Ho capito una cosa: la scrittura è un ponte (e ti spiego come lo costruisco)

C’è un’immagine romantica e un po’ stereotipata dello scrittore che ci portiamo dietro da secoli. È l’immagine dell’uomo chiuso nella sua torre d’avorio, o nella sua soffitta bohémien, isolato dal mondo, che scrive per se stesso o per un ideale astratto di Arte. Uno scrittore che erige muri di libri per proteggersi dalla realtà, per non farsi toccare dalla volgarità del quotidiano. Beh, lasciate che ve lo dica subito: quel tipo di scrittore non sono io. E, onestamente, credo che quel modello non funzioni più, se mai ha funzionato.

In quarant’anni di parole, di tentativi, di fogli appallottolati e di pagine pubblicate, ho capito una cosa fondamentale. Una verità che ha cambiato radicalmente il mio modo di approcciare la pagina bianca. Ho capito che la scrittura non è una torre. Non è un muro. Non è un bunker. La scrittura è un ponte.

Se scrivo, non lo faccio per isolarmi. Lo faccio per uscire. Lo faccio perché mi trovo su una sponda (la mia interiorità, il mio vissuto) e vedo un’altra sponda lontana (voi, il mondo, la comprensione universale), e in mezzo c’è un abisso di silenzio e incomprensione. La scrittura è l’opera di ingegneria che mi permette di superare quell’abisso. È il tentativo disperato e magnifico di dire: “Io sono qui, tu sei lì, incontriamoci a metà strada”.

Oggi voglio portarvi nel mio cantiere. Voglio indossare il caschetto metaforico e spiegarvi come costruisco questi ponti. Voglio mostrarvi come collego la realtà cruda alla narrativa, l’esperienza personale al sogno, e perché questo ponte rimane incompleto finché non ci salite sopra voi.

L’ingegneria dell’anima: i piloni della Realtà

Un ponte, per stare in piedi e non crollare alla prima folata di vento, ha bisogno di piloni solidi piantati nel terreno. Non si può costruire un ponte sulle nuvole. Nella mia scrittura, i piloni sono fatti di Realtà. Spesso si pensa che la poesia o la narrativa siano “fuga dalla realtà”. Per me è l’esatto opposto. Se leggete Canti di notte o i miei racconti, noterete che c’è sempre un ancoraggio fortissimo al reale.

Non parto mai da concetti astratti come “L’Amore” o “La Morte”. Parto da un fatto. Un pilone è fatto di memoria storica: il 1979, gli anni di piombo, il cambiamento sociale, le mode che passano. Un altro pilone è fatto di esperienza sensoriale: l’odore di una stanza chiusa, il freddo di una mattina d’inverno, il rumore di una voce che si spezza. Questi sono i materiali grezzi. Sono il calcestruzzo e l’acciaio. Per costruire il ponte tra la scrittura e la vita, devo prima di tutto essere un osservatore onesto della vita. Devo “non pettinarmi”, come dico nel mio altro libro. Devo guardare la realtà in faccia, anche quando è brutta, anche quando è noiosa. Se costruissi il mio ponte basandomi su una realtà finta, idealizzata, patinata (quella dei social, per intenderci), il ponte crollerebbe sotto il peso della prima emozione vera. La mia promessa è che i miei ponti reggono il peso, perché poggiano sulla roccia del vissuto.

Le campate sospese: tra Esperienza e Narrativa

Una volta piantati i piloni della realtà, bisogna lanciare le campate. Bisogna collegare i punti. Qui entra in gioco la Narrativa, o quello che chiamo “ciò che immagino e sogno”. L’esperienza personale, da sola, è un fatto di cronaca. “Giorgio si sentiva triste il 15 novembre”. E allora? A chi importa? L’esperienza personale è un’isola. La narrativa è ciò che trasforma quell’isola in un continente accessibile a tutti.

Costruire il ponte significa prendere il mio dolore specifico e lavorarlo finché non diventa il vostro dolore. Significa prendere la mia gioia privata e allargarla finché non ci entrate dentro anche voi. È un processo di traduzione. Io non scrivo: “Mi sento solo”. Scrivo di un uomo che guarda una finestra illuminata in un palazzo di fronte e immagina la vita degli altri. In quel momento, sto lanciando il cavo d’acciaio che collega la mia solitudine alla vostra immaginazione.

Questo passaggio è delicato. Richiede equilibrio. Se resto troppo attaccato alla mia esperienza personale, il ponte è troppo corto: arrivo solo fino al mio ombelico. Se mi allontano troppo e invento tutto di sana pianta senza metterci il cuore, il ponte è troppo fragile: sembra bello, ma è di cartapesta. La magia accade quando riesco a bilanciare le due cose. Quando la storia è inventata, ma l’emozione che la muove è vera. È lì che il ponte diventa percorribile. È lì che “restituisco bellezza e verità”.

