
Guardatevi intorno un attimo. Cosa vedete? Io vedo gente che corre. Vedo pollici che scorrono su schermi luminosi alla velocità della luce, occhi che non si fermano mai su nulla per più di due secondi, bocche che masticano pranzi ingoiati in piedi. Vedo ansia. Quell’ansia sottile, elettrica, che ci fa controllare il telefono anche quando non ha suonato. Quella paura di restare indietro, di perdersi l’ultima notizia, l’ultimo trend, l’ultima polemica che domani avremo già dimenticato.
Benvenuti nella “società immediata”. È un termine che uso spesso, forse perché è quello che meglio descrive la gabbia invisibile in cui ci siamo chiusi. Una società dove “subito” è l’unico avverbio di tempo accettato. Dove la riflessione è considerata una perdita di tempo e la profondità un lusso per chi non ha niente da fare.
E io? Io in mezzo a tutto questo chi sono? Sono Giorgio Cardellino. E vi dico una cosa con la franchezza che mi contraddistingue: io non ho mai avuto il tempo di “vestirmi da intellettuale”.
La divisa dell’intellettuale vs. La pelle del poeta
C’è un malinteso di fondo nel mondo della letteratura e della cultura. Si pensa che per scrivere, per pubblicare libri, per parlare di emozioni, si debba indossare una sorta di divisa. L’intellettuale, nell’immaginario collettivo, è quello che ha letto tutti i libri giusti, che cita filosofi morti in ogni frase, che usa parole complicate per spiegare concetti semplici. È quello che guarda il mondo dall’alto in basso, seduto sulla sua torre di carta, analizzando la vita con il distacco di un entomologo che studia un insetto.
Ecco, io non sono quello. Non ho mai avuto il tempo di costruire quel personaggio. La vita mi ha preso a spallate troppo presto e troppo spesso per permettermi il lusso di mettermi in posa. Ho lavorato, ho faticato, ho vissuto in mezzo alla gente, ho respirato la polvere della strada e non quella delle biblioteche. Quando dico che non mi sono mai “vestito da intellettuale”, intendo dire che non ho filtri accademici tra me e la realtà.
La mia scrittura non nasce dallo studio della metrica greca (con tutto il rispetto per chi la studia), nasce dal nodo alla gola che ti viene quando vedi un’ingiustizia. Nasce dalla risata sguaiata di una cena tra amici. Nasce dal silenzio assordante di una casa vuota. L’intellettuale osserva il fuoco e ti spiega la reazione chimica della combustione. Il poeta – o almeno il tipo di autore che cerco di essere io – mette la mano nella fiamma per sentire quanto brucia, e poi cerca le parole per descrivere quella scottatura. In questa società immediata, dove tutti cercano di apparire più colti, più felici e più vincenti di quello che sono, io rivendico il diritto alla semplicità. Rivendico il diritto di essere “grezzo”, se questo significa essere vero.
L’impatto della velocità sulle Emozioni
Ma torniamo alla società immediata. Perché mi preoccupa così tanto? Perché sento il bisogno di scriverne, sia qui sul blog che nei miei libri come Non pettinarti prima di partire? Perché la velocità sta uccidendo le nostre emozioni.
Le emozioni umane hanno dei tempi fisiologici. Hanno bisogno di decantare. Il dolore, per essere elaborato, richiede tempo. La gioia, per essere assaporata, richiede lentezza. L’innamoramento richiede attesa. La società immediata, invece, ci impone di consumare le emozioni come fossero fast food. Ti lasci con il partner? Scarica subito un’app di incontri, avanti il prossimo, non c’è tempo per piangere. Hai fallito un obiettivo? Non pensarci, poniti subito un altro traguardo, corri, produci. Vedi un tramonto meraviglioso? Non guardarlo, fagli una foto, postala, conta i like e passa oltre.
