
C’è un’immagine romantica che il cinema ci ha venduto per decenni. Lo scrittore tormentato, seduto davanti alla macchina da scrivere (o al Mac, nelle versioni moderne), con la camicia sbottonata, un bicchiere di whisky mezzo vuoto e lo sguardo fisso nel vuoto, in attesa che la Musa scenda dal soffitto e gli sussurri l’incipit del capolavoro del secolo. In questa narrazione, il nemico è il “Foglio Bianco”. Il Foglio Bianco è visto come un deserto arido. Lo scrittore è bloccato perché non ha idee. È vuoto. Ha esaurito le parole.
Beh, lasciate che ve lo dica con la franchezza brutale che ho promesso di usare in questo blog: sono tutte sciocchezze. Scrivo da quarant’anni. Ho riempito quaderni, file, tovaglioli di carta. E vi posso assicurare che il problema non è quasi mai la mancanza di idee. Il mondo è troppo pieno di storie per rimanere a secco. Basta guardare fuori dalla finestra, basta ascoltare un dialogo al bar, basta ricordare un dolore di vent’anni fa. Le idee pullulano, sono ovunque, come batteri.
La vertigine che provo quando apro un nuovo documento Word e vedo quel cursore lampeggiare ritmicamente – blink, blink, blink – non è la paura del vuoto. È una paura molto più insidiosa, paralizzante e terribile. È la paura del pieno. È la paura di scrivere qualcosa che sia falso. È la paura di non essere abbastanza vero.
Oggi voglio farvi una confessione d’autore. Voglio portarvi dentro la sala macchine delle mie insicurezze, perché sono convinto che questa paralisi non riguardi solo chi scrive romanzi o poesie, ma riguardi chiunque stia cercando di vivere una vita autentica e si senta bloccato.
Il mito del “Blocco dello Scrittore”: una diagnosi sbagliata
Chiamiamo “blocco dello scrittore” quel momento in cui le mani restano sospese sulla tastiera e nulla esce. Ma è una diagnosi sbagliata. Non è un blocco idraulico, dove non c’è acqua nel tubo. È un ingorgo. C’è troppa acqua, e c’è una valvola chiusa a doppia mandata. Quella valvola si chiama Autocritica. O, se preferite, il Giudice Interiore.
Nella “società immediata”, siamo addestrati a performare. Siamo addestrati a mostrare solo il risultato finale, lucido e perfetto. Vediamo i libri finiti sugli scaffali, non vediamo i cestini pieni di carte stracciate. Vediamo gli atleti vincere le medaglie, non vediamo gli allenamenti falliti. Questo crea un’aspettativa mostruosa. Quando mi siedo a scrivere, una vocina nella mia testa (il Giudice) inizia a sussurrare ancora prima che io abbia digitato la prima lettera: “Deve essere bello. Deve essere intelligente. Deve piacere a tutti. Non deve essere banale. Chi ti credi di essere per scrivere questo? È già stato detto meglio da qualcun altro.”
Questa voce non cerca la verità. Cerca la perfezione. E la perfezione è sterile. Se ascolto quella voce, mi blocco. Non perché non so cosa dire, ma perché qualsiasi cosa io possa dire mi sembra inadeguata, sporca, piccola. La paura del foglio bianco è, in realtà, la paura di deludere quell’immagine idealizzata di noi stessi che vorremmo proiettare sul mondo.
La paura di essere un impostore (o un fiore di plastica)
La mia ossessione, come sapete se mi leggete da un po’, è la Verità. In Non pettinarti prima di partire, invito a mostrarsi spettinati. Ma predicare è facile, razzolare è difficilissimo. Anche io, quando scrivo, ho la tentazione di “pettinarmi”. Ho la tentazione di usare una parola difficile per sembrare colto. Ho la tentazione di edulcorare un ricordo per non sembrare cattivo. Ho la tentazione di scrivere ciò che penso che voi vogliate leggere, invece di ciò che io sento davvero.
È qui che nasce la vera paura. Ho il terrore di rileggermi e di trovare un fiore di plastica. Un testo tecnicamente perfetto, grammaticalmente ineccepibile, ma morto. Senza profumo. Senza linfa. Preferisco scrivere una frase sgrammaticata che sanguina, piuttosto che una pagina di bella prosa che non dice nulla.
Ma essere veri fa paura. Essere veri significa mettersi nudi in piazza. Significa scrivere: “Ho invidiato il mio migliore amico”, oppure “Ho amato una donna solo per non stare solo”, oppure “Ho paura di morire e che nessuno si ricordi di me”. Scrivere queste cose richiede un coraggio fisico. La mano trema. Il Giudice urla: “Non puoi scrivere questo! Cosa penseranno di te?”. Ecco il blocco. Il blocco è la paura del giudizio. Non del giudizio sulla qualità della scrittura (chissenefrega se scrivo male), ma del giudizio sulla qualità della mia anima.
La mia strategia di sopravvivenza: la “Bozza Spazzatura”
Come ne esco? Come ho fatto a scrivere due libri e centinaia di articoli se ho tutta questa paura addosso? Ho sviluppato una tecnica. O meglio, un patto con me stesso. La chiamo la tecnica della Bozza Spazzatura (o, per essere più coloriti, la “Bozza di Vomito”).
