Se ti senti perso, fai una cosa sola: chiediti “perché” (ma sul serio)

C’è una sensazione che conosco bene, una vecchia compagna di viaggio che viene a trovarmi periodicamente, spesso senza preavviso. È una sorta di vertigine. Succede in mezzo a una strada affollata, o mentre sono in fila alla cassa del supermercato, o talvolta persino mentre scrivo. Improvvisamente, il rumore del mondo si abbassa, le luci sembrano diventare più fredde e una domanda sorge dallo stomaco, risale lungo l’esofago e si pianta nella gola: “Che ci faccio qui?”.

Non intendo “qui” in senso geografico. Intendo “qui”, in questa vita, in questo momento storico, in questa pelle. È la sensazione di essersi persi. Nella nostra “società immediata”, sentirsi persi è considerato un fallimento. Abbiamo navigatori satellitari per ogni spostamento, tutorial per ogni problema pratico, assistenti vocali che rispondono a ogni curiosità fattuale. Non è ammesso non sapere dove si sta andando. Eppure, paradossalmente, più abbiamo mappe, più ci sentiamo smarriti.

Se oggi stai leggendo queste righe e senti quel vuoto allo stomaco, se ti senti una barca alla deriva in un mare troppo grande, ho una buona notizia e una cattiva notizia per te. La cattiva è che nessuno verrà a salvarti con un elicottero e una scaletta di corda. La buona è che hai già in tasca l’unico strumento che ti serve per orientarti. È una bussola composta da una sola parola, una parola che abbiamo smesso di usare o che usiamo male. Quella parola è: Perché?

Ma attenzione. Non sto parlando del “perché” lamentoso (“Perché capita tutte a me?”). Sto parlando del “perché” esistenziale. Il “perché” che scava. Il trapano che rompe la superficie ghiacciata dell’abitudine. Oggi voglio portarvi con me in un’immersione profonda. Voglio spiegarvi come questa piccola parola di sei lettere sia la chiave di volta di tutta la mia scrittura e, credo, di ogni vita degna di essere chiamata tale.

L’epidemia del “Come” e del “Cosa”

Guardiamoci intorno. Viviamo nell’era del “Cosa” e del “Come”. Siamo ossessionati dal Cosa: Cosa comprare? Cosa mangiare stasera? Cosa guardare su Netflix? Cosa indossare per sembrare vincenti? Cosa scrivere sui social per prendere più like? E siamo schiavi del Come: Come diventare ricchi in tre mosse? Come dimagrire in una settimana? Come essere felici (guida rapida)? Come scrivere un libro di successo?

Il “Cosa” riempie lo spazio. Il “Come” riempie il tempo. Ma nessuno dei due riempie l’anima. Il “Cosa” e il “Come” sono le colonne portanti della società immediata, quella che corre veloce sulla superficie delle cose come un sasso piatto lanciato sull’acqua. Rimbalza, è veloce, è leggero. Ma alla fine affonda comunque.

Io ho scelto un’altra strada. Ho scelto la strada del Perché. Quando scrivo, che sia una poesia per Canti di notte o una riflessione per Non pettinarti prima di partire, io non mi chiedo mai “cosa piacerà alla gente” o “come posso scriverlo per vendere di più”. Io mi chiedo: “Perché questo dolore mi sta trafiggendo proprio adesso?”. Mi chiedo: “Perché quella luce del tramonto mi fa venire voglia di piangere?”. Mi chiedo: “Perché abbiamo smesso di guardarci negli occhi?”.

Il “Perché” è l’unica domanda che ti costringe a fermarti. Non puoi rispondere a un “perché” mentre corri. Devi sederti. Devi fare silenzio. Devi, inevitabilmente, inabissarti.

