
C’è una dittatura, nella nostra società, che è ancora più sottile e pervasiva di quella della produttività o dell’estetica: è la dittatura del Sole. Avete mai fatto caso a come salutiamo una giornata di cielo azzurro? “Che bella giornata!”, diciamo. E come salutiamo una giornata di pioggia? “Che brutto tempo”. È un automatismo linguistico che abbiamo assorbito fin da bambini. Sole = Bene. Pioggia = Male. Sole = Energia, vita, ottimismo. Pioggia = Tristezza, noia, ostacolo.
Io, Giorgio Cardellino, oggi voglio fare coming out. Voglio confessare una mia devianza sociale. Io amo la pioggia. Non la sopporto, non la tollero: la amo. Quando mi sveglio la mattina e sento quel rumore ritmico, quel crepitio insistente sul tetto o sul davanzale, il mio cuore non affonda. Si alleggerisce. Mentre il resto del mondo impreca cercando l’ombrello o temendo il traffico, io sorrido mentre preparo il caffè. Perché per me, una giornata di pioggia non è una giornata rovinata. È una giornata salvata.
Oggi voglio spiegarvi perché. Voglio spiegarvi perché la pioggia è l’unico fenomeno atmosferico capace di costringerci a essere onesti con noi stessi. E voglio dirvi perché, se amate i miei libri, molto probabilmente siete anche voi dei “pluviofili” sotto copertura.
Il Grande Rallentamento
La prima cosa che la pioggia fa, con una potenza che nessuna legge umana possiede, è rallentare il mondo. Nella “società immediata”, tutto corre. Tutto è accelerato. Dobbiamo essere ovunque, fare tutto, essere performanti. Il sole è il carburante di questa corsa: ci spinge fuori, ci espone, ci chiede di brillare. “Esci! Fatti vedere! Corri al parco! Sii felice!”.
La pioggia è un semaforo rosso naturale. La pioggia dice: “Ferma”. Avete notato come cambia l’acustica di una città quando piove? I rumori si attutiscono. L’acqua crea un tappeto sonoro che copre le frequenze più aspre. Le auto vanno più piano. La gente smette di urlare al cellulare per strada e corre a ripararsi. I parchi si svuotano. Le piazze tornano a essere spazi di pietra lucida e silenziosa.
Per chi, come me, sente il peso della frenesia moderna, la pioggia è un’autorizzazione. È come se il cielo firmasse una giustificazione universale: “Oggi non devi correre. Oggi puoi stare fermo. Oggi il mondo là fuori è ostile, quindi hai il diritto sacrosanto di restare nel tuo guscio”. È un sollievo fisico. La pressione sociale cala insieme alla pressione barometrica. Nessuno si aspetta che tu sia “scintillante” in un giorno di pioggia. Ti è permesso essere riflessivo, un po’ spento, lento. In un mondo che ci vuole sempre accesi, la pioggia è l’interruttore che ci permette di andare in stand-by senza sensi di colpa.
Malinconia non è tristezza (è un lusso)
L’accusa principale che si muove alla pioggia è che “mette tristezza”. Questo è un errore semantico fondamentale. La pioggia non porta tristezza. Porta malinconia. E tra le due c’è un abisso.
La tristezza è un dolore, una mancanza, un buco nell’anima che fa male. La malinconia, come diceva Victor Hugo, è “la felicità di essere tristi”. È uno stato d’animo nobile, dolce, creativo. È quella sensazione di struggimento che non ti abbatte, ma ti rende più sensibile, più poroso. Quando piove, i colori del mondo diventano più saturi, più profondi. Il verde degli alberi esplode contro il grigio del cielo. L’asfalto diventa uno specchio. La malinconia fa la stessa cosa con i nostri pensieri: li rende più vividi.
Il sole appiattisce. La luce diretta a mezzogiorno elimina le ombre e appiattisce i volumi. La pioggia, con la sua luce diffusa e morbida, rivela le sfumature. Nei giorni di pioggia, siamo portati naturalmente all’introspezione. Non possiamo guardare fuori (o meglio, la vista è offuscata), quindi guardiamo dentro. È il momento in cui ci chiediamo come stiamo davvero. È il momento in cui i ricordi affiorano. Per questo molti temono la pioggia: perché temono di guardarsi dentro. Temono il silenzio interiore che l’acqua porta con sé. Preferiscono il rumore del sole che distrae. Ma io, che ho fatto del “capire il mondo” la mia missione, ho bisogno di quella malinconia come dell’ossigeno.
Dentro e Fuori: la pioggia lava via le maschere
C’è un aspetto simbolico potentissimo nella pioggia: la pulizia. L’acqua lava via la polvere dalle strade, lo smog dall’aria, la sporcizia dai marciapiedi. Metaforicamente, lava via anche le nostre maschere. Avete mai notato come cambia l’atteggiamento delle persone sotto un acquazzone improvviso? La postura impettita cade. L’arroganza sparisce. Siamo tutti goffi mentre corriamo con un giornale in testa o lottiamo con un ombrello che si rovescia. La pioggia ci rende vulnerabili e, quindi, umani. Sotto il diluvio siamo tutti uguali. Il manager in giacca e cravatta si bagna esattamente come lo studente.
