Cosa ho imparato dai miei fallimenti (più che dai miei successi)

Se guardate la mia biografia ufficiale, o la quarta di copertina dei miei libri, leggerete una storia lineare. “Giorgio Cardellino, autore di Canti di notte e Non pettinarti prima di partire, amato dai lettori per il suo stile intimo…” eccetera eccetera. Sembra tutto facile. Sembra una linea retta che va dal punto A (l’aspirazione) al punto B (la realizzazione). Ma le biografie mentono. O meglio, omettono. Omettono il 90% della storia. Omettono i vicoli ciechi, le cadute, i “no” sbattuti in faccia, i progetti abortiti, le notti passate a fissare il soffitto chiedendosi: “Ma chi me lo fa fare?”.

Viviamo nella cultura del “Success Story”. Apriamo LinkedIn e vediamo solo gente che ce l’ha fatta. Apriamo Instagram e vediamo solo vacanze perfette e traguardi raggiunti. Anche quando qualcuno parla di fallimento, lo fa con il senno di poi, come un accessorio necessario per la vittoria finale: “Ho fallito, ma poi ho fondato un impero”. È il fallimento “cosmetico”, raccontato solo quando non fa più male.

Io, oggi, voglio parlarvi del fallimento vero. Quello che brucia. Quello che ti fa sentire piccolo e stupido. Quello che non ha ancora un lieto fine garantito. Voglio raccontarvi perché devo tutto ai miei disastri, e molto poco alle mie vittorie. E perché, se oggi state attraversando un periodo buio, potreste essere nel momento più fertile della vostra vita.

La Biblioteca Invisibile dei libri mai nati

Voi conoscete due miei libri. Ma nella mia testa, e nel mio hard disk (e in certi scatoloni polverosi in soffitta), esiste una “Biblioteca Invisibile” composta da almeno dieci libri che non hanno mai visto la luce. C’è quel romanzo pretenzioso che scrissi a venticinque anni, convinto di essere il nuovo Dostoevskij. Riletto oggi, è illeggibile. Pieno di aggettivi inutili, di ego smisurato, di trame che non stanno in piedi. C’è quella raccolta di racconti che spedii a quindici editori e che ricevette quindici silenzi (che fanno più male dei rifiuti espliciti). C’è quel saggio sulla felicità che iniziai a scrivere in un momento in cui ero profondamente infelice, e che abbandonai a pagina trenta perché mi sentivo un impostore.

Cosa ho imparato da questa catasta di carta straccia? Ho imparato il distacco. Quando il tuo “capolavoro” viene rifiutato o fallisce, hai due strade. La prima è pensare: “Io sono un fallimento”. (Identificazione totale). La seconda è pensare: “Questo lavoro non funziona. Io vado bene, ma il lavoro no. Devo lavorare meglio”. (Distacco sano).

I primi fallimenti mi distrussero. Pensavo che il rifiuto del mio testo fosse un rifiuto della mia anima. Poi ho capito. Il fallimento non è un giudizio sul tuo valore come essere umano. È un feedback sul tuo operato. Grazie a quei libri brutti, ho imparato a togliere. Ho imparato a limare. Ho imparato che l’ispirazione non basta, serve il mestiere. Senza quei dieci libri falliti, Canti di notte non avrebbe la pulizia che (spero) gli riconoscete. La Biblioteca Invisibile è le fondamenta su cui poggia la casa visibile. Nessuno vede le fondamenta, ma senza di esse la casa crolla.

Il successo è un narcotico, il fallimento è un caffè amaro

Vi confesso una cosa impopolare: il successo è pericoloso. Quando le cose vanno bene, quando ricevete complimenti, quando i numeri tornano… smettete di imparare. Il successo ti dice: “Bravo, continua così. Non cambiare nulla”. Il successo impigrisce. Ti fa sedere sugli allori. Ti fa venire la paura di rischiare, perché “adesso ho qualcosa da perdere”. Diventi conservatore. Inizi a scimmiottare te stesso per non deludere il pubblico.

Il fallimento, invece, è un caffè amarissimo e bollente che ti sveglia di colpo. Ti dice: “Ehi, stai sbagliando strada. Sveglia!”. Il fallimento ti costringe a farti domande scomode. “Perché non ha funzionato?” “Forse non sono stato abbastanza onesto?” “Forse ho scritto per compiacere gli altri e non per me stesso?”

Quando sei a terra, hai un vantaggio enorme: non puoi cadere più in basso. Sei libero. La libertà del fallito è inebriante. Puoi sperimentare. Puoi cambiare stile. Puoi osare, perché tanto non ti sta guardando nessuno. Le mie idee migliori sono nate sempre nei periodi di crisi, mai nei periodi di stabilità. La stabilità è comoda, ma la crisi è creativa.

L’umiltà della pagina bianca

C’è stato un anno, tempo fa, in cui non sono riuscito a scrivere una sola riga decente. Mi sedevo alla scrivania. Guardavo il foglio. Il nulla. Era il blocco dello scrittore, certo, ma era anche un blocco esistenziale. Mi sentivo vuoto. In quel periodo, ho imparato l’umiltà.