Questa velocità ci rende analfabeti emotivi. Sentiamo tutto, ma non proviamo niente. Siamo bombardati da stimoli, ma questi stimoli scivolano sulla nostra pelle come acqua su un impermeabile. Non ci penetrano. Non ci cambiano. Io scrivo per rallentare. Scrivo per costringermi – e costringervi – a fermare la giostra. Quando scrivo una poesia su un ricordo di trent’anni fa, sto facendo un atto di resistenza. Sto dicendo: “Questo momento conta. Questo dolore conta. Non voglio dimenticarlo in fretta. Voglio guardarlo in faccia, voglio capire cosa mi ha insegnato”.
In Canti di notte, ho raccolto decenni di vita. Se avessi vissuto secondo le regole della società immediata, quei testi sarebbero finiti nel cestino un minuto dopo essere stati scritti. Invece li ho tenuti, li ho curati, li ho fatti maturare. E oggi sono qui a testimoniare che la vita ha un senso solo se le diamo il tempo di rivelarsi.
Come la fretta distrugge le Parole
C’è un’altra vittima illustre di questa frenesia: la parola. Non so se ci avete fatto caso, ma le parole stanno perdendo peso. Nell’era dei messaggi vocali a velocità 2x e dei tweet di pochi caratteri, usiamo le parole come gettoni di plastica. Le spendiamo senza pensarci. Diciamo “Ti amo”, “Ti odio”, “Sei un genio”, “È una tragedia” con una leggerezza spaventosa. Abbiamo inflazionato il linguaggio. Tutto è “top”, tutto è “shock”, tutto è estremo, e quindi nulla è più importante.
Io, che non mi vesto da intellettuale ma che amo la lingua italiana, soffro per questo. Per me la parola è sacra. È un mattone. Se la metti nel posto sbagliato, il muro crolla. La società immediata vuole slogan. Vuole frasi che stiano bene su una maglietta o in una didascalia di Instagram. Io cerco parole che stiano bene nell’anima. E per trovarle, serve silenzio. Serve pazienza. A volte passo giorni a cercare l’aggettivo giusto per descrivere il colore di un cielo d’autunno. È tempo perso? Per la società immediata sì, è un’inefficienza. Per me, è l’essenza stessa del vivere.
Scegliere le parole con cura significa scegliere di non mentire. La fretta è madre della menzogna, perché la verità è quasi sempre complessa e richiede tempo per essere detta. La bugia è veloce, la banalità è immediata. Quando leggete i miei libri, spero che sentiate questa fatica. Spero che sentiate che ogni parola non è lì per caso, ma è stata scelta, pesata, e posata sulla carta con l’attenzione di un artigiano.
La dittatura dell’apparenza
Un altro aspetto terribile della società immediata è l’ossessione per l’immagine. Dobbiamo “sembrare” prima di “essere”. Ecco perché parlo del “vestirsi da intellettuale”. Vedo tanti autori, o presunti tali, che curano più la loro immagine social che i loro testi. Foto patinate, citazioni colte, pose studiate. È tutto un grande teatro. Ma se gratti via la vernice, cosa resta? Spesso, il vuoto.
Io ho fatto una scelta diversa. Ho scelto di presentarmi a voi con la mia faccia segnata, con le mie mani che hanno lavorato, con la mia sintassi che a volte inciampa ma che si rialza sempre. Non ho tempo di costruirmi un avatar. Sono troppo impegnato a cercare di capire chi sono davvero. La mia biografia è semplice: “Giorgio Cardellino autore di poesie e racconti”. Punto. Non ci sono titoli nobiliari, non ci sono premi letterari comprati, non ci sono lauree honoris causa appese al muro per vanità. C’è l’uomo. C’è il padre. C’è l’osservatore.
