Scrivere per esplorare: il viaggio più difficile è dentro

C’è una parola che, nella nostra epoca, è diventata un feticcio: “Viaggio”. Basta aprire un social network qualsiasi per essere inondati da immagini di viaggi. Spiagge tropicali, capitali europee, cime innevate, deserti esotici. Sembra che l’imperativo categorico della nostra generazione sia muoversi, spostarsi, accumulare timbri sul passaporto e chilometri nelle gambe. Viaggiare è diventato sinonimo di vivere. Se non ti sposti, se non vedi cose nuove, sembra che tu stia sprecando il tuo tempo. Eppure, osservando questa frenesia di movimento, mi capita spesso di notare un paradosso inquietante: più andiamo lontano fisicamente, più sembriamo rimanere fermi emotivamente.

Accumuliamo fotografie, souvenir e aneddoti, ma torniamo a casa esattamente uguali a come siamo partiti. Abbiamo cambiato lo sfondo, ma non abbiamo cambiato noi stessi. Abbiamo esplorato il mondo, ma siamo rimasti estranei a chi lo abitava: noi. Io, Giorgio Cardellino, ho fatto la scelta opposta. O meglio, la vita e la scrittura mi hanno costretto a farla. Non sono un grande viaggiatore in senso geografico. Non sono un esploratore da documentario. Ma sono un viaggiatore instancabile in un territorio molto più pericoloso, vasto e inesplorato: il mio mondo interiore.

Il titolo di questo articolo non è una provocazione, è una constatazione empirica: il viaggio più difficile è dentro. È difficile perché non ci sono mappe affidabili. È difficile perché non ci sono guide turistiche che ti dicono dove guardare. È difficile perché, quando scendi dentro te stesso, non trovi sempre panorami mozzafiato; a volte trovi paludi, rovine, mostri che pensavi di aver sconfitto. Ma è l’unico viaggio che conta davvero. Ed è il viaggio che compio ogni volta che scrivo.

Oggi voglio invitarvi a fare i bagagli per questa spedizione. Non vi servono biglietti aerei, né valigie firmate. Vi serve solo il coraggio di chiudere gli occhi e guardare dove c’è buio.

La scrittura come mezzo di trasporto (non come diario di bordo)

Spesso si pensa alla scrittura come a un modo per “registrare” ciò che è accaduto. Un diario di bordo: “Oggi ho fatto questo, ho visto quello”. Per me, la scrittura non è la registrazione del viaggio. La scrittura è il mezzo di trasporto. È la nave, è la trivella, è la navicella spaziale.

Quando inizio a scrivere una poesia per Canti di notte o un racconto, non so mai esattamente dove andrò a finire. Parto da un indizio. Un’emozione, un ricordo sbiadito del 1985, una frase sentita per strada, un dolore improvviso. Quello è il punto di partenza. La scrittura è l’atto di muoversi da quel punto verso l’ignoto. Scrivo per esplorare. Scrivo per andare a vedere cosa c’è dietro l’angolo di quel pensiero.

Se sapessi già tutto quello che voglio dire prima di iniziare a scrivere, probabilmente non scriverei affatto. Mi annoierei. La magia accade quando la penna (o la tastiera) diventa più intelligente di te. Quando scrivi una frase e ti fermi, stupito, pensando: “Ma davvero io penso questo? Davvero io ho dentro questo?”. In quel momento, hai fatto un passo nella giungla interiore. Hai scoperto una radura che non sapevi esistesse.

Questo tipo di esplorazione richiede una dote fondamentale, di cui parlo spesso: la verità. Se viaggi per farti i selfie, cerchi gli angoli migliori, la luce giusta. Se viaggi per esplorare, accetti tutto. Accetti la pioggia, il fango, la fatica. Scrivere per esplorare significa accettare di scrivere anche le cose brutte di sé. Significa mappare le proprie debolezze, le proprie invidie, le proprie paure. Non è un viaggio di piacere. È un viaggio di conoscenza.

“Partenze”: il significato nascosto nel mio libro

Il concetto del viaggio è centrale nella mia opera, tanto da finire nel titolo del mio libro più recente: Non pettinarti prima di partire. Molti mi chiedono: “Giorgio, ma partire per dove?”. La risposta è duplice.