Fino a quel momento, pensavo che la scrittura fosse un mio “talento”, qualcosa che possedevo e che potevo accendere a comando come un rubinetto. Il blocco mi ha insegnato che la scrittura è un “dono”. Non è mia. Io sono solo l’antenna. Se il segnale non c’è, io non posso inventarlo. Ho imparato ad aspettare. Ho imparato a rispettare i tempi morti. Ho imparato che non sono io il padrone del processo creativo, sono il servitore.

Questa umiltà mi ha salvato dall’arroganza. Oggi, quando scrivo una bella frase, non penso “Quanto sono bravo”. Penso “Grazie. Grazie che è arrivata”. E quando non arriva, non mi dispero. Aspetto. So che fa parte del ciclo delle stagioni. Un campo non può dare frutto dodici mesi l’anno. Deve esserci l’inverno. Deve esserci il riposo sotto la neve. Il mio anno di silenzio è stato il mio inverno. E senza quell’inverno, non sarebbe arrivata la primavera di Non pettinarti prima di partire.

La “sindrome dell’impostore” come compagna di viaggio

Molti pensano che, arrivati a un certo punto, la paura di non essere all’altezza scompaia. Falso. Ogni volta che inizio un nuovo capitolo, penso: “Ecco, adesso capiranno che sono una truffa. Adesso vedranno che non so scrivere”. La sindrome dell’impostore è la mia fedele compagna di scrivania.

Ma ho imparato a non combatterla. Ho imparato a invitarla a sedersi. “Ciao Sindrome, sei tornata. Mettiti lì in un angolo.” Perché anche lei ha una funzione. Mi tiene all’erta. Mi impedisce di scrivere sciocchezze superficiali. La paura di fallire, se gestita, diventa cura per il dettaglio. Se fossi sicuro di me al 100%, scriverei cose mediocri. Il dubbio è il motore della qualità. Quindi, se vi sentite inadeguati, rallegratevi: significa che avete standard alti. Significa che ci tenete.

Scrivere per capire la caduta

Il motto di questo blog (e della mia vita) è “Scrivere per capire”. Ma cosa dobbiamo capire? Non dobbiamo capire perché siamo bravi. Dobbiamo capire perché siamo caduti.

La scrittura è lo strumento diagnostico dei nostri fallimenti. Quando qualcosa va storto nella mia vita – un litigio, un errore, una perdita – la mia prima reazione è il dolore. La seconda, dopo un po’, è la scrittura. Scrivo per dissezionare il cadavere dell’evento. “Cosa è successo davvero?” “Qual è stata la mia responsabilità?” “Cosa posso imparare da questo dolore?”

Trasformare un fallimento in una storia è l’unico modo per renderlo sopportabile. Se fallisco e basta, ho solo perso tempo e sofferto. Se fallisco e poi ci scrivo sopra una pagina che aiuta qualcun altro, allora quel fallimento acquista un senso. Diventa “utile”. Il dolore non è più sterile, diventa concime. È il concetto del Kintsugi di cui abbiamo parlato: l’oro che ripara la crepa è fatto della consapevolezza acquisita cadendo.

Un messaggio per chi è nella “Valle Oscura”

Scrivo queste righe pensando a chi di voi, in questo momento esatto, si sente un fallito. Magari hai perso il lavoro a cinquant’anni. Magari il tuo matrimonio è finito. Magari hai provato a realizzare un sogno e ti sei schiantato contro un muro di indifferenza. Magari ti senti indietro rispetto a tutti gli altri.

Voglio dirti una cosa, guardandoti negli occhi: Non è la fine. È l’inizio del secondo atto. Nei film, il protagonista incontra sempre il “punto di morte apparente” verso la fine del secondo atto. Sembra che tutto sia perduto. Sembra che il cattivo abbia vinto. Ma è proprio lì, nel momento di massima disperazione, che l’eroe trova la risorsa interiore che non sapeva di avere.

Se non avessi fallito clamorosamente dieci anni fa, oggi sarei un mediocre impiegato annoiato che non ha mai scritto una riga. Ringrazio quel licenziamento. Ringrazio quel rifiuto. Hanno fatto male da morire, sì. Ho pianto, sì. Ma mi hanno costretto a diventare chi sono.

Non vergognarti delle tue cicatrici. Non vergognarti dei tuoi progetti andati a male. Sono la prova che ci hai provato. Sono la prova che sei vivo. Chi non ha mai fallito è perché non è mai uscito di casa.

Condividiamo i “non-successi”

Voglio fare qualcosa di diverso oggi. Di solito ci vantiamo dei successi. Oggi vi invito a celebrare un fallimento. Scrivetemi nei Contatti. Raccontatemi di quella volta che avete sbagliato tutto. Di quel progetto che non è partito. Di quel sogno che si è infranto. Ma raccontatemelo con orgoglio. “Giorgio, ho provato a fare questo, è andata male, ma ho imparato che…”

Creiamo un archivio di tentativi. Perché, alla fine, la vita non si misura in medaglie. Si misura in intensità. E nessuno vive più intensamente di chi, dopo essere caduto nella polvere, si sta rialzando, si pulisce i pantaloni, e con un mezzo sorriso dice: “Ok, proviamo ancora. Ma stavolta in modo diverso”.

Siete tutti bellissimi nei vostri fallimenti. Molto più belli di quanto sareste se foste perfetti. Un abbraccio (a chi è a terra e a chi si sta rialzando).

Giorgio.

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