Questa scelta di non “pettinarmi” (metaforicamente e letteralmente) prima di uscire allo scoperto è la mia libertà. Non dovendo difendere un’immagine di perfezione, sono libero di raccontarvi anche i miei fallimenti. Sono libero di dirvi che a volte ho paura, che a volte non capisco il mondo, che a volte mi sento solo. E sapete una cosa? È proprio in queste crepe che ci incontriamo. La gente è stanca della perfezione finta. La gente ha fame di realtà. In un mondo di filtri bellezza, una faccia vera è rivoluzionaria.
Perché scelgo Verità e Bellezza
Allora, qual è l’antidoto? Come si sopravvive in questa centrifuga? La mia risposta è sempre la stessa: verità e bellezza. Sembrano concetti astratti, da “intellettuali”, appunto. Ma per me sono cose pratiche, strumenti di sopravvivenza.
Scegliere la verità significa smettere di recitare. Significa dire “no” quando tutti dicono “sì”. Significa ammettere “non lo so” quando tutti fingono di essere esperti. Nella società immediata, la verità è un atto di rallentamento. Perché per dire la verità devi prima guardarti dentro, e per guardarti dentro devi fermarti.
Scegliere la bellezza significa educare lo sguardo. Non parlo della bellezza patinata delle riviste. Parlo della bellezza resistente. Un fiore che spacca l’asfalto è bello. Una mano rugosa che ne stringe una giovane è bella. Un atto di gentilezza gratuito in un mondo egoista è bello. Questa bellezza non è immediata. Va cercata. Va stanata. Scrivere, per me, è l’atto di puntare il dito e dire: “Guardate lì! Non correte, fermatevi un secondo. Guardate che meraviglia c’è in quel angolo che stavate ignorando”.
Io scrivo per restituire al mondo un po’ di quella bellezza che la fretta ci sta rubando. Scrivo per dire che non siamo macchine da produzione, ma esseri senzienti fatti di sogni, memoria e desiderio.
Non abbiate paura di restare indietro
Voglio concludere con un pensiero rivolto a voi che leggete. So che è difficile. So che la pressione è forte. Sentite che se non correte verrete schiacciati. Sentite che se non vi “vestite” nel modo giusto, nessuno vi prenderà sul serio. Ma vi assicuro che non è così. C’è un altro modo di vivere. C’è un ritmo diverso, più umano.
Non abbiate paura di restare indietro. Chi corre troppo veloce arriva solo prima alla fine, e spesso arriva senza aver visto nulla del paesaggio. Prendetevi il tempo di non essere intellettuali, di non essere perfetti, di non essere performanti. Prendetevi il tempo di essere voi stessi. Leggete una poesia al giorno, non per cultura, ma per respiro. Guardate il cielo per cinque minuti senza fare nient’altro. Ascoltate una canzone vecchia e lasciate che vi porti dove vuole lei.
E se vi sentite soli in questo tentativo di rallentare, sappiate che non lo siete. Io sono qui, seduto alla mia scrivania, a combattere la stessa battaglia. Con le mie parole semplici, con la mia voce non impostata, con il mio cuore aperto.
Parliamone, con calma
La “società immediata” non prevede il dialogo, prevede solo il monologo simultaneo. Tutti parlano, nessuno ascolta. Io voglio spezzare questo schema. Voglio ascoltarvi. Voglio sapere come vivete voi questa pressione. Vi sentite anche voi costretti a indossare maschere? Avete anche voi la sensazione che il tempo vi scivoli tra le dita come sabbia?
Non fatemi un like. Il like è il simbolo della società immediata: un secondo, un tocco, dimenticato. Scrivetemi. Prendetevi dieci minuti del vostro tempo – un investimento enorme, lo so – e andate alla pagina Contatti. Raccontatemi la vostra esperienza. Ditemi se siete d’accordo, o se pensate che io stia sbagliando tutto e che la velocità sia una benedizione. Ditemi qual è il vostro modo per “non vestirvi da intellettuali” e restare umani.
Aspetto le vostre parole. Quelle vere, quelle pensate, quelle che pesano. Fermiamo il tempo insieme, anche solo per la durata di una lettera.