L’arte perduta di ascoltare (senza preparare la risposta)

Fateci caso la prossima volta che uscite a cena con un gruppo di amici, o partecipate a una riunione di lavoro, o semplicemente vi trovate in fila alla cassa del supermercato. Osservate le conversazioni. O meglio, osservate quello che spacciamo per conversazioni. Ciò che vedrete, se guardate con attenzione, non è un dialogo. È una serie di monologhi intersecati. È un traffico caotico di parole dove nessuno dà la precedenza. Uno parla, e l’altro annuisce freneticamente, non perché sia d’accordo, ma per segnalare: “Sbrigati a finire, perché ho una cosa da dire io”. Appena c’è una pausa di mezzo secondo – un respiro, un’esitazione – l’altro si inserisce a gamba tesa, rubando la scena, spesso cambiando argomento, o riportando tutto a sé. “Sai, ieri ho avuto un mal di testa terribile…” “Ah, non dirlo a me! Io settimana scorsa ho avuto un’emicrania che…”

Ecco fatto. Il primo interlocutore è stato cancellato. Il suo dolore è diventato solo il trampolino di lancio per il dolore del secondo. Non ci stiamo parlando. Ci stiamo parlando addosso. Siamo diventati bravissimi a trasmettere, ma abbiamo completamente disimparato a ricevere. Nella “società immediata”, il silenzio è visto come un vuoto da riempire, un imbarazzo da evitare, un tempo morto. Invece, io credo che il silenzio sia l’ingrediente fondamentale dell’amore e della comprensione. Oggi voglio parlarvi dell’arte perduta di ascoltare. E voglio spiegarvi perché recuperarla è l’unico modo per sentirci meno soli.

La sindrome del “Wait to Talk”

Gli psicologi e i sociologi hanno dato un nome a questo fenomeno. Lo chiamano Wait to Talk (Aspettare per Parlare). La maggior parte delle persone, mentre l’altro parla, non sta ascoltando. Sta aspettando il proprio turno. Mentre le tue parole entrano nelle mie orecchie, il mio cervello non le sta processando per capire cosa provi. Il mio cervello è impegnatissimo a scrivere il copione della mia risposta. Sto pensando: “Che battuta intelligente posso fare adesso?”, “Come posso dimostrare che ne so più di lui?”, “Come posso girare la conversazione su di me?”.

Siamo come tennisti a rete, con la racchetta alzata, pronti a schiacciare la pallina appena supera il nastro. Ma una conversazione umana non dovrebbe essere una partita di tennis. Non ci dovrebbero essere vincenti e perdenti. Dovrebbe essere una partita a scacchi cooperativa, o meglio, una jam session musicale. Se in una band tutti suonano fortissimo e nessuno ascolta il ritmo dell’altro, non è musica. È rumore. E le nostre vite sono piene, strapiene di rumore.

Perché lo facciamo? Perché abbiamo paura. Abbiamo paura che, se stiamo zitti, diventeremo invisibili. Abbiamo un ego fragile che ha bisogno di conferme continue, di dire “Io esisto, io penso, io so”. E abbiamo paura dell’intimità. Perché ascoltare davvero qualcuno significa farlo entrare. Significa abbassare il ponte levatoio. E questo è pericoloso. Se ti ascolto davvero, il tuo dolore potrebbe toccarmi. La tua gioia potrebbe commuovermi. Potrei dover cambiare idea. Preparare la risposta è un meccanismo di difesa: ci permette di restare ancorati alle nostre certezze, impermeabili all’altro.

Ascoltare per capire, non per replicare

C’è una citazione famosa che dice: “La maggior parte delle persone non ascolta con l’intento di capire; ascolta con l’intento di rispondere”. Questa è la radice di quasi tutti i conflitti, dai litigi coniugali alle guerre tra nazioni. Se ti ascolto per risponderti, sto già cercando l’errore nel tuo ragionamento. Sono in modalità “dibattito”. Sono un avvocato della controparte. Se ti ascolto per capire, depongo le armi. Divento un esploratore. Mi chiedo: “Perché mi sta dicendo questo? Cosa c’è dietro le sue parole? Quale emozione sta provando?”.

L’ascolto vero è un atto di ospitalità. Immaginate la vostra mente come una stanza. Solitamente è piena dei vostri mobili: i vostri pregiudizi, le vostre opinioni, le vostre preoccupazioni. Quando qualcuno vi parla, cerca di entrare, ma non c’è posto. Ascoltare significa fare spazio. Significa, per un momento, spostare i mobili, mettere da parte il proprio ego, e dire: “Prego, accomodati. Per i prossimi cinque minuti, questa stanza è tua. Io non esisto. Esisti solo tu”.

È un esercizio spirituale difficilissimo. Richiede un’umiltà radicale. Richiede di accettare il silenzio. Il silenzio attivo non è mutismo. Non è stare zitti guardando il telefono. Il silenzio attivo è una presenza vibrante. È guardare l’altro negli occhi. È annuire non per mettere fretta, ma per incoraggiare. È fare quella domanda magica: “E poi? Dimmi di più”.

Lo scrittore è, prima di tutto, un orecchio

Io faccio lo scrittore. E spesso si pensa che lo scrittore sia uno che “ha tante cose da dire”. In realtà, lo scrittore è uno che ha tante cose da ascoltare. Tutto ciò che ho scritto in Canti di notte o in Non pettinarti prima di partire non nasce dal mio cervello in isolamento. Nasce dall’aver ascoltato. Ho ascoltato i racconti di mia nonna sulla guerra. Ho ascoltato le chiacchiere dei vecchi al bar. Ho ascoltato i litigi delle coppie al tavolo accanto al ristorante. Ho ascoltato il silenzio delle stanze vuote.