E poi c’è il concetto di Rifugio. Non puoi apprezzare il calore di una casa se fuori non fa freddo. Non puoi godere della sicurezza di un tetto se fuori non c’è qualcosa da cui proteggersi. La pioggia disegna i confini. Crea una separazione netta tra il “dentro” e il “fuori”. E in quel “dentro”, ci sentiamo protetti. È un ritorno al grembo materno. Il rumore della pioggia è rumore bianco, ipnotico, rassicurante. Ci dice: “Tu sei qui, al sicuro. Il caos è fuori”. È in questo spazio protetto, in questa tana calda, che nasce la creatività.
L’habitat naturale dei miei libri
Spesso mi chiedono: “Giorgio, qual è il momento migliore per leggere i tuoi libri?”. Potrei rispondere: “Sempre”. Ma se voglio essere onesto, devo dire: “Quando piove”.
I miei libri, Canti di notte e Non pettinarti prima di partire, non sono libri da spiaggia. Non sono libri da leggere sotto l’ombrellone, con gli occhiali da sole, tra un bagno e una partita a racchettoni. La luce del sole è troppo forte per le mie parole. Le mie parole hanno bisogno di penombra.
Immaginate la scena perfetta. Fuori è novembre (o un aprile capriccioso). Il cielo è color piombo. La pioggia batte contro i vetri con quel suono che varia d’intensità, ora un sussurro, ora uno scroscio violento. Siete in casa. Avete spento la televisione. Il telefono è lontano, in silenzio. Avete acceso solo una piccola lampada, quella con la luce calda, gialla, che illumina solo un angolo della stanza. Siete seduti sulla vostra poltrona preferita, o magari raggomitolati sul divano con una coperta sulle gambe. C’è una tazza che fuma sul tavolino. Tè, caffè, cioccolata, un bicchiere di vino rosso. Non importa cosa, purché sia un conforto.
Ecco. Questo è il palcoscenico. In questo silenzio ovattato, aprite Canti di notte. Leggete una poesia che parla del 1985. Il rumore della pioggia fuori si mescola con la voce che avete in testa. La malinconia dell’atmosfera si aggancia alla nostalgia del testo. Non state solo leggendo. State sentendo. Le parole entrano più a fondo, perché la vostra corazza è stata ammorbidita dall’umidità. È un’esperienza immersiva. È come se io e voi fossimo seduti in quella stanza, a guardare fuori, parlando sottovoce mentre il mondo si lava.
O prendete Non pettinarti prima di partire. Leggete il capitolo sulla lentezza proprio mentre la pioggia vi sta costringendo a essere lenti. Il libro e la realtà risuonano insieme. La pioggia è la colonna sonora ufficiale della mia scrittura.
L’odore del Petricore e la tribù segreta
C’è una parola bellissima, che pochi conoscono ma che tutti abbiamo sperimentato: Petricore. È il profumo della terra bagnata dopo la pioggia. Quell’odore di asfalto umido, di erba risvegliata, di polvere che si fa fango. Per noi amanti della pioggia (i “pluviofili”), quel profumo è la droga più potente. È un profumo antico, ancestrale. Ci ricorda che siamo fatti di terra e acqua.
Noi pluviofili siamo una tribù segreta. Ci riconosciamo dagli sguardi. Siamo quelli che, quando inizia a piovere, non corrono subito a coprirsi, ma alzano per un secondo la faccia verso il cielo, chiudendo gli occhi. Siamo quelli che amano camminare sotto la pioggia leggera, sentendo le gocce come carezze e non come proiettili. Siamo quelli che trovano romantico un temporale e noiosa una settimana di sole ininterrotto.
Essere pluviofili significa avere una predisposizione naturale per la profondità. Significa non aver paura del grigio, perché sappiamo che il grigio contiene tutti i colori. Significa saper stare da soli. Significa amare i libri, il cinema, le conversazioni lunghe, il silenzio.
Se vi riconoscete in questa descrizione, sappiate che non siete sbagliati. Non siete “depressi”. Siete solo persone che hanno bisogno di un meteo diverso per fiorire. I fiori di campo hanno bisogno del sole. I muschi e le felci, piante antiche e resistenti, hanno bisogno dell’ombra e dell’acqua. Noi siamo felci in un mondo di girasoli. Ed è bellissimo così.
Un invito a farsi vivi (tra una goccia e l’altra)
Ho scritto questo elogio della pioggia guardando fuori dalla mia finestra, mentre Torino è avvolta in una nebbia umida che mi fa sentire a casa. E mi sono chiesto: quanti di voi sono là fuori, dietro altri vetri bagnati, a pensare le stesse cose?
Vorrei fare un appello alla tribù. Se anche voi amate i giorni di pioggia. Se anche voi avete un “rifugio” dove vi nascondete quando il cielo piange. Se anche voi avete letto una mia pagina mentre fuori tuonava.
Scrivetemi. Andate alla pagina Contatti. Non serve un motivo formale. Scrivetemi solo: “Giorgio, qui piove e sto bene”. Raccontatemi qual è il vostro rituale della pioggia. Cosa bevete? Cosa ascoltate? Quale libro tenete sul comodino per le notti di tempesta? Oppure, se odiate la pioggia, scrivetemi perché. Ditemi cosa vi fa paura di quel silenzio.
Mi piacerebbe raccogliere queste “cartoline dal maltempo”. Perché credo che, in fondo, siamo tutti gocce della stessa pioggia, che cadono solitarie ma finiscono per unirsi nello stesso mare.
Vi auguro un autunno nell’anima, anche se fuori è estate. Vi auguro di trovare il tempo di guardare una goccia che scivola sul vetro e fare a gara con lei. Vi auguro buona lettura, al caldo, mentre fuori il mondo rallenta.
A presto, Giorgio.