Quando inizio un nuovo testo, do al Giudice Interiore un permesso speciale: “Ok, Giudice, ascolta. Adesso io scrivo per 30 minuti. E ti prometto solennemente che scriverò la cosa più brutta, banale, stupida e sgrammaticata della storia della letteratura. Sarà spazzatura pura. Contento?” Il Giudice, spiazzato, di solito si zittisce. Se l’obiettivo è scrivere male, non può criticarmi.
E così inizio. Scrivo senza rileggere. Scrivo di getto. Scrivo cose orribili tipo: “Allora, c’è questo tizio che è triste, boh, forse piove, mi sento uno schifo, non so cosa dire, ma ricordo quella volta che…” Lascio uscire l’acqua sporca. È come aprire un rubinetto in una casa disabitata da anni. L’acqua che esce all’inizio è marrone, piena di ruggine e terra. Se la chiudi subito perché “fa schifo”, non berrai mai. Devi lasciarla scorrere. Devi avere il coraggio di guardare quell’acqua marrone scorrere sul foglio bianco.
E poi, miracolosamente, dopo un po’ l’acqua si schiarisce. Tra dieci frasi banali, ne spunta una vera. Tra un cliché e l’altro, spunta un ricordo autentico, un dettaglio vivo. Lì capisco che ho superato il blocco. Ho ingannato la paura accettando l’imperfezione. Una volta che la verità è sulla pagina, anche se è grezza, posso lavorarci. Posso “scolpirla”. Ma non puoi scolpire il vuoto. Devi prima buttare giù la materia, anche se è fango.
Non riguarda solo la scrittura: riguarda la vita
So che molti di voi non sono scrittori di professione. Ma so anche che questa paura la conoscete benissimo. È la stessa paura che vi blocca quando volete dire a qualcuno “Ti amo” e restate in silenzio perché temete che non sia il momento perfetto, o le parole perfette. È la paura che vi impedisce di presentare un progetto al lavoro perché “non è ancora pronto al 100%”. È la paura che vi fa vestire, parlare e agire come tutti gli altri, perché essere “spettinati” vi espone al rischio di essere visti per quello che siete.
Il “Foglio Bianco” è la metafora di ogni nuovo inizio. È la metafora di ogni volta che dobbiamo esporci. E il blocco è sempre lo stesso: l’eccesso di autocritica. Pensiamo che, se non possiamo essere eccellenti, allora è meglio non essere nulla. Meglio il silenzio del rischio. Ma il silenzio è la morte dell’anima.
Voglio dirvi una cosa che vorrei che qualcuno avesse detto a me quarant’anni fa: il mondo non ha bisogno della vostra perfezione. Ha bisogno della vostra presenza. Il mondo non ha bisogno di un’altra lettera d’amore copiata da Google. Ha bisogno della vostra lettera d’amore stentata, con le cancellature, che dice esattamente quello che provate. Il mondo non ha bisogno di un altro dipendente robotico. Ha bisogno della vostra idea strampalata.
Un incoraggiamento a sporcare il foglio
Se oggi vi sentite bloccati in qualche area della vostra vita, provate ad applicare la tecnica della Bozza Spazzatura. Ditevi: “Oggi lo faccio male. Oggi lo faccio imperfetto. Oggi accetto di essere goffo, di balbettare, di sbagliare colore.” Abbassate l’asticella. Toglietela proprio. L’obiettivo non è saltare in alto. L’obiettivo è muoversi.
Quando scrivo i testi di Canti di notte, spesso le versioni originali sono piene di ingenuità, di rabbia mal gestita, di confusione. Ma è proprio in quella confusione che risiede l’energia. Se avessi aspettato di avere la poesia perfetta in testa prima di scriverla, il libro sarebbe composto da pagine bianche. Ho accettato di essere vulnerabile. Ho accettato che qualcuno potesse leggere e dire: “Qui Giorgio ha esagerato” o “Qui è stato debole”. Amen. Almeno sono stato vero. Almeno non sono stato un fiore di plastica.
L’antidoto al giudizio è la condivisione
La paura del giudizio cresce nel buio e nella solitudine. Il Giudice Interiore è un bullo che ti aggredisce quando sei solo nella stanza. Ma se accendi la luce e apri la porta, il bullo perde potere.
Per questo vi invito sempre a scrivermi. Non è una strategia di marketing. È un modo per creare una comunità di persone “spettinate” che si supportano a vicenda. Quando mi scrivete “Giorgio, ho paura di non valere niente”, state già sconfiggendo la paura, perché l’avete nominata e condivisa.
Oggi voglio lanciare un invito speciale a tutti i “bloccati”. A chi ha un romanzo nel cassetto e non lo tira fuori. A chi vorrebbe dipingere ma ha paura di sporcare la tela. A chi vorrebbe cambiare vita ma ha paura di fallire.
Scrivetemi. Andate alla pagina Contatti. Non mandatemi il vostro capolavoro. Mandatemi la vostra “spazzatura”. Scrivetemi: “Giorgio, ecco la cosa peggiore che ho scritto oggi”. Oppure: “Ecco la mia paura più stupida”. Fatelo come atto di liberazione.
Vi prometto che non vi giudicherò. Vi prometto che leggerò con gli occhi di chi sa quanto è difficile sporcare quel maledetto foglio bianco. E forse, vedendo che non crolla il mondo se siete imperfetti, troverete il coraggio di scrivere la frase successiva. E poi quella dopo. Fino a trovare la vostra verità.
Il foglio bianco non morde. Il silenzio sì. Rompete il silenzio. Anche con un rumore sgraziato. Ma rompetelo. Sono qui ad ascoltare il vostro rumore.