
Vi siete mai chiesti dove vanno a finire tutte le parole che leggiamo ogni giorno? Provate a fare un calcolo approssimativo. Tra messaggi WhatsApp, email di lavoro, post sui social media, notizie scorse velocemente sullo schermo del telefono, cartelloni pubblicitari e sottotitoli di serie TV, i nostri occhi macinano milioni di parole ogni anno. Siamo investiti da un fiume in piena, costante, rumoroso, inarrestabile. Eppure, se vi chiedessi di dirmi cosa avete letto ieri mattina, probabilmente fareste scena muta. Il fiume è passato, ma l’alveo è rimasto asciutto. Quelle parole sono passate attraverso di voi senza lasciare traccia, come acqua su un vetro impermeabile.
Però, c’è un “però”. C’è quella frase di una canzone che non sentivate da vent’anni, che improvvisamente vi torna in mente mentre siete in coda nel traffico e vi stringe la gola. C’è quel verso di una poesia letto al liceo che, chissà perché, è rimasto impigliato in un angolo della memoria e ogni tanto rispunta fuori come un vecchio amico. C’è quel passaggio di un romanzo che avete sottolineato a matita e che, rileggendolo oggi, vi sembra scritto apposta per voi, adesso.
Perché succede? Qual è la chimica segreta che rende alcune parole indelebili e condanna tutte le altre all’oblio immediato? Dal mio punto di vista di autore, di uomo che ha dedicato la vita a cercare le parole giuste, questa è la domanda delle domande. Non è una questione di stile, di grammatica perfetta o di vocabolario forbito. È qualcosa di molto più viscerale. Oggi voglio provare a darvi la mia risposta. Voglio spiegarvi perché, quando scrivo per Canti di notte o per Non pettinarti prima di partire, non cerco di essere “bello”, ma cerco di essere “indimenticabile” nel senso letterale del termine: impossibile da dimenticare.
La differenza tra consumare e nutrire
Viviamo nella “società immediata”, un sistema progettato per il consumo rapido. Le parole, in questo sistema, sono merce usa e getta. Sono progettate per catturare la vostra attenzione per tre secondi (il tempo di un click o di un like) e poi sparire per lasciare posto ad altre parole. Sono parole-snack: saporite, piene di esaltatori di sapidità artificiali, ma nutrizionalmente vuote. Vi riempiono per un attimo, ma vi lasciano affamati.
Le parole che “restano”, invece, sono cibo. Sono pane. Sono parole che richiedono masticazione. La prima grande differenza sta nell’intenzione con cui vengono scritte. Se scrivo per venderti qualcosa o per elemosinare la tua approvazione, le mie parole saranno leggere, volatili. Spariranno appena avrò ottenuto (o fallito) il mio scopo. Ma se scrivo per nutrirti, se scrivo perché ho un’urgenza di condividere un pezzo di vita, allora quelle parole hanno un peso specifico diverso. Hanno una densità.
Le parole che restano sono quelle che hanno il coraggio di pesare. E cosa dà peso alle parole? Quattro elementi fondamentali, che sono i pilastri della mia scrittura: l’Autenticità, l’Esperienza, l’Immaginazione e la Connessione.
1. L’Autenticità: il sangue nell’inchiostro
Il primo motivo per cui una parola resta è perché è “sporca” di verità. Il lettore, anche il più distratto, ha un sesto senso infallibile per la menzogna. Se io scrivo una poesia sul dolore, ma mentre la scrivo sto pensando alla lista della spesa, voi lo sentirete. Sentirete che è un esercizio di stile, freddo, accademico. Quella poesia scivolerà via.
Ma se io scrivo del dolore mentre lo sto provando, o mentre lo sto rievocando con una forza tale da farmi tremare le mani, allora succede qualcosa di magico. L’inchiostro si mischia metaforicamente col sangue (o con le lacrime, o con il sudore). Le parole autentiche sono quelle che costano qualcosa all’autore. C’è un prezzo da pagare per scrivere frasi che restano: bisogna mettersi a nudo. Bisogna “non pettinarsi”. Quando leggete una mia frase e sentite un brivido, è perché io quel brivido l’ho sentito prima di voi. È un trasferimento di energia. L’autenticità è il gancio che si pianta nella memoria. Ci ricordiamo di chi ci ha detto la verità, anche se faceva male. Dimentichiamo istantaneamente chi ci ha fatto i complimenti falsi.
2. L’Esperienza: il profumo del vissuto
Le parole astratte volano via. Le parole concrete restano. “L’amore è un sentimento complesso” è una frase che dimenticherete tra dieci secondi. È vera, ma è astratta. “L’amore è il rumore delle tue chiavi nella toppa quando pensavo che non saresti più tornata” è una frase che ha molte più probabilità di restare.
Perché? Perché evoca un’esperienza. In Canti di notte, quando attraverso i decenni dal 1979 al 2022, cerco sempre di ancorare le emozioni a dettagli fisici, sensoriali. Non parlo della “nostalgia degli anni ’80” in generale. Parlo di quella specifica canzone che usciva dai finestrini abbassati, dell’odore dell’asfalto rovente, della consistenza dei gettoni telefonici. La memoria umana funziona per immagini e sensazioni, non per concetti logici. Le parole che restano sono quelle che riescono a riattivare i vostri sensi. Se leggendo riuscite a vedere, sentire o toccare ciò che scrivo, allora quella pagina diventerà parte della vostra esperienza. Non sarà più “una cosa che ha scritto Giorgio”, diventerà “una cosa che ho vissuto io leggendo”. Il vissuto è la colla della memoria.
