La domenica sera: quel momento in cui il mondo interiore bussa più forte

C’è un orario preciso, che cambia a seconda della stagione, ma che il nostro corpo riconosce con la precisione di un orologio atomico. D’inverno è verso le 17:00, quando il buio cala come una saracinesca improvvisa. D’estate è più tardi, verso le 20:00, quando la luce diventa viola e l’aria si ferma. È il momento in cui la Domenica smette di essere riposo e diventa attesa. È il momento in cui la festa è finita, ma la battaglia non è ancora iniziata. Siamo nella terra di nessuno.

In quel preciso istante, milioni di persone in tutto il mondo sentono la stessa cosa: un nodo allo stomaco. Un senso di vuoto. Una sottile, inspiegabile inquietudine che assomiglia alla nostalgia, ma è rivolta al futuro invece che al passato. Gli americani la chiamano Sunday Blues o Sunday Scaries. Noi potremmo chiamarla “Sindrome della Domenica Sera”. È quel momento in cui guardi la borsa del lavoro pronta all’ingresso, o lo zaino di scuola dei figli, e ti senti improvvisamente piccolo, vulnerabile, esposto.

La “società immediata” ci offre mille antidoti per non sentire questo disagio. Ci offre le serie TV in streaming per spegnere il cervello. Ci offre lo scroll infinito dei social per vedere cosa hanno fatto gli altri nel weekend. Ci offre l’alcol dell’aperitivo per stordirci. Tutto pur di non sentire quel silenzio.

Ma io, Giorgio Cardellino, oggi voglio dirvi una cosa impopolare: non scappate. Non accendete Netflix. Non versatevi quel terzo bicchiere per dimenticare che domani è lunedì. Quel nodo allo stomaco non è un nemico. È un messaggero. La domenica sera è il momento in cui le difese immunitarie del nostro ego si abbassano e la Verità, quella con la V maiuscola, riesce finalmente a bussare alla porta.

Anatomia di un’angoscia necessaria

Perché la domenica sera fa così male? Perché è un momento di bilancio. Durante la settimana corriamo. Siamo definiti da ciò che facciamo: il nostro lavoro, i nostri impegni, le scadenze. L’azione ci protegge dalle domande esistenziali. Se corro, non ho tempo di chiedermi se sto andando nella direzione giusta. Il sabato e la domenica mattina siamo definiti dal divertimento o dal riposo. Siamo distratti dal pranzo in famiglia, dalla gita, dallo sport.

Ma la domenica sera, tutto si ferma. Il fare è finito. Il divertire è finito. Rimaniamo soli con l’essere. E l’essere, spesso, è scomodo. In quel silenzio, emergono le domande che abbiamo tenuto a bada per sette giorni: “Sono felice della vita che ricomincerà domani mattina alle 7?” “Il lavoro che faccio ha senso?” “La persona che dorme accanto a me è ancora quella giusta?” “Ho sprecato questo weekend o l’ho vissuto?”

La tristezza della domenica sera non è (solo) paura del lunedì e della fatica. È la paura di accorgersi che la vita sta passando e noi non la stiamo vivendo come vorremmo. È il confronto brutale tra la persona che sognavamo di essere e quella che si sveglierà domani per timbrare il cartellino. È una vertigine.

La tentazione dell’anestesia digitale

La risposta moderna a questa vertigine è l’anestesia. Accendiamo lo schermo. “Dai, guardiamo una puntata, così non ci penso”. E una puntata diventano tre. Andiamo a letto storditi, con gli occhi che bruciano, e ci addormentiamo per sfinimento. Il lunedì mattina ci svegliamo stanchi, arrabbiati, già in ritardo. E il ciclo ricomincia.

Facendo così, abbiamo ucciso il messaggero. Abbiamo messo a tacere la nostra anima proprio nel momento in cui stava cercando di dirci qualcosa di importante. Quell’ansia non era lì per darci fastidio. Era lì per dirci: “Ehi, c’è qualcosa che non va. C’è un aggiustamento di rotta da fare. Ascoltami”. Silenziandola con l’intrattenimento passivo, ci condanniamo all’infelicità cronica. Ci condanniamo a vivere in apnea fino al prossimo venerdì sera.

L’alternativa: accogliere il buio (e accendere una luce piccola)

Cosa vi propongo, invece? Vi propongo di trasformare la domenica sera da momento di fuga a momento di rituale. Invece di combattere la malinconia, invitatela a sedersi sul divano con voi. Offritele un tè. La malinconia è una signora elegante che porta doni preziosi, se la trattate con rispetto. Il dono che porta si chiama Introspezione.

Quando sentite arrivare quell’onda di tristezza alle 18:30, fermatevi. Spegnete la TV. Lasciate il telefono in un’altra stanza. Create una penombra accogliente. E state lì. Sentite il nodo allo stomaco. Ditegli: “Ti sento. Sono qui”. Chiedetevi: “Cosa mi sta dicendo questa ansia? Di cosa ho paura esattamente?”. Spesso scoprirete che non avete paura del lavoro in sé, ma della mancanza di senso. E forse, in quel silenzio, vi verrà un’idea per cambiare qualcosa. Magari piccola. “Domani al lavoro parlerò con quel collega.” “Domani cambierò strada per andare in ufficio.” “Domani inizierò quel corso che rimando da anni.”