La tecnica dell’inabissamento: scendere sotto la superficie

Immaginate la vostra coscienza come un oceano. In superficie ci sono le onde, la schiuma, il rumore, il vento. Lì c’è la vita di tutti i giorni: le scadenze, le bollette, le chiacchiere da bar, le polemiche televisive. È tutto molto agitato, ma è anche molto sottile. Se ti senti perso, è perché stai cercando di orientarti guardando le onde, che cambiano forma ogni secondo. È impossibile.

La bussola del “Perché” serve a portarti sotto. Inabissarsi non è un’operazione indolore. Più scendi, più la pressione aumenta. Più scendi, più la luce del sole scompare e devi affidarti alla tua luce interiore. Ma è laggiù, nel profondo, che le correnti sono stabili. È laggiù che trovi i relitti della tua memoria, i tesori nascosti della tua infanzia, le radici delle tue paure e dei tuoi amori.

Quando dico che “scrivo per capire il mondo”, intendo dire che uso la scrittura come una muta da sub. Prendiamo un esempio concreto. Mettiamo che io provi una forte nostalgia. Il livello superficiale (“Cosa”) direbbe: “Sono triste perché mi manca il 1985”. Il livello operativo (“Come”) direbbe: “Come faccio a farmi passare la tristezza? Guardo un film comico”. Fine della storia. La società immediata ha risolto il problema. O meglio, lo ha sedato.

Il livello del poeta, il livello della verità, usa il “Perché”. Perché mi manca il 1985? Forse perché ero giovane? Perché mi manca la giovinezza? Forse perché avevo più tempo davanti a me che dietro di me? Perché il tempo mi spaventa? Perché ho paura di non aver vissuto abbastanza intensamente.

Ecco. Siamo arrivati. Siamo partiti da una banale nostalgia e, chiedendoci “perché” tre volte di seguito, siamo arrivati alla paura della morte e al desiderio di vita. Questa è la verità. E su questa verità io posso costruire una poesia che non sia solo uno sfogo, ma un’opera universale in cui anche tu puoi riconoscerti. Inabissarsi fa paura, sì. Ma è l’unico modo per toccare il fondo e darsi la spinta per risalire.

Il “Perché” come atto di ribellione

Chiedersi “perché” è un atto rivoluzionario. Da bambini eravamo maestri in questo. “Papà, perché il cielo è blu?”, “Mamma, perché quel signore piange?”, “Perché devo dormire?”. Eravamo filosofi naturali. Volevamo capire le cause prime delle cose. Poi siamo cresciuti. La scuola, spesso, ci ha insegnato a rispondere, non a domandare. Il lavoro ci ha insegnato a eseguire, non a mettere in discussione. La società ci ha insegnato ad accettare le cose “così come sono”.

Recuperare il “perché” significa tornare bambini, ma con la consapevolezza degli adulti. Significa rifiutarsi di accettare il pacchetto preconfezionato della realtà. In Non pettinarti prima di partire, l’invito a non curare l’apparenza è proprio questo: smettila di preoccuparti del “come appari” e chiediti “perché sei”. Perché fai quel lavoro che non ti piace? Solo per i soldi? O per paura di deludere qualcuno? Perché stai con quella persona? Per amore? O per paura della solitudine? Perché compri cose che non ti servono? Per bisogno? O per riempire un vuoto?

Queste domande sono lame. Tagliano. Fanno sanguinare. Ecco perché la gente evita di farsele. Ecco perché preferiamo stordirci di rumore. Ma io vi dico, con la mano sul cuore: quel dolore è un dolore di guarigione. È il dolore di un osso che viene rimesso a posto. Finché non rispondi a quei “perché”, sarai sempre perso, anche se hai l’ultimo modello di smartphone con il GPS più preciso del mondo.

La bussola poetica: orientarsi nel buio

La mia scrittura, in fondo, non è altro che una collezione di “perché” a cui ho cercato di dare una forma musicale. I miei libri non sono manuali di istruzioni. Non vi dicono cosa fare. Sono mappe di fondali marini. Vi mostrano dove sono le buche, dove sono le correnti calde, dove si nascondono i mostri.