C’è la partenza fisica, certo. Il muoversi nel mondo. E lì il consiglio di “non pettinarsi” è un invito all’autenticità: non prepararti una maschera prima di incontrare gli altri, vacci come sei. Ma c’è soprattutto la partenza interiore. Ogni giorno è una partenza. Ogni mattina ci alziamo e partiamo per il viaggio della giornata. Ogni relazione è una partenza. Ogni dolore è una partenza (spesso verso una terra straniera e ostile).

“Partire”, nel mio vocabolario, significa abbandonare le certezze. Significa lasciare il porto sicuro delle abitudini e dei pregiudizi. Nella “società immediata”, siamo stanziali anche quando ci muoviamo. Restiamo ancorati alle nostre convinzioni, ai nostri “si è sempre fatto così”, alle nostre comodità mentali. Abbiamo paura di partire davvero, cioè di cambiare idea, di cambiare pelle.

Il mio libro è un manuale per viaggiatori immobili. Vi insegna (o meglio, vi suggerisce, perché non sono un maestro) come staccare l’ancora restando seduti sulla vostra poltrona. Vi invita a guardare le cose familiari con occhi stranieri. Esplorare il proprio salotto, la propria relazione matrimoniale, il proprio lavoro, come se fosse la prima volta. Chiedersi: “Perché è lì? Cosa significa?”. Questa è la vera esplorazione. Scoprire il nuovo nel vecchio. Scoprire l’infinito nel quotidiano.

La bussola del “Perché”: orientarsi nel buio

In un viaggio senza mappe, come si fa a non perdersi? Come ho scritto in un altro articolo, l’unica bussola affidabile è la domanda: Perché?.

Quando ti inabissi nel tuo mondo interiore, è facile smarrirsi. Le emozioni sono correnti forti. La tristezza può trascinarti al largo. La rabbia può farti sbattere contro gli scogli. La nostalgia può intrappolarti in una secca. Il “Perché” ti permette di tenere la rotta.

Sto provando rabbia. Ok, sto esplorando questa zona della mia anima. Perché sono arrabbiato? Forse perché mi sento impotente? Perché mi sento impotente? Perché vorrei controllare il tempo e non posso.

Vedi? Il “perché” trasforma un’emozione caotica in un percorso di senso. Scrivere è l’atto di tracciare questo percorso sulla carta. I miei testi sono le mappe che ho disegnato dopo essere tornato da queste spedizioni. Quando leggete una poesia che parla di solitudine, non state leggendo solo uno sfogo. State guardando la mappa di un territorio che io ho attraversato a piedi, passo dopo passo, chiedendomi “perché” a ogni bivio. E vi offro questa mappa non perché il vostro territorio sia identico al mio (ognuno ha il suo mondo interiore), ma perché la morfologia dell’anima umana è universale. Le montagne della paura e i fiumi della gioia si assomigliano per tutti. Avere la mappa di un altro esploratore può aiutare a non sentirsi persi nel proprio deserto.

I mostri e i tesori: cosa si trova laggiù

Cosa ho trovato in quarant’anni di esplorazione? Cosa contiene questo “viaggio più difficile”?

Ho trovato mostri, inutile negarlo. Ho trovato la mia inadeguatezza. Ho trovato il rimorso per parole non dette e per parole dette male. Ho trovato la paura di invecchiare, di diventare invisibile, di morire. In Canti di notte, c’è molto buio. Non ho voluto nasconderlo. Incontrare i propri mostri è terrificante, ma è necessario. Perché un mostro guardato in faccia smette di essere un mostro e diventa una parte di te. Diventa un compagno di viaggio scontroso, ma gestibile. La scrittura addomestica i mostri nominandoli.