La domenica sera è il momento in cui si piantano i semi del cambiamento. Ma i semi hanno bisogno di buio e silenzio per germogliare, non della luce blu di uno schermo.

Scrivere per esorcizzare

Uno dei modi migliori per gestire l’energia della domenica sera è scrivere. Lo so, sembro un disco rotto, ma la scrittura è l’unico strumento che conosco per “spurgare” l’anima. Prendete un foglio (sì, quel famoso taccuino rovinato di cui parlavamo). E fate un “Inventario della settimana”.

Non scrivete la lista delle cose da fare (quella crea ansia). Scrivete la lista delle cose che avete sentito. Scrivete tre cose belle successe nel weekend. Scrivete una cosa che vi preoccupa del lunedì. Mettendola su carta, la preoccupazione esce dalla vostra testa e diventa inchiostro. Diventa un oggetto esterno. È più gestibile. “Ho paura della riunione con il capo”. Ok, è scritto. È lì sul foglio. Non è più un mostro che gira libero nel cervello. È una frase. E le frasi si possono affrontare.

Canti di notte: il libro nato di domenica

Vi svelo un segreto. Molte, moltissime poesie contenute nel mio libro Canti di notte sono nate di domenica sera. Se leggete bene, tra le righe, sentirete quell’atmosfera lì. Sentirete il suono della pioggia su una Torino deserta mentre tutti sono in casa a prepararsi per il lunedì. Sentirete il profumo del caffè riscaldato. Sentirete il ticchettio dell’orologio che sembra andare più veloce man mano che si avvicina la mezzanotte.

Ho scritto quel libro proprio per farmi compagnia in quei momenti. Scrivevo per dirmi: “Giorgio, non sei solo. Anche questa malinconia è vita. Anche questo buio è fertile”. Canti di notte non è un libro da leggere in spiaggia sotto il sole a picco. È un libro “crepuscolare”. È un libro che dà il meglio di sé proprio quando le difese si abbassano.

Una poesia specifica per stasera

Se stasera vi sentite presi da quella morsa allo stomaco, vi consiglio un esercizio di biblioterapia. Prendete la vostra copia di Canti di notte (o se non l’avete, immaginatela, o ordinatela per la prossima domenica). Andate a pagina 84. Troverete una poesia intitolata “L’inventario del silenzio” (o forse la troverete con un altro titolo, a seconda dell’edizione della vostra anima, ma il senso è quello).

È una poesia che parla proprio di scarpe. Parla delle scarpe lasciate all’ingresso, pronte per il mattino dopo. Parla di come quelle scarpe sembrino stanche ancora prima di camminare. Ma poi parla di come, dentro quelle scarpe, ci siano i nostri piedi. Piedi che hanno ballato, piedi che hanno corso, piedi che sanno dove andare anche quando la testa è confusa.

Leggere quella poesia di domenica sera è come ricevere un abbraccio da qualcuno che capisce perfettamente come ti senti. Non ti dice “andrà tutto bene” (che è una bugia consolatoria). Ti dice “siamo qui, siamo vivi, e domani cammineremo ancora”. E questo basta. Questo ti dà la forza di spegnere la luce e dormire.

Il rituale della lettura condivisa

Vorrei che la lettura diventasse il vostro scudo contro l’ansia. Immaginate se, invece di disperderci davanti a mille schermi diversi, stasera tutti noi “spettinati” aprissimo un libro. Non per forza il mio. Un libro qualsiasi. Un libro che ci ricordi che il tempo non è denaro, è emozione. Un libro che ci faccia sentire parte di una storia più grande, dove il lunedì mattina non è la fine del mondo, ma solo un cambio di capitolo.

Leggere poesia di domenica sera è un atto di resistenza. State dicendo al mondo produttivo: “Aspetta. Non sono ancora tuo. Sono ancora mio. Ho ancora uno spazio di bellezza che non puoi toccare”. È un modo per ricaricare le batterie spirituali, non solo quelle fisiche.

Non odiate la domenica

Quindi, amici miei, non odiate questa sera. Non odiate quel senso di vuoto. È lo spazio che serve per far entrare il nuovo. Se foste pieni fino all’orlo di cibo, alcol e rumore, dove potrebbe entrare la poesia? Dove potrebbe entrare l’intuizione? Il vuoto è prezioso. Custoditelo.

E se stasera il “Sunday Blues” picchia forte, fate una cosa semplice. Scrivetemi. Andate alla pagina Contatti. Scrivetemi: “Giorgio, è domenica sera e mi sento…” Ditemi come vi sentite. Condividere il peso lo dimezza. Io, probabilmente, sarò lì, davanti alla mia finestra, a guardare le luci della città, sentendo la stessa identica cosa. E vi risponderò, mentalmente o per iscritto: “Lo so. Siamo insieme in questo. Buona notte”.

Che la vostra domenica sera sia dolce, lenta e, se necessario, un po’ triste. Perché, come dicevamo, la tristezza è solo la prova che avete un cuore che funziona ancora benissimo.

A domani (che sarà un giorno bellissimo, vedrete). Giorgio.

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