Il profumo della carta: l’unica tecnologia che non diventa obsoleta

C’è un gesto che faccio ogni volta che entro in una libreria, specialmente se è una di quelle vecchie, un po’ polverose, con gli scaffali di legno scuro che arrivano fino al soffitto. Prendo un libro a caso. Lo apro a metà. E ci ficco dentro il naso. Inspiro a fondo. Quell’odore. Avete presente? È un misto di vaniglia, mandorla tostata, erba secca e qualcosa di indefinibile che sa di “tempo”. I chimici vi diranno che è colpa (o merito) della lignina, il polimero presente nella carta che, degradandosi, rilascia composti volatili aromatici. Ma per me, e per chiunque ami leggere, quello non è odore di chimica. È odore di storie. È il profumo delle idee che riposano. È il profumo della pazienza.

In un mondo ossessionato dall’innovazione, dove il telefono che avete in tasca diventerà un fermacarte obsoleto tra due anni, il libro di carta è un miracolo tecnologico. È stato inventato secoli fa, eppure non è mai stato migliorato. Come il cucchiaio, o la ruota, o la forbice. Una volta raggiunta la perfezione, l’evoluzione si ferma. Il libro cartaceo non ha bisogno di batterie. Non ha bisogno di aggiornamenti software. Non ha bisogno del Wi-Fi. Non si rompe se cade (al massimo si ammacca, diventando più bello). Funziona sempre, ovunque, per chiunque sappia leggere. Oggi voglio scrivere un’ode a questa tecnologia perfetta. Voglio spiegarvi perché, nonostante io usi il computer per scrivere, difenderò fino alla morte il diritto di leggere su carta.

La dittatura del vetro freddo

Viviamo nell’Età del Vetro. Sveglia: tocchiamo il vetro del telefono. Lavoro: tocchiamo la tastiera di plastica o lo schermo del tablet. Sera: guardiamo il vetro della TV. Le nostre dita, che sono strumenti sensoriali raffinatissimi evoluti per distinguere la buccia di una pesca dalla corteccia di un albero, passano la giornata a scivolare su superfici lisce, fredde, sterili. Il vetro non oppone resistenza. Il dito scorre via veloce (lo scroll infinito). Il vetro non ha temperatura: prende quella dell’ambiente, restando sempre un po’ alieno al calore corporeo. Il vetro non ha odore (o meglio, sa di disinfettante se lo pulite, o di unto se non lo pulite).

Leggere su uno schermo è un atto clinico. Le parole sono pixel luminosi, effimeri, pronti a sparire o a cambiare con un refresh. Sono parole “galleggianti”. Non sono incise. E la luce retroilluminata stanca il cervello, lo tiene in allerta, gli dice: “Sveglia! Guarda!”. Per questo leggere un ebook prima di dormire spesso peggiora l’insonnia.

Il libro di carta è l’antidoto al vetro. La carta è porosa. Ha una grana. Quando giri la pagina, il polpastrello sente l’attrito. Sente la fibra vegetale. Questo attrito microscopico è fondamentale: rallenta la lettura. E rallentare, come abbiamo detto tante volte, è l’unico modo per capire davvero. La carta assorbe la luce, non la emette. È riposante. È gentile. Accoglie lo sguardo invece di aggredirlo.

Il peso della cultura (letteralmente)

C’è poi la questione del peso. Un e-reader pesa 200 grammi, sia che contenga un solo romanzo rosa, sia che contenga l’intera Enciclopedia Britannica. Il peso è scollegato dal contenuto. Questo crea una dissonanza cognitiva: il nostro cervello non percepisce la “gravità” di ciò che sta leggendo. Guerra e Pace pesa come un volantino pubblicitario, in digitale.

Un libro fisico ha un corpo. Quando prendi in mano un volume di 800 pagine, senti fisicamente la fatica dell’autore e la complessità della storia. Il peso ti dice: “Qui c’è tanto. Qui ci vuole impegno”. E man mano che leggi, c’è una soddisfazione tattile che nessun Kindle potrà mai darti: lo spostamento di spessore. La mano sinistra, che tiene le pagine già lette, diventa sempre più pesante. La mano destra, che tiene quelle da leggere, diventa sempre più leggera. È una “barra di avanzamento” fisica, reale. Senti, letteralmente, di aver compiuto un viaggio. Senti quanto manca alla fine non guardando una percentuale (“43%”), ma sentendo lo spessore della carta tra le dita.

Il libro è un oggetto tridimensionale che occupa spazio nel mondo. E occupando spazio, chiede rispetto. Un file pdf si perde in una cartella. Un libro sul comodino ti guarda. Ti ricorda che c’è una storia che ti aspetta. È una presenza domestica.

