Scrivo per capire il mondo: il mio metodo (semplice) per trasformare emozioni in parole

“Scrivo per capire il mondo.” È una frase che ripeto spesso, quasi come un mantra. La trovate scritta anche nella mia biografia, ma raramente mi sono fermato a spiegare come questo accada realmente. Come si fa a prendere il caos disordinato della vita – le gioie improvvise, i dolori sordi, la confusione di una società che corre senza sosta – e a trasformarlo in qualcosa di ordinato, di leggibile, di bello? Come si trasformano sentimenti grezzi e ricordi sbiaditi in quei racconti “vivi e coinvolgenti” che cerco di offrirvi nei miei libri?

Molti pensano che la scrittura sia un atto magico, riservato a pochi eletti toccati dalla grazia dell’ispirazione. Certo, c’è una componente di mistero che nemmeno io so spiegare fino in fondo, quella scintilla che si accende all’improvviso. Ma per la maggior parte del tempo, il mio lavoro di autore è un lavoro di artigianato. È un metodo. Un metodo semplice, umano, accessibile a chiunque abbia voglia di guardarsi dentro con onestà.

In questi anni, dal mio primo approccio alla scrittura nel lontano 1979 fino alla pubblicazione di “Canti di notte” e “Non pettinarti prima di partire”, ho sviluppato un percorso interiore. Non è una tecnica accademica, non troverete queste regole nei manuali di scrittura creativa universitari. È un percorso pratico-emotivo che ho costruito sulla mia pelle, sbagliando, cancellando, ricominciando.

Oggi voglio condividere con voi questo mio “metodo”. Voglio aprirvi la porta della mia officina interiore per mostrarvi come esploro il mondo, fuori e dentro di me. È un viaggio in quattro tappe: Ascolto, Memoria, Immaginazione e Verità.

1. L’Ascolto: Il silenzio prima della parola

Tutto inizia dal silenzio. Sembra un paradosso per chi deve produrre parole, ma non lo è. Viviamo in una “società immediata”, come ho scritto in un altro articolo, una società che ha orrore del vuoto e del silenzio. Siamo costantemente connessi, costantemente sollecitati da notifiche, rumori, opinioni altrui. In questo frastuono, è impossibile scrivere davvero. Si può solo copiare il rumore, ma non si può creare musica.

Il primo passo del mio metodo è fermarmi. È un atto di resistenza fisica e mentale. Devo spegnere il telefono, chiudere la porta, o semplicemente isolarmi mentalmente mentre sono seduto su una panchina. Devo creare uno spazio vuoto.

L’ascolto di cui parlo non è il semplice sentire con le orecchie. È un ascolto “radar”. Significa diventare una spugna. Quando dico che scrivo per capire il mondo, intendo dire che prima di scrivere devo lasciarmi attraversare dal mondo. Avete mai provato ad ascoltare davvero un’emozione mentre sta nascendo? Non a reagire ad essa (urlando se siete arrabbiati o ridendo se siete felici), ma ad ascoltarla? Come si muove nel corpo? Che colore ha?

Spesso, le mie poesie nascono da un dettaglio che la maggior parte delle persone ignora perché va troppo di fretta. Il modo in cui una persona anziana stringe il manico del bastone. Il tremore nella voce di qualcuno che sta cercando di non piangere. Il suono del vento tra le foglie in una notte d’autunno. Io mi fermo e “registro”. Non prendo appunti su un taccuino in quel momento, prendo appunti sull’anima. L’ascolto richiede umiltà. Devi accettare di essere piccolo di fronte alla grandezza dell’esperienza umana. Devi smettere di voler imporre la tua voce sul mondo e lasciare che sia il mondo a parlarti. A volte l’ascolto è doloroso. Ascoltare la propria tristezza, per esempio, senza cercare di scacciarla con distrazioni facili, è un esercizio difficile. Ma è lì, in quella zona di disagio, che si trovano le parole più vere. Se non ascolti il dolore, scriverai solo frasi fatte sulla sofferenza. Se lo ascolti, se senti il suo peso specifico, allora potrai scrivere versi che faranno dire al lettore: “Sì, è proprio così che ci si sente”.

Quindi, il mio primo consiglio, o meglio, la prima fase del mio lavoro, è: rallentare fino quasi a fermarsi. Diventare un’antenna. Captare le frequenze basse dell’esistenza, quelle che il rumore di fondo copre. È lì che inizia la poesia.

2. La Memoria: L’archivio dei sentimenti

Una volta che ho ascoltato, entra in gioco la memoria. Ma attenzione: la memoria di un autore non è un archivio polveroso di fatti e date. Non è un database sterile. La memoria, per come la vivo io, è una creatura viva, in continua evoluzione. Nel mio libro “Canti di notte”, ho raccolto scritti che partono dal 1979 e arrivano al 2022. Quarant’anni di vita. Credete che io ricordi esattamente ogni singolo dettaglio di quei giorni? Certo che no. Ma ricordo l’impronta emotiva.