3. L’Immaginazione: aprire la porta del possibile
Potrebbe sembrare in contraddizione con il punto precedente, ma non lo è. Le parole restano anche quando sanno portarci dove non siamo mai stati. “Ciò che immagino e sogno” è una componente fondamentale della mia poetica. La realtà nuda e cruda, a volte, è una prigione. È troppo stretta. Abbiamo bisogno di evadere, di espanderci.
Le parole che restano sono quelle che aprono una finestra nel muro cieco della quotidianità. Sono le parole che danno forma ai nostri desideri inconfessabili, alle nostre paure irrazionali, ai nostri sogni di gloria o di pace. L’immaginazione è ciò che trasforma un fatto di cronaca in una leggenda, una vita banale in un destino. Quando scrivo un racconto, uso l’immaginazione per colorare i bordi grigi della realtà. Se riesco a farvi sognare per un attimo, se riesco a portarvi in quel “mondo interiore” fatto di galassie e radici di cui parlo spesso, allora avrò lasciato un segno. Ci ricordiamo i sogni che facciamo ad occhi aperti molto più vividamente dei fogli Excel che compiliamo al lavoro. Le parole che sanno far sognare hanno il passaporto per l’eternità.
4. La Connessione: “Anche tu?”
Infine, il motivo più potente. Le parole restano quando ci fanno sentire meno soli. C’è un momento preciso nella lettura, un “click” quasi udibile, in cui il lettore si ferma, alza gli occhi dalla pagina e pensa: “Mio Dio, ma allora non sono l’unico. Anche lui si sente così. Anche tu?”.
Questo è il miracolo della connessione. La solitudine è la grande malattia del nostro tempo. Ognuno chiuso nel suo guscio, convinto che le proprie inadeguatezze siano mostruose e uniche. Quando un autore ha il coraggio di scrivere la propria fragilità, libera il lettore dalla vergogna. Le parole che restano sono quelle che ci hanno consolato. Quelle che ci hanno detto: “Ti vedo. Ti capisco. Sono qui con te”.
Le mie poesie più lette e condivise non sono quelle stilisticamente perfette. Sono quelle che parlano di smarrimento, di paura del futuro, di amore imperfetto. Sono quelle in cui ho ammesso di essere debole. Quelle parole restano perché diventano amiche. Non le memorizzate con il cervello, le ospitate nel cuore. Diventano parte del vostro arredamento interiore.
La responsabilità dell’autore (e del lettore)
Sapere tutto questo mi carica di una grande responsabilità. So che non posso sprecare il vostro tempo. So che se scrivo “parole vuote”, sto contribuendo al rumore di fondo che ci sta assordando tutti. Per questo scrivo poco, e lentamente. Per questo rivedo, cancello, limo. Cerco di togliere tutto ciò che non è essenziale, tutto ciò che è solo decorazione, per lasciarvi solo l’osso, la sostanza che può nutrire.
Ma c’è anche una responsabilità del lettore. Voi avete il potere di scegliere quali parole far restare. Potete scegliere di nutrirvi solo di scroll veloci, e allora la vostra memoria sarà un deserto ventoso. Oppure potete scegliere di fermarvi. Di dedicare tempo a testi che chiedono attenzione. Potete scegliere di sottolineare, di copiare su un taccuino, di rileggere. La memoria è un muscolo che va allenato con la bellezza e la verità. Se trattate le parole come spazzatura, diventeranno spazzatura. Se le trattate come tesori, brilleranno per sempre.
Un archivio di parole salvate
Io immagino i miei lettori non come consumatori, ma come custodi. Immagino che ognuno di voi abbia, da qualche parte nella testa o in un cassetto, un piccolo archivio di parole salvate. Frasi che vi hanno aiutato in un momento buio, versi che avete dedicato a qualcuno che amavate, storie che vi hanno fatto compagnia in un viaggio.
Mi piace pensare che, in qualche piccolo scaffale di questo archivio invisibile, ci sia anche una mia frase. Magari una sola riga. Magari tre parole. Non mi serve di più. Non scrivo per essere studiato nelle antologie scolastiche. Scrivo per essere quel bigliettino stropicciato che tenete nel portafogli perché c’è scritta una cosa che vi fa stare bene. Quella è l’unica immortalità a cui aspiro. L’immortalità dell’utilità emotiva.
Ora tocca a te: cosa è rimasto?
Ho parlato molto, ho cercato di spiegarvi la teoria. Ma la prova del nove siete voi. Voglio chiudere questo ciclo di riflessioni con una richiesta diretta, personale, da autore a lettore, da uomo a uomo (o donna).
Se mi seguite, se avete letto Canti di notte o Non pettinarti prima di partire, o anche solo se avete letto questi articoli sul blog, c’è qualcosa che è “rimasto”? C’è una frase, un concetto, un’immagine che non è scivolata via? Qualcosa che vi siete portati dietro nella giornata, che vi è tornato in mente mentre facevate altro?
Vorrei che me la scriveste. Andate alla pagina Contatti. Non serve che scriviate una recensione formale. Scrivetemi solo la frase. O il concetto. Ditemi: “Giorgio, mi è rimasto impresso quando hai detto che…” E, se vi va, ditemi perché. Perché proprio quella? Che corda ha toccato? Che ricordo ha svegliato?
Per me, leggere le vostre risposte è la conferma che il cerchio si è chiuso. È la prova che le parole non sono sparite, ma hanno trovato una nuova casa: voi. È il regalo più grande che potete fare a chi scrive: dimostrargli che non ha scritto nel vuoto.
Aspetto le vostre parole salvate. Restiamo in contatto, restiamo umani, restiamo veri. Grazie per questo viaggio insieme.