Il rumore bianco della lettura

Avete mai fatto caso al suono della lettura? Il digitale è muto (a meno che non sia un audiolibro, ma quella è un’altra esperienza). Il “tap” sullo schermo è un suono sordo, meccanico. Il libro canta. C’è il fruscio secco della pagina che viene girata. C’è il crepitio della rilegatura che si assesta quando apri il libro per la prima volta (quel “crac” di cui parlavamo, che per me è musica). C’è il suono della carta ruvida che sfrega contro l’altra carta.

In una stanza silenziosa, di notte, il rumore delle pagine è un metronomo che scandisce il tempo interiore. È un rumore bianco, ipnotico, che calma il battito cardiaco. È il suono di qualcuno che sta pensando. A volte, quando sono nervoso, prendo un libro e lo sfoglio velocemente vicino all’orecchio, solo per sentire quel vento di carta. Mi calma all’istante. È come il rumore delle onde, ma fatto di cellulosa.

I miei libri come oggetti da toccare

Quando ho progettato Canti di notte e Non pettinarti prima di partire, ho litigato (metaforicamente) con chi voleva risparmiare sulla stampa. “Usa una carta più leggera, costa meno”. “Fai la copertina lucida, attira di più”. Ho detto di no.

Volevo che i miei libri fossero esperienze tattili. Ho scelto una carta che avesse una certa ruvidità, che fosse color crema e non bianco ghiaccio (il bianco spara negli occhi, il crema accoglie). Ho voluto una copertina che fosse piacevole da accarezzare. Perché so che questi libri li terrete in mano, magari a letto, magari sul treno. Volevo che fossero “caldi”.

Il libro cartaceo ha una temperatura. Prende il vostro calore. Dopo mezz’ora che lo tenete in mano, il libro è tiepido. È vivo. Il metallo dell’iPad resta freddo, o si surriscalda in modo innaturale. La carta entra in simbiosi termica con il lettore. Voglio che Canti di notte sia un oggetto che vi fa compagnia anche solo stando lì, chiuso, sul divano accanto a voi. Come un gatto che dorme.

La memoria sensoriale e l’eredità

C’è un ultimo aspetto, forse il più importante. La durata. Il digitale è effimero per definizione. I formati cambiano. I file si corrompono. Gli account vengono bloccati. Tra cinquant’anni, chi avrà la password del vostro cloud? E anche se l’avesse, quei file avranno ancora senso? Un libro di carta è una capsula del tempo. Se lo trattate bene (o anche male, come vi ho invitato a fare), durerà secoli.

Io ho in casa libri che appartenevano a mio nonno. Quando li apro, trovo le sue sottolineature a matita. Trovo, a volte, una lista della spesa dimenticata dentro come segnalibro nel 1965. E sento il suo odore. O l’odore della casa dove viveva. Quel libro è un pezzo di lui. È un’eredità fisica.

Io scrivo libri cartacei perché spero, egoisticamente, di finire nella libreria dei vostri nipoti. Spero che un giorno, nel 2080, qualcuno trovi una copia ingiallita di Non pettinarti prima di partire in un mercatino, la apra, senta profumo di vaniglia vecchia e dica: “Chissà chi era questo Giorgio. Chissà chi ha letto questo libro prima di me”. Voglio essere un fantasma di carta, non un fantasma di bit.

Il digitale non ha fantasmi. Cancelli il file ed è sparito nel nulla. Il libro resta. Il libro testimonia.

Un rifugio sensoriale in un mondo asettico

In conclusione, non vi sto dicendo di buttare via il Kindle. È comodo in viaggio, lo ammetto. Ma vi sto invitando a non perdere il contatto con la materia. La “società immediata” ci vuole smaterializzati. Ci vuole teste fluttuanti nel cyberspazio. Il libro ci riporta a terra. Ci ricorda che abbiamo mani, naso, orecchie.

Leggere un libro di carta è un atto di resistenza sensoriale. È dire: “Voglio sentire il peso delle idee”. È dire: “Voglio annusare la storia”. È dire: “Voglio lasciare un segno fisico del mio passaggio (una piega, una macchia, una nota)”.

Stasera, fate un esperimento. Spegnete tutti gli schermi un’ora prima di dormire. Prendete un libro. Uno qualsiasi, purché sia di carta. Apritelo a caso e affondateci il naso. Sentite quel profumo? Quello è il profumo dell’umanità che non si arrende all’oblio. È il profumo di una tecnologia che non ha bisogno di essere ricaricata, perché si ricarica con la vostra immaginazione.

Teneteli stretti, i vostri libri. Costruiteli, i vostri rifugi di carta. Perché quando salterà la corrente, o quando il server andrà in down, loro saranno ancora lì, pronti a raccontarvi una storia, alla luce di una candela.

Buona lettura (e buona annusata). Giorgio.

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