
C’è una frase che gira da anni negli ambienti della psicologia e della crescita personale. Alcuni la attribuiscono a Tom Robbins, altri a Richard Bandler, ma poco importa chi l’abbia detta per primo. Ciò che importa è che questa frase, la prima volta che l’ho sentita, mi ha fatto tremare i polsi. La frase è: “Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice”.
A una prima lettura, sembra una sciocchezza new-age. O peggio, una bugia. L’infanzia è finita. È andata. Quello che è successo nel 1965, nel 1980 o nel 1995 è un dato di fatto. È scolpito nella pietra del tempo. Se i tuoi genitori erano assenti, erano assenti. Se a scuola ti prendevano in giro, ti prendevano in giro. Se ti sei sentito solo, quel dolore è reale. Come si può cambiare qualcosa che è già accaduto? La “società immediata”, che è ossessionata dal presente e dal futuro, ci dice solitamente due cose sul passato: o “dimenticalo e vai avanti”, oppure “analizzalo per trovare le colpe”. Nessuno ci dice mai che il passato si può trasformare.
Io, Giorgio Cardellino, non sono uno psicologo. Sono uno scrittore. Il mio mestiere è lavorare con le parole, con le storie e con l’immaginazione. E dopo quarant’anni passati a scrivere di me stesso e degli altri, ho scoperto una verità fondamentale: la memoria non è un archivio di documenti notarili. La memoria è una biblioteca di romanzi. E noi siamo gli autori che hanno il diritto, e forse il dovere, di farne una nuova edizione.
Oggi voglio parlarvi di come la scrittura e l’immaginazione possano curare le ferite vecchie di decenni. Voglio spiegarvi perché, se cambiamo il modo in cui raccontiamo la nostra storia, cambiamo letteralmente la nostra vita, qui e ora.
I Fatti vs. La Verità Emotiva
Per capire questo concetto, dobbiamo fare una distinzione netta tra due cose che spesso confondiamo: i Fatti e la Verità Emotiva.
I Fatti sono immutabili. Pioveva quel giorno? Sì. Tuo padre ha alzato la voce? Sì. Ti sei rotto un braccio cadendo dalla bici? Sì. Questi sono i mattoni. Nessuna scrittura, nessuna immaginazione potrà mai cambiare questi eventi. E cercare di negarli sarebbe follia o delirio.
La Verità Emotiva, invece, è la storia che ci siamo costruiti attorno a quei fatti. È il cemento che tiene insieme i mattoni. È il significato che abbiamo dato all’evento. “Mio padre ha alzato la voce perché non mi amava“. “Sono caduto dalla bici perché sono un imbranato e non combinerò mai nulla“. “Pioveva perché sono sfortunato“.
Vedete la differenza? La parte in corsivo non è un fatto. È una narrazione. È una deduzione che abbiamo fatto quando eravamo bambini, con gli strumenti limitati che avevamo allora. Un bambino è egocentrico per natura: se succede qualcosa di brutto, pensa sempre che sia colpa sua o che sia rivolto contro di lui. Crescendo, ci dimentichiamo di aggiornare il software. Ci portiamo dietro quelle deduzioni infantili come se fossero verità assolute. Continuiamo a dirci: “Sono un imbranato”, “Non sono amabile”, “Sono solo”.
Riscrivere i ricordi non significa inventarsi che c’era il sole quando pioveva. Significa tornare in quella stanza della memoria, sedersi accanto al bambino che eravamo, e dirgli: “Guarda meglio. Papà non ha urlato perché non ti amava. Ha urlato perché aveva paura, perché era stressato dal lavoro, perché non aveva gli strumenti per gestire la sua rabbia. Non era colpa tua”. In quel momento, il Fatto rimane identico (l’urlo), ma la Verità Emotiva cambia radicalmente (da “non sono amato” a “papà era fragile”). E quando cambia la Verità Emotiva, l’infanzia smette di essere una prigione e diventa un paesaggio che possiamo attraversare senza paura.
