate al vostro luogo. Andate a fare l’inventario dei vostri silenzi. Andate a spettinarvi l’anima. Lasciate che il paesaggio faccia il lavoro sporco di rimettere a posto i vostri pezzi.

Ditemi dove andate a respirare

Oggi la mia domanda per voi è squisitamente geografica, ma in realtà è la più intima di tutte. Qual è il vostro luogo dell’anima? Dov’è che andate quando il mondo si fa troppo rumoroso e avete bisogno di ritrovare voi stessi? È un posto vicino all’acqua? In mezzo agli alberi? In cima a un sasso? O in una stanza specifica della vostra città?

Vi aspetto, come sempre, nella pagina Contatti. Scrivetemi: “Giorgio, il mio mare d’inverno è…” e descrivetemi quel posto. Fatemi sentire l’odore di quel luogo. Fatemi vedere i colori. Leggere le descrizioni dei vostri rifugi segreti sarà per me come viaggiare cento volte in un solo giorno. Sarà come sbirciare la mappa dei vostri cuori.

Vi scrivo queste ultime righe con una tazza di caffè in mano. Fuori piove. E io, con la mente, sono già là. Sulla sabbia fredda. A guardare l’orizzonte.

A presto, Giorgio.

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