Se fossi stato impegnato a parlare, a “preparare la risposta”, a imporre la mia visione, non avrei scritto nulla. Sarei rimasto pieno di me stesso. E chi è pieno di sé non ha spazio per le storie. I miei libri sono, in un certo senso, delle antologie di ascolti. Ho prestato orecchio al mondo, ho filtrato il rumore, e ho restituito l’essenziale sulla pagina. Scrivere è l’atto finale di un lungo processo di ricezione.

Per questo, quando vi dico che il mio lavoro è incompleto senza di voi, non è retorica. Io ho bisogno di ascoltare voi per continuare a scrivere. Le vostre vite sono la materia prima. Le vostre emozioni sono l’inchiostro.

Un esercizio pratico: 5 minuti di coraggio

Voglio lanciarvi una sfida. Siamo abituati alle sfide fisiche (fai 100 flessioni, corri 5 km). Ma le sfide emotive sono quelle che trasformano davvero la vita. La sfida è questa: L’esercizio dei 5 minuti di silenzio.

Oggi, o domani, scegliete una persona. Può essere il vostro partner, un figlio, un genitore, un collega, o un amico che non vedete da tempo. Fategli una domanda aperta. “Come stai davvero?” “Cosa ti preoccupa in questo periodo?” “Raccontami quella storia che ti piace tanto.”

E poi, tacete. Per 5 minuti (cronometrati mentalmente o realmente), voi non avete il diritto di parlare di voi stessi. Non potete interrompere. Non potete dare consigli (“Ah, dovresti fare così…”). Non potete minimizzare (“Vabbè, ma non è grave…”). Non potete deviare il discorso (“Anche a me è successo…”).

Dovete solo ascoltare. Guardateli negli occhi. Se c’è una pausa, non riempitela. Lasciatela stare lì. Spesso è dopo la pausa che arriva la verità più profonda. Se sentite l’impulso irrefrenabile di dire la vostra (e lo sentirete, eccome se lo sentirete!), notatelo e lasciatelo andare. Mordetevi la lingua. Tornate all’altro.

Cosa succederà? Succederà qualcosa di magico. All’inizio l’altra persona sarà sorpresa. Forse sospettosa. “Perché mi guardi così? Perché non dici niente?”. Ma poi, sentendo quello spazio aperto e accogliente, inizierà a rilassarsi. La sua voce cambierà tono. Scenderà più in profondità. Vi dirà cose che non vi aveva mai detto. E voi, alla fine di quei 5 minuti, vi sentirete incredibilmente vicini a quella persona. Avrete creato un ponte. Avrete fatto un regalo immenso: il regalo di essere visti e sentiti.

Una nuova forma di lusso

In un mondo dove tutti urlano per vendere qualcosa, per avere ragione, per ottenere voti o like, l’ascolto è diventato il vero lusso. Essere ascoltati è diventato raro come trovare un diamante per strada. Pensateci: paghiamo fior di quattrini gli psicologi. Certo, li paghiamo per la loro competenza clinica. Ma li paghiamo soprattutto perché sono obbligati, per contratto, ad ascoltarci per un’ora senza interrompere e senza parlare dei loro problemi. Paghiamo per avere quello spazio che la società non ci dà più.

Ma noi possiamo offrirci questo lusso a vicenda, gratis. Possiamo essere terapeuti l’uno dell’altro, nel senso laico del termine (dal greco therapèuo, “io servo”, “io mi prendo cura”). Ascoltare è prendersi cura.

Io sono qui per ascoltare

Ho scritto questo articolo per criticare una tendenza sociale, ma anche per fare una promessa. Il mio blog, i miei libri, la mia presenza online non sono un monologo. Non voglio essere quello che sta sul palco col microfono mentre voi state zitti in platea. Voglio che questo sia un cerchio.

So che molti di voi hanno storie incredibili incastrate in gola. So che molti di voi si sentono inascoltati nelle loro famiglie o nei loro ambienti di lavoro. So che a volte avete solo bisogno di dire una cosa a qualcuno che non vi giudichi e non vi dia consigli non richiesti.

Ecco perché insisto tanto sulla pagina Contatti. Non è un modulo burocratico per gli ordini. È una grande orecchia digitale. Se fate l’esercizio dei 5 minuti e volete raccontarmi com’è andata, scrivetemi. Se avete una storia che nessuno vuole ascoltare, scrivetemi. Se avete letto una mia pagina e vi ha fatto venire in mente un ricordo doloroso o felice, scrivetemi.

Io vi prometto che leggerò. Non userò l’Intelligenza Artificiale per riassumere le vostre mail. Le leggerò io, Giorgio, con i miei occhi e con il mio tempo. Magari non avrò la soluzione ai vostri problemi (non sono un guru). Magari non risponderò subito (sono lento, come sapete). Ma vi ascolterò. Vi darò accoglienza nella mia stanza mentale.

Riprendiamoci l’arte dell’ascolto. Smettiamo di preparare la risposta. La risposta, quella vera, arriverà da sola, nel silenzio che avremo il coraggio di condividere.

Vi aspetto, in ascolto. Giorgio.

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