In Canti di notte, attraversando quarant’anni di storia personale e collettiva, ho cercato di capire il “perché” di un’intera generazione. Perché abbiamo creduto in certi ideali? Perché li abbiamo traditi? Perché ci siamo rifugiati nell’individualismo? Non ho le risposte definitive. Nessuno le ha. Ma la poesia non serve a dare risposte. Serve a formulare meglio le domande. Una poesia riuscita è una domanda che continua a risuonare nella testa del lettore anche dopo aver chiuso il libro. È una domanda che ti accompagna mentre ti lavi i denti, mentre guidi, mentre guardi il soffitto prima di dormire.

Se ti senti perso, la poesia è la tua bussola perché ti dice: “Non sei solo nel tuo smarrimento. Anche io mi sono chiesto perché. Anche io ho avuto paura. Guarda, qui c’è un altro che ha cercato la rotta”. La connessione di cui parlo sempre, quella connessione umana che cerco di creare con voi, nasce dalla condivisione della domanda, non dalla presunzione della risposta. Siamo tutti compagni di viaggio sulla stessa nave, e la nave naviga nella nebbia. Ma se ci teniamo per mano e ci facciamo le domande giuste, la nebbia fa meno paura.

Esercizio pratico di orientamento

Voglio che questo articolo non sia solo teoria, ma pratica. Voglio lasciarvi con un esercizio, lo stesso che uso io quando la pagina bianca mi fissa e io non so cosa scrivere, o quando la vita mi morde e non so dove scappare.

La prossima volta che ti senti perso, ansioso o triste, non fare nulla. Non accendere la TV. Non chiamare l’amico per distrarti. Non aprire il frigorifero. Fermati. Siediti. Chiudi gli occhi. Individua l’emozione che provi. Dille: “Ti vedo. Sei ansia (o tristezza, o rabbia)”. E poi, come un bambino curioso e implacabile, chiedile: “Perché sei qui?”.

La prima risposta sarà superficiale. Scartala. Chiedilo ancora. “Sì, ma perché davvero?”. E ancora. Scendi di tre livelli. Al terzo livello, troverai qualcosa che non ti aspettavi. Troverai una verità su te stesso che forse avevi dimenticato. Magari scoprirai che la tua rabbia è in realtà delusione. O che la tua noia è in realtà desiderio di creare. Una volta che hai trovato il “perché”, non sei più perso. Hai una coordinata. Hai un punto sulla mappa. Da lì, puoi iniziare a navigare. Da lì, puoi iniziare a scrivere la tua poesia, o a cambiare la tua vita.

Non restare solo con la tua domanda

Questo lavoro di scavo è faticoso e, a volte, spaventoso. Il buio dell’abisso può incutere terrore se affrontato in solitudine. Per questo, il mio ultimo invito è sempre lo stesso: condividiamo.

Se hai provato a chiederti “perché” e la risposta ti ha sorpreso, o se ti sei bloccato e non riesci a scendere oltre il primo livello, scrivimi. Non tenere tutto dentro. Il mio mondo interiore è aperto, e la mia casella di posta è una porto sicuro. Andate alla pagina Contatti. Raccontatemi il vostro smarrimento. Raccontatemi i vostri “perché”. A volte, basta scrivere una domanda a qualcun altro per vederne la risposta apparire magicamente sullo schermo.

Io non sono uno psicologo, non sono un guru. Sono solo un uomo che scrive e che ha passato la vita a farsi domande scomode. Posso offrivi la mia esperienza, il mio ascolto e, forse, qualche verso che faccia luce nel punto giusto.

Non abbiate paura di perdervi. Chi non si perde mai, non trova mai strade nuove. L’importante è avere la bussola in tasca. E ricordate: la risposta è sempre dentro la domanda, basta avere il coraggio di restarci dentro abbastanza a lungo.

Vi aspetto, con i vostri dubbi e le vostre verità.

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