
C’è una malattia che affligge chi scrive, ma che contagia anche chi legge e, in generale, chiunque cerchi di comunicare in questa nostra epoca strana e frenetica. È la malattia della perfezione. Viviamo nella “società immediata”, un luogo dove l’immagine ha preso il sopravvento sulla sostanza. Un mondo dove tutto deve essere lucido, levigato, privo di attriti. Scorriamo i social network e vediamo vite apparentemente perfette, corpi scolpiti, vacanze da sogno, colazioni bilanciate fotogeniche. E, naturalmente, leggiamo frasi perfette.
Quelle frasi brevi, a effetto, studiate a tavolino per ottenere il massimo numero di like nel minor tempo possibile. Aforismi da Baci Perugina 2.0, che suonano benissimo, che hanno un ritmo impeccabile, ma che, se provi a grattare la superficie, sotto non hanno nulla. Sono gusci vuoti. Sono caramelle colorate piene di aria. Io, Giorgio Cardellino, ho passato quarant’anni a scrivere. Ho riempito quaderni, file di computer, pagine di libri. E se c’è una lezione che ho imparato a mie spese, una lezione che voglio condividere con voi oggi con tutta la forza che ho, è questa: la perfezione è nemica della verità.
Se cercate frasi perfette, comprate un manuale di retorica o affidatevi a un algoritmo di intelligenza artificiale. Ma se cercate qualcosa che vi faccia sentire meno soli, se cercate la vita, allora dovete smettere di cercare il bello e iniziare a cercare il vero. Oggi voglio spiegarvi la differenza abissale che passa tra questi due concetti e perché, nella mia poetica, ho scelto di sacrificare l’estetica sull’altare della sincerità.
L’inganno della Bellezza (quella con la B minuscola)
Intendiamoci: io amo la bellezza. Nel mio sito scrivo che voglio “restituire bellezza e verità”. Ma c’è bellezza e bellezza. C’è la bellezza decorativa, quella che chiamo “con la B minuscola”. È la bellezza del fiore di plastica: i petali sono simmetrici, il colore è vivace, non appassisce mai. È perfetto. Ma non profuma. Non attira le api. Non ha vita. Nella scrittura, questa bellezza si manifesta con l’uso di parole ricercate, di aggettivi ridondanti, di metafore complesse che servono solo a mostrare quanto è bravo l’autore. È la scrittura di chi “si veste da intellettuale”.
Quando leggo un testo “perfetto”, spesso provo ammirazione tecnica, ma freddezza emotiva. Penso: “Wow, che bravo scrittore”. Ma non penso mai: “Wow, questo parla di me”. La perfezione crea distanza. Mette l’autore su un piedistallo e il lettore in platea. È una performance, non un abbraccio. E io, ve lo confesso, non ho mai voluto essere un performer. Ho sempre voluto essere un ponte.
La potenza della Verità (quella che graffia)
La Verità, nella scrittura, è un animale completamente diverso. La Verità è spesso “spettinata”, per citare il titolo del mio libro. È irregolare. A volte zoppica. A volte urla in modo sgraziato. Una frase vera non nasce dal desiderio di piacere, nasce dall’urgenza di uscire. È la differenza che passa tra dire: “L’animo mio è afflitto da una sempiterna malinconia che tinge di grigio l’orizzonte” (Frase “Perfetta”, letteraria, un po’ finta) e dire: “Mi sono svegliato e non avevo voglia di alzarmi, perché il mondo là fuori mi sembrava troppo pesante da spostare” (Frase Vera).
Sentite la differenza? La prima la leggete e la dimenticate. La seconda vi entra nello stomaco, perché almeno una volta nella vita vi siete sentiti esattamente così. La frase vera ha un odore. Sa di caffè bruciato, di pioggia sull’asfalto, di sudore, di lacrime salate. Ha una temperatura corporea. Perché inseguo le frasi vere? Perché sono le uniche che hanno il potere di creare una connessione reale.
La promessa di emozioni sincere e profonde
Quando dico, nella mia biografia e nella presentazione del mio lavoro, che offro “emozioni sincere e profonde”, non è uno slogan di marketing. È un patto di sangue con il lettore. “Sincero” deriva dal latino sine cera. Nell’antichità, gli scultori disonesti usavano la cera per coprire le crepe e i difetti delle statue di marmo. Una statua “sincera” era una statua senza cera: integra, vera, che mostrava la pietra per quello che era, senza trucchi.
La mia scrittura è senza cera. Se c’è una crepa nel mio animo, se c’è una contraddizione, io non la copro. La mostro. Scrivere frasi vere significa accettare la propria vulnerabilità. Significa ammettere di avere paura, di essere confusi, di aver amato male o troppo. Perché lo faccio? Non per masochismo. Ma perché so che la mia crepa è identica alla tua. La “profondità” di cui parlo non è la complessità filosofica. È la capacità di andare a fondo, sotto la pelle. La società immediata ci vuole far pattinare sulla superficie. Io voglio fare immersione. Voglio che quando leggete