Il ponte non serve a chi lo costruisce (o almeno, non solo)

Perché si costruiscono i ponti? Non per abitarci sopra. I ponti sono luoghi di passaggio. Io costruisco ponti perché ho bisogno di uscire dalla mia testa. Il “mondo interiore” è un posto bellissimo da esplorare, come dico spesso, ma se resti chiuso lì dentro troppo a lungo, l’aria diventa viziata. Diventi prigioniero di te stesso. Scrivere è il mio modo per evadere dalla prigione dell’io e correre verso il “noi”.

Ma c’è un dettaglio fondamentale in questa metafora edilizia. Un ponte che finisce nel vuoto non è un ponte. È un trampolino per il suicidio, o un molo abbandonato. Un ponte, per definizione, deve atterrare sull’altra sponda. E chi è l’altra sponda? Siete voi.

Senza di voi, senza il lettore, il mio lavoro è strutturalmente incompleto. Posso scrivere la poesia più bella del mondo, la più “vera”, la più struggente. Ma se nessuno la legge, se nessuno la accoglie, quel ponte resta sospeso a mezz’aria. Il dialogo con chi legge non è un accessorio: è la destinazione. Ogni volta che pubblico un libro, o un articolo come questo, sto lanciando l’ultima campata del ponte verso la vostra riva. Sto aspettando che il cemento faccia presa sul vostro terreno.

Come si attraversa il ponte: il ruolo del lettore

Quando dico che “il dialogo completa il mio lavoro”, intendo dire che la scrittura è un fenomeno circolare. Io scrivo (parto da me). Il testo viaggia (il ponte). Voi leggete (arriva a voi). Voi sentite qualcosa (il ponte regge). Voi rispondete (il cerchio si chiude).

La risposta non deve essere per forza una lettera. A volte la risposta è un silenzio attento. A volte è una lacrima. A volte è un sorriso. Ma nella “società immediata”, dove tutto è rapido e impersonale, io cerco un contatto più tangibile. I ponti digitali sono freddi. Io cerco ponti umani.

Voglio sapere chi sta camminando sulla struttura che ho costruito con tanta fatica. Voglio sapere se il ponte ha retto il peso delle vostre emozioni o se ha scricchiolato. Voglio sapere se, attraversandolo, avete visto un panorama che non avevate mai notato.

Costruire ponti in un’epoca di muri

Oggi va di moda costruire muri. Muri tra le nazioni, muri tra le generazioni, muri tra le opinioni politiche. Muri digitali fatti di blocco e “non ti seguo più”. Costruire ponti è un atto di resistenza. È faticoso. Richiede manutenzione. È più facile stare sulla propria sponda e urlare contro quelli dell’altra parte. Attraversare il ponte significa mettersi in gioco, significa andare incontro all’altro, significa rischiare di cambiare idea.

La mia scrittura vuole essere questo rischio. Voglio collegare il passato col presente (Canti di notte). Voglio collegare l’apparenza con l’essenza (Non pettinarti prima di partire). Voglio collegare la mia umanità con la tua.

Il casellante non chiede pedaggio, chiede parole

Immaginate che alla fine di questo ponte ci sia un piccolo casello. Ma non c’è una sbarra, e non si pagano soldi. C’è solo un uomo – io, Giorgio – che aspetta. Il pedaggio, se proprio vogliamo chiamarlo così, è la condivisione.

Ho scritto questo articolo per dirvi che il ponte è aperto. È collaudato. È sicuro. Potete salirci quando volete. Ma non limitatevi a guardarlo da lontano. Attraversatelo. Venite a trovarmi sulla mia sponda, o permettetemi di venire sulla vostra.

Come si fa, in pratica? È molto semplice. Ho aperto un canale diretto proprio per questo. Non voglio essere un autore irraggiungibile. Voglio essere un interlocutore.

Un invito a camminare insieme

Quindi, ecco il mio invito pratico, la mano tesa alla fine del ponte. Andate alla pagina Contatti del sito. Usatela. Non pensate che serva un motivo “importante” o “professionale” per scrivermi. Il ponte regge tutto: dai camion pesanti delle proposte lavorative alle biciclette leggere delle curiosità.

Potete scrivermi per:

  1. Semplici messaggi: “Ciao Giorgio, ho letto il tuo articolo e volevo dirti che…”
  2. Curiosità: “Perché hai scritto quella frase? Cosa intendevi?”
  3. Condivisione: “Anche a me è successo, mi sono sentito così…”
  4. Proposte: “Mi piacerebbe organizzare una presentazione, un’intervista, un incontro…”
  5. Libri: “Come posso avere una copia con dedica?”

Ogni messaggio che ricevo è un passo che fate sul ponte. Ogni messaggio mi conferma che non sto scrivendo nel vuoto. Mi conferma che dall’altra parte dell’abisso c’è qualcuno che ascolta, che sente, che vive.

La scrittura è un ponte, sì. Ma un ponte deserto è la cosa più triste del mondo. Popoliamolo. Facciamolo vibrare di passi e di voci. Io ho messo i piloni, ho steso i cavi, ho asfaltato la strada. Adesso tocca a voi fare il primo passo.

Vi aspetto a metà strada. O forse, ancora meglio, vi aspetto dall’altra parte. Scrivetemi.

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