La memoria è il serbatoio dove l’ascolto si deposita. È il luogo dove le esperienze decantano. Spesso non scrivo di un evento appena è accaduto. Ho bisogno che passi del tempo, ho bisogno che quell’evento scenda nelle profondità della memoria e si mescoli con tutto ciò che sono stato. C’è una differenza enorme tra la cronaca e il racconto. La cronaca ti dice cosa è successo alle ore 15:00. Il racconto, attingendo alla memoria emotiva, ti dice cosa ha significato quell’evento per l’anima.

Il mio metodo per accedere alla memoria è sensoriale. Non cerco di ricordare “cosa ho fatto”, ma cerco di ricordare “cosa ho sentito”. I profumi, per esempio, sono chiavi potenti. L’odore della pioggia sull’asfalto caldo mi riporta istantaneamente a certe estati della mia giovinezza, e con quell’odore torna tutto il pacchetto emotivo di quegli anni: le speranze, le paure, l’ingenuità. Scavare nella memoria è un lavoro da archeologo, ma è un’archeologia pericolosa. A volte trovi cocci taglienti. Ci sono ricordi che preferiremmo lasciare sepolti, fallimenti, addii, momenti in cui non siamo stati all’altezza. Ma un autore che vuole “capire il mondo” non può selezionare solo i ricordi belli. Deve avere il coraggio di guardare tutto.

Spesso, quando scrivo una poesia, parto da un’immagine del presente (frutto dell’Ascolto) e lascio che questa chiami a sé un’immagine del passato (dalla Memoria). È come un dialogo tra il Giorgio di oggi e il Giorgio di ieri. Questo dialogo crea una tensione, un ponte temporale. È su questo ponte che cammina il lettore. Quando leggete nei miei testi riferimenti a momenti di vita collettiva dimenticati nel tempo, non è nostalgia fine a se stessa. È un tentativo di recuperare le radici. Perché senza memoria non c’è futuro, e senza sapere da dove veniamo è impossibile capire dove stiamo andando. La memoria è l’ancora che ci impedisce di andare alla deriva nella superficialità del presente.

3. L’Immaginazione: Colorare gli spazi bianchi

Ascolto e Memoria sono fondamentali, ma da soli non bastano. Se mi limitassi a descrivere ciò che vedo e a ricordare ciò che è stato, sarei un giornalista o un diarista. Per diventare un narratore, per creare quei racconti “vivi”, ho bisogno dell’ingrediente magico: l’Immaginazione. L’immaginazione è ciò che mi permette di andare oltre il dato di fatto. È la risposta alla domanda: “E se?”.

Nel mio processo creativo, l’immaginazione serve a colmare i vuoti. Spesso la memoria è frammentata, mancano dei pezzi. Oppure l’ascolto mi ha restituito solo una parte della storia. L’immaginazione è lo stucco d’oro che ripara il vaso rotto, rendendolo più bello di prima (come nella tecnica giapponese del Kintsugi). Ma l’immaginazione serve anche a qualcosa di più profondo: serve all’empatia. Io sono Giorgio Cardellino, ho la mia vita, la mia età, il mio vissuto. Ma quando scrivo, voglio toccare corde universali. Come faccio a scrivere di un’emozione che non ho provato direttamente in quel momento? Immagino.

L’immaginazione mi permette di mettermi nei panni degli altri. Mi permette di “sognare” (come scrivo nella mia bio) vite che non sono la mia. Se vedo una persona sola seduta al tavolo di un bar, l’Ascolto mi dà l’immagine, la Memoria mi restituisce la sensazione della mia solitudine passata, ma è l’Immaginazione che costruisce la storia di quella persona. Chi aspetta? Perché non arriva nessuno? Cosa sta pensando mentre gira il cucchiaino nel caffè? In quel momento, io divento quella persona. E scrivendo la sua storia presunta, scopro verità che appartengono anche a me.

L’immaginazione non è fuga dalla realtà. Al contrario, è uno strumento per penetrare la realtà più a fondo. Spesso la realtà visibile è una maschera; l’immaginazione ci aiuta a intuire cosa c’è sotto la maschera. Nei miei scritti, la dimensione del sogno e dell’immaginazione è cruciale perché ci libera dai vincoli della logica ferrea. La poesia non deve spiegare, deve evocare. E per evocare, bisogna usare il linguaggio dei sogni: associazioni libere, metafore, salti logici. “Ciò che immagino e sogno” ha la stessa dignità di “ciò che ho vissuto”. Anzi, a volte i sogni ci dicono chi siamo molto più delle nostre azioni quotidiane, perché nei sogni le difese crollano e i desideri emergono puri. Usare l’immaginazione significa dare voce a questi desideri.

4. La Verità: Il coraggio di spogliarsi

E infine, arriviamo al punto cruciale. Il filtro finale attraverso cui deve passare ogni mia parola prima di finire sulla pagina: la Verità. Attenzione, non parlo di “verità oggettiva”. Non mi interessa se quel giorno pioveva o c’era il sole, se la maglietta era rossa o blu. Parlo di verità emotiva. Di autenticità. Tutto il lavoro di Ascolto, Memoria e Immaginazione non serve a nulla se, al momento di scrivere, decido di mentire. E la tentazione di mentire è forte, credetemi.

