
Viviamo in un mondo saturo di parole. Le parole ci assediano da ogni lato: dagli schermi luminosi dei nostri smartphone, dai cartelloni pubblicitari che promettono felicità a basso costo, dalle televisioni accese in sottofondo, dalle conversazioni frettolose nei bar. La maggior parte di queste parole sono leggere, volatili. Sono parole di plastica, prodotte in serie per vendere qualcosa o per riempire il silenzio. Sono parole che scivolano addosso senza lasciare traccia, come la pioggia su un impermeabile.
E poi, in mezzo a questo frastuono, ci sono le “parole vere”. Quelle che cerco di scolpire ogni giorno nella mia officina di scrittore. Quelle che spero troviate sfogliando le pagine di Canti di notte o lasciandovi interrogare da Non pettinarti prima di partire. Ma cos’è, esattamente, una parola vera? E come si fa a riconoscerla in mezzo a tanto rumore?
Oggi voglio parlarvi di questo. Voglio parlarvi della materia prima del mio lavoro. Non l’inchiostro, non la carta, ma la sincerità. Quella sincerità che a volte consola, ma che altre volte, se è davvero autentica, fa male. Perché la verità, quella profonda, ha sempre degli spigoli vivi.
La definizione di “Parole Vere”
Nel linguaggio che uso per descrivere il mio lavoro, parlo spesso di “emozioni sincere e profonde”. Potrebbero sembrare aggettivi standard, messi lì per fare bella figura. Ma per me sono coordinate nautiche.
Per me, una “parola vera” è una parola che ha un peso specifico. Non è necessariamente una parola colta, difficile o ricercata. Anzi, spesso le parole vere sono le più semplici: “addio”, “paura”, “madre”, “buio”, “luce”. La differenza non sta nel vocabolario, sta nella provenienza. Una parola è vera quando non nasce dalla testa, dal calcolo, dalla volontà di apparire intelligenti o “vestiti da intellettuale”. Una parola è vera quando nasce dalla pancia. Quando è stata pagata con un pezzo di vita.
Quando scrivo “scrivo per capire il mondo”, intendo dire che uso la scrittura come uno strumento di scavo. Le parole vere sono quelle che trovo quando smetto di mentire a me stesso. E credetemi, smettere di mentire a se stessi è l’impresa più difficile del mondo. Tutti noi ci costruiamo delle narrazioni di comodo. Ci raccontiamo che “va tutto bene”, che “non ci importa”, che “abbiamo dimenticato”. La poesia sincera è quella che rompe questa narrazione. È quella che ti guarda negli occhi e ti dice: “No, non va tutto bene. No, ti importa ancora. No, non hai dimenticato”.
Quindi, come definisco le “parole vere”? Sono quelle parole che, una volta scritte o lette, non possono più essere ritirate. Sono definitive. Sono sassi lanciati nello stagno dell’anima che continuano a generare cerchi per anni.
Il test del dolore: quando la sincerità graffia
Il titolo di questo articolo contiene una piccola provocazione: “anche quando fa male”. C’è un’idea romantica e un po’ stucchevole della poesia come qualcosa di sempre dolce, consolatorio, “carino”. Certo, la poesia deve restituire bellezza, come dico sempre. Ma la bellezza non è sempre dolcezza. A volte la bellezza è una tempesta. A volte la bellezza è un incendio.
Come capisci se una poesia è sincera? Dal fatto che ti mette a disagio. Se leggi una poesia e pensi “che carina”, e poi giri pagina e pensi a cosa cucinare per cena, quella poesia probabilmente era un esercizio di stile, oppure non ti ha toccato davvero. Ma se leggi una poesia e senti una fitta allo stomaco; se senti il bisogno di alzare gli occhi dal libro e fissare il vuoto per un minuto; se ti senti improvvisamente nudo, scoperto… allora sei di fronte a parole vere.
La sincerità fa male perché abbatte le difese. In Canti di notte, ci sono testi che raccontano momenti di smarrimento, di solitudine generazionale, di sogni infranti dagli anni ’80 a oggi. Scriverli non è stato una passeggiata. Rileggerli, a volte, mi fa ancora male. Perché mi costringono a rivedere il ragazzo che ero e a confrontarlo con l’uomo che sono. Mi costringono a vedere le crepe. Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce. Se io, come autore, cerco di proteggermi, di “indorare la pillola”, di scrivere solo cose piacevoli, vi sto truffando. Vi sto vendendo bigiotteria spacciandola per oro. La mia promessa è quella di offrirvi “emozioni sincere”. E la sincerità richiede il coraggio di mostrare anche le ferite, affinché chi legge possa riconoscere le proprie e sentirsi meno solo.
L’intreccio indissolubile: Vissuto e Sogno
Ma attenzione: dire la verità non significa fare la cronaca giornalistica della propria vita. La poesia non è un verbale dei carabinieri. Nel mio sito scrivo: “Ogni parola nasce da ciò che ho vissuto, ma anche da ciò che immagino e sogno”. Questo è il punto cruciale. La poetica di Giorgio Cardellino nasce dall’abbraccio tra questi due mondi: il Vissuto e il Sogno.
Il Vissuto è l’ancora. È la realtà tangibile. Sono le date, i luoghi, le persone in carne ed ossa che ho incontrato dal 1979 al 2022. È l’esperienza diretta. Senza il vissuto, la poesia è aria fritta, è astrazione filosofica che non tocca terra. Io ho bisogno di sentire l’odore dell’asfalto, il sapore del vino, il freddo di una stretta di mano mancata. Ho bisogno della concretezza della vita per iniziare a scrivere.