Ma ho trovato anche tesori inestimabili. Ho trovato una capacità di amare che non sapevo di avere. Ho trovato la bellezza in dettagli insignificanti: il modo in cui la luce cade su un tavolo, il suono della risata di un amico, la tenacia di un ricordo felice che resiste all’erosione del tempo. Ho trovato la connessione. Esplorando me stesso, ho scoperto che nel punto più profondo del mio “io” c’è un passaggio segreto che porta al “noi”. Più scendi in profondità nella tua umanità personale, più tocchi l’umanità universale. È lì, nel fondo del pozzo, che scopri che non sei solo. Che il tuo dolore è il dolore del mondo. Che la tua speranza è la speranza di tutti.

La fatica del viaggio e la tentazione di fermarsi

Non vi mentirò: esplorare stanca. A volte vorrei fermarmi. Vorrei essere superficiale. Vorrei accontentarmi del “Cosa” e del “Come”, come fa la società immediata. Vorrei vivere di “scroll”, di aperitivi leggeri, di pensieri corti. Sarebbe riposante. Sarebbe una vacanza dall’essere se stessi.

A volte smetto di scrivere per un po’. Mi siedo sul bordo della strada e guardo gli altri correre. Ma poi il richiamo torna. Torna quella sensazione di incompletezza, di falsità. Sento che se non esploro, sto morendo. Sento che se non scrivo, sto tradendo la vita che mi è stata data. La scrittura è una condanna e una salvezza. Mi costringe a camminare, ma mi permette di vedere paesaggi che chi sta fermo non vedrà mai.

Il diario di viaggio condiviso: i miei libri

Tutto questo esplorare, tutto questo faticare, non avrebbe senso se restasse chiuso nella mia testa. Un esploratore che non racconta ciò che ha visto è un esploratore triste. Ecco perché pubblico. Non per vanità (anche se l’ego c’è sempre, siamo onesti), ma per condivisione.

I miei libri, Canti di notte e Non pettinarti prima di partire, sono i miei diari di viaggio. Non sono guide turistiche patinate. Sono appunti presi sul campo, con le macchie di fango e di caffè. Contengono le coordinate dei luoghi che ho visitato dentro di me. Ve li offro come invito. Non vi dico: “Leggete qui, così saprete chi è Giorgio”. Vi dico: “Leggete qui, e usate queste parole come piccozza per iniziare il vostro scavo”.

La lettura, quella vera, è un viaggio immobile. Quando aprite un mio libro, state accettando di partire con me. Io faccio da guida, vi porto nei luoghi oscuri e in quelli luminosi, ma il passo ce lo dovete mettere voi. L’emozione ce la dovete mettere voi.

Un invito al dialogo: raccontami la tua esplorazione

Siamo arrivati alla fine di questo articolo, ma spero all’inizio di qualcosa di nuovo per voi. Spero di avervi trasmesso l’idea che la vostra interiorità non è uno sgabuzzino da tenere chiuso, ma un continente da esplorare. E spero di avervi fatto venire voglia di partire.

Non serve andare lontano. Basta spegnere il telefono per un’ora. Basta prendere un foglio di carta. Basta farsi una domanda scomoda. E se durante questa esplorazione vi sentite soli, o se trovate qualcosa di strano e volete confrontarvi, o se semplicemente volete leggere le mappe che ho disegnato io per vedere se assomigliano alle vostre… io sono qui.

Voglio invitarvi a fare un passo concreto. Andate alla pagina Contatti del mio sito. Scrivetemi. Non per “recensire” l’articolo, ma per parlarmi. Ditemi: “Giorgio, ho provato a guardarmi dentro e ho visto questo…”. Oppure: “Giorgio, ho letto il tuo libro e mi ha portato in un posto che avevo dimenticato”. O anche: “Giorgio, ho paura di partire, come si fa il primo passo?”.

Sono disponibile per parlare dei miei libri, certo, per dirvi dove trovarli e come leggerli. Ma sono disponibile soprattutto per parlare di voi attraverso i libri. Trasformiamo la lettura in un incontro tra esploratori. Sediamoci intorno al fuoco virtuale e raccontiamoci le terre che abbiamo visto.

Il viaggio più difficile è dentro, è vero. Ma se lo facciamo insieme, la strada fa meno paura e il panorama è decisamente più bello. Buon viaggio, ovunque decidiate di andare (o di restare). Vi aspetto.

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