La scrittura come macchina del tempo
Ma come si fa, in pratica? Non basta “pensarlo”. I pensieri sono volatili. Per cambiare una narrazione, bisogna produrre una nuova narrazione. Bisogna scrivere. La scrittura è la tecnologia più potente che abbiamo per riprogrammare il cervello.
Quando scrivo una poesia per Canti di notte o un racconto basato sul mio vissuto, io compio un atto di magia. Prendo un ricordo grezzo, spesso doloroso, e lo metto sulla pagina. Lo rallento. Lo osservo da diverse angolazioni. Uso l’immaginazione non per fuggire dalla realtà, ma per completarla.
Facciamo un esempio concreto. Immaginate di avere un ricordo ricorrente: voi da bambini, seduti da soli in cucina, mentre di là i genitori litigano. La narrazione classica è: “Che tristezza, ero abbandonato, che trauma”. Se scrivete di quella scena, potete fare una cosa straordinaria: potete spostare la telecamera. Invece di inquadrare solo la vostra solitudine, potete usare la scrittura per “zoomare” sui dettagli. Potete descrivere la luce che entrava dalla finestra. Il disegno della tovaglia. Il profumo del sugo che bolliva. Potete immaginare cosa steste pensando in quel momento. Magari non eravate solo tristi. Magari stavate immaginando di essere su un’astronave. Magari stavate disegnando.
Scrivendo, potreste scoprire che quel bambino non era solo una vittima passiva. Era un piccolo eroe resiliente. Era capace di crearsi un mondo fantastico per proteggersi. Riscrivendo quel ricordo, trasformate la compassione in ammirazione. “Non ero solo un bambino solo. Ero un bambino con una fantasia potentissima che mi ha salvato”. Ecco. Avete appena cambiato il vostro passato. Avete appena trasformato una ferita in una medaglia al valore.
Canti di notte: un laboratorio di alchimia
Il mio libro Canti di notte è, in essenza, un lungo esercizio di questa pratica. Raccoglie testi che coprono oltre quarant’anni. Molti di questi testi parlano di perdite, di delusioni politiche, di amori finiti, di smarrimento. Se li avessi scritti come semplice cronaca, sarebbe un libro deprimente. Ma io ho cercato di scriverli come poesia.
La poesia è alchimia. Prende il piombo del dolore e cerca di trasformarlo nell’oro della bellezza. In una poesia parlo di un addio. Il Fatto è brutto: lei se ne va. Ma nella scrittura, io mi concentro sulla dolcezza di ciò che è stato, sulla dignità del dolore, sulla lezione imparata. Rileggendo quella poesia oggi, non sento più lo strappo della separazione. Sento la gratitudine per aver amato. Il ricordo è stato “bonificato”.
In Canti di notte, l’oscurità non è qualcosa che nasconde i mostri. È uno spazio vellutato, accogliente, dove i ricordi possono riposare. La notte cancella i contorni spigolosi della realtà diurna e ci permette di sognare una versione diversa della nostra storia. Molti lettori mi scrivono dicendo: “Leggendo i tuoi versi su quel periodo, ho fatto pace con il mio”. Questo succede perché quando qualcuno ha il coraggio di riscrivere il proprio dolore con gentilezza, dà il permesso anche agli altri di fare lo stesso.
L’immaginazione: dare voce ai fantasmi
C’è un altro strumento potentissimo che uso e che vi consiglio: l’immaginazione empatica. Spesso i nostri ricordi dolorosi sono muti. Ricordiamo i gesti, ma non sappiamo le intenzioni. L’immaginazione ci permette di riempire quei buchi.