Quando si scrive, c’è sempre una vocina che dice: “Non scriverlo, è troppo intimo”. Oppure: “Scrivilo in modo che sembri più bello, più nobile”. Oppure: “Cosa penserà la gente se legge questa cosa di te?”. Il mio metodo, per funzionare, richiede di mettere a tacere quella vocina. Richiede coraggio. Scrivere per “restituire bellezza e verità” significa accettare di essere vulnerabili. Significa mettersi a nudo. Se scrivo di una paura, deve essere la mia vera paura, quella che mi fa tremare le mani, non una paura cinematografica e accettabile. Se scrivo dell’amore, devo scriverne anche le ombre, le incertezze, non solo la luce.

Il lettore ha un fiuto infallibile per la falsità. Se cerco di vendervi un’emozione di plastica, ve ne accorgerete dopo due righe e chiuderete il libro. Ma se ho il coraggio di mettere sulla pagina un pezzo della mia vera carne, del mio vero cuore, allora lo sentirete. Sentirete una risonanza. Direte: “Ecco, questa persona non mi sta prendendo in giro. Questa persona mi sta parlando da uomo a uomo, da anima ad anima”. Per me, la “bellezza” di cui parlo non è decorazione. La bellezza è lo splendore del vero. Anche un dolore può essere bello se è raccontato con assoluta verità, perché in quella verità riconosciamo la nostra comune umanità.

Trasformare emozioni in parole, quindi, è un processo di distillazione. Prendo il materiale grezzo raccolto con l’Ascolto, lo impasto con la Memoria, lo espando con l’Immaginazione, e poi lo passo al setaccio della Verità. Ciò che resta, ciò che sopravvive a questo processo, è la poesia. È il racconto vivo.

Perché vi racconto questo?

Vi ho svelato questo mio “metodo semplice” non per insegnarvi a scrivere – ognuno deve trovare la sua strada – ma per spiegarvi cosa c’è dietro ai libri che tenete in mano o agli articoli che leggete su questo blog. Ogni parola che leggete qui non è messa a caso. È il frutto di questo viaggio. È un tentativo, sempre imperfetto ma sempre sincero, di dare un senso al caos.

Scrivere mi aiuta a non perdermi. Trasformare le emozioni in parole è il mio modo di onorare la vita, di dirle: “Ti ho visto, ti ho sentito, non sei passata invano”. E spero che, leggendo, anche voi possiate fare lo stesso percorso. Spero che le mie parole possano servire da catalizzatore per le vostre memorie, per i vostri ascolti, per le vostre verità nascoste. Il mondo è complicato, a volte spaventoso, spesso incomprensibile. Ma quando riusciamo a nominarlo, quando riusciamo a chiudere un’emozione dentro il recinto sicuro di una frase ben costruita, allora fa un po’ meno paura. Diventa gestibile. Diventa condivisibile.

E la condivisione è l’obiettivo finale. Io non scrivo per parlare da solo. Scrivo per lanciare ponti. Quando voi leggete e vi riconoscete in ciò che scrivo, il cerchio si chiude. Il mio “capire il mondo” diventa un “capire il mondo insieme“.

Apriamo un dialogo

Questo articolo è stato un viaggio dentro di me, ma adesso vorrei che il viaggio continuasse verso di voi. La scrittura è un atto solitario solo nella fase di creazione; nella fase di fruizione deve diventare un dialogo, un incontro.

Vi siete mai chiesti quale sia il vostro metodo per elaborare le emozioni? Avete mai provato a fermarvi ad ascoltare il silenzio prima di parlare o di agire? O c’è un ricordo particolare che continua a tornare a galla e che forse sta solo aspettando di essere scritto per lasciarvi in pace?

Mi piacerebbe davvero conoscere il vostro punto di vista. Non sono qui su un piedistallo a dispensare lezioni; sono un compagno di viaggio che cerca, proprio come voi, di trovare un po’ di bellezza e verità in questo cammino. Sono sempre alla ricerca di nuove prospettive, di nuove storie, di quel confronto umano che è il carburante principale per la mia creatività e per la mia anima.

Se avete domande sul mio processo creativo, se c’è un passaggio di questo “metodo” che vorreste approfondire, o se semplicemente avete letto qualcosa nei miei libri che vi ha colpito e volete parlarne, non esitate. Sono aperto a collaborazioni, interviste, o semplici scambi di opinioni con chiunque ami la parola e la profondità. Credo fermamente che le connessioni umane siano la vera ricchezza di un artista.

Vi invito quindi a visitare la pagina Contatti del mio sito. Lì troverete il modulo per scrivermi direttamente. Leggo ogni messaggio personalmente, con quell’attenzione e quell’ascolto di cui vi ho parlato poco fa. Non lasciate che le vostre domande o i vostri pensieri restino sospesi nel vuoto: scrivetemi. Trasformiamo questo monologo digitale in una conversazione reale.

Aspetto di leggervi, per capire un altro pezzetto di mondo attraverso i vostri occhi.

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