Il Sogno (o l’Immaginazione) è la vela. È ciò che permette al vissuto di staccarsi da terra e diventare universale. Se scrivessi solo ciò che ho vissuto esattamente come l’ho vissuto, scriverei un diario segreto, interessante solo per me. Il sogno interviene per trasformare il fatto privato in simbolo. Il sogno mi permette di dire: “Questa cosa è successa a me, ma attraverso l’immaginazione la rendo abbastanza grande da contenere anche te”.
Come si intrecciano? Immaginate il vissuto come un muro di mattoni grezzi. Solido, vero, ma forse un po’ brutto, un po’ duro. Il sogno è l’edera che ci cresce sopra. Non nasconde il muro (la verità è sempre lì sotto), ma lo trasforma in qualcosa di vivo, di verde, di respirante. Oppure: il vissuto è la ferita, il sogno è la medicina. Scrivo partendo da un dolore reale (vissuto), ma poi uso le parole per immaginare un senso, per costruire una speranza, per sognare una via d’uscita (sogno). Le “parole vere” nascono proprio in questo punto di intersezione. Non sono né cronaca fredda né fantasia sfrenata. Sono “verità sognata”. O “sogno vero”.
Il lettore come cartina di tornasole
Io posso passare notti intere a scrivere, a cancellare, a cercare la parola giusta. Posso essere convinto di aver scritto la cosa più sincera del mondo. Ma la prova del nove non ce l’ho io. Ce l’avete voi. Siete voi lettori la cartina di tornasole della verità poetica.
Come capite voi se sto mentendo o se sto dicendo la verità? Non lo capite con la testa. Lo capite con il corpo. La poesia sincera ha una risonanza fisica. È quel brivido che ti corre lungo la schiena. È quel nodo alla gola che si scioglie. È quel sorriso involontario che ti spunta sulle labbra quando leggi una frase che sembra leggerti dentro. Si chiama riconoscimento. Quando leggi parole vere, non stai scoprendo qualcosa di nuovo. Stai riconoscendo qualcosa che sapevi già, ma che non avevi mai saputo nominare. È come se la poesia ti restituisse un pezzo di te che avevi perso.
Ecco perché dico che “la poesia non è fuga”. Perché quando funziona, quando è vera, ti riporta a casa. Ti riporta al centro di te stesso. Se leggete Non pettinarti prima di partire, troverete molti inviti a fermarvi, a osservare. Se quelle parole vi sembreranno solo istruzioni, allora ho fallito. Ma se, leggendole, sentirete il vostro respiro rallentare davvero, se sentirete il bisogno fisico di alzare lo sguardo e guardare il cielo… allora quelle erano parole vere.
La responsabilità della verità
Scegliere di scrivere “parole vere” è una responsabilità enorme. Significa rinunciare alle scorciatoie. Sarebbe molto più facile scrivere poesie “alla moda”, copiare lo stile di chi vende di più, usare le parole chiave che piacciono agli algoritmi. Ma io ho fatto una scelta diversa. Ho scelto di essere Giorgio Cardellino, con la mia storia, le mie imperfezioni, la mia voce a volte ruvida. Ho scelto di non “vestirmi da intellettuale” perché l’abito dell’intellettuale a volte è una corazza che protegge dalla verità. E io non voglio proteggermi. Voglio espormi.
Espormi significa accettare il rischio di non piacere a tutti. Le parole vere sono selettive. Chi cerca solo intrattenimento leggero, scapperà via. Ma chi cerca una connessione umana, chi ha fame di senso, resterà. E con queste persone – con voi – si crea un legame che va oltre il rapporto autore-lettore. Diventa un’alleanza. Un’alleanza tra persone che hanno deciso di guardare in faccia la vita, con tutto il suo carico di dolore e meraviglia, senza abbassare lo sguardo.
Ditemi la vostra verità
Ho parlato molto, forse troppo, del mio punto di vista. Ma come ho detto prima, la poesia è un ponte, e un ponte ha bisogno di due sponde per esistere. Io ho gettato la mia parte di ponte con i miei libri e con questo articolo. Ora tocca a voi.
Vorrei chiedervi una cosa, e vorrei che la prendeste sul serio. Come riconoscete voi la sincerità? Vi è mai capitato di leggere una poesia (mia o di altri) e di sentire quel “dolore” buono di cui parlavo? Quel dolore che ti sveglia? O vi è capitato di leggere qualcosa che tutti osannavano, ma che a voi suonava falso come una moneta di latta?
Mi piacerebbe immensamente leggere le vostre opinioni. Non cercate di scrivere “bene”, cercate di scrivere “vero”. Andate alla pagina Contatti del mio sito. Lì c’è uno spazio bianco che aspetta le vostre parole vere. Scrivetemi. Raccontatemi un’emozione che una lettura vi ha suscitato. Oppure ditemi: “Giorgio, non sono d’accordo, per me la poesia deve essere solo sogno”. Il confronto è il nutrimento dell’artista. Senza il vostro ritorno, le mie parole rischiano di diventare eco in una stanza vuota.
Aspetto di leggervi. Aspetto di sentire la vibrazione delle vostre verità. Perché alla fine, siamo tutti qui a cercare la stessa cosa: qualcosa di reale a cui aggrapparci mentre il mondo gira troppo veloce.