Mettiamo che abbiate un ricordo di vostra madre che piangeva. Da bambini, quel pianto vi terrorizzava. Oggi, scrivendo, potete immaginare di entrare nei pensieri di vostra madre in quel momento. Potete usare la vostra esperienza di adulti per capire cosa provava. Forse era stanca? Forse si sentiva inadeguata? Forse piangeva perché vi amava troppo e aveva paura per il vostro futuro? Scrivendo un dialogo immaginario con lei, o scrivendo una lettera dal suo punto di vista, potete dare voce al suo silenzio. Potete farle dire quel “ti voglio bene” che non è riuscita a dire trent’anni fa.
Qualcuno dirà: “Ma è falso! Lei non l’ha detto davvero!”. Certo, nel mondo dei Fatti è falso. Ma nel mondo della Verità Emotiva, è plausibile. È curativo. Se riuscite a sentire l’amore che c’era dietro la sua incapacità di esprimerlo, avete guarito la relazione, anche se lei non c’è più. L’immaginazione non serve a mentire, serve a trovare una verità più profonda che la cronaca non ha registrato.
Esercizio di riscrittura: il bambino luminoso
Voglio lasciarvi con un esercizio pratico. È una cosa che faccio spesso quando mi sento bloccato o triste senza motivo apparente.
- Individuate un ricordo “spinoso”. Non un trauma devastante (per quelli serve un terapeuta, siatene consapevoli), ma un ricordo grigio, un momento della vostra infanzia in cui vi siete sentiti piccoli, incompresi o tristi.
- Prendete carta e penna. (Sì, a mano, come dicevamo nell’articolo scorso).
- Descrivete la scena in terza persona. “C’è un bambino di 8 anni seduto sul muretto…”.
- Ora, fate entrare in scena voi stessi adulti. Immaginate che il Voi di oggi, con tutta la saggezza, la forza e la gentilezza che avete acquisito, possa viaggiare nel tempo ed entrare in quel ricordo.
- Scrivete cosa succede. Cosa dite a quel bambino? Cosa fate? Vi sedete accanto a lui? Gli mettete una giacca sulle spalle? Gli raccontate una barzelletta? Gli dite: “Ehi, so che ora sembra tutto brutto, ma tieni duro. Diventerai una persona fantastica. Viaggerai, amerai, scriverai. Io sono te, e sono qui per dirti che ce la faremo”.
Scrivete il dialogo. Sentite la presenza fisica del bambino. Sentite il suo sollievo nel vedervi. Quando finirete di scrivere, rileggete. Quel ricordo, nella vostra rete neurale, è cambiato. Non è più il ricordo di un bambino solo sul muretto. È il ricordo di un bambino che è stato soccorso e consolato dal suo migliore amico: se stesso. Avete inserito un elemento di amore dove prima c’era vuoto.
Non siate prigionieri della trama
La vita non è scritta con l’inchiostro indelebile. È scritta a matita. Finché siamo vivi, abbiamo la gomma e il temperino in mano. Possiamo cancellare le interpretazioni sbagliate. Possiamo sottolineare i momenti belli che avevamo ignorato. Possiamo aggiungere note a margine che spiegano il contesto.
Il passato non ci definisce. È solo il prologo della storia che stiamo scrivendo oggi. Se vi sentite vittime della vostra storia, prendete la penna e diventatene i narratori. Il narratore ha il potere. Il narratore decide dove cade la luce. Fate cadere la luce sulla resilienza, sulla speranza, sulla bellezza nascosta.
E se non sapete da dove iniziare, iniziate leggendo. Leggete storie di chi ha fatto questo percorso. In Canti di notte troverete le mie riscritture. Troverete le mie cicatrici che sono diventate versi. Spero che possano servirvi da esempio, da ispirazione, da compagni di viaggio.
Se fate l’esercizio del “bambino luminoso”, o se avete una storia di un ricordo che avete trasformato nel tempo, mi piacerebbe conoscerla. Scrivetemi tramite la pagina Contatti. Raccontatemi di come avete salvato il bambino che eravate. Perché ogni volta che qualcuno guarisce il proprio passato, il mondo intero diventa un posto un po’ più luminoso per il futuro.
Non è mai troppo tardi. Davvero. Iniziate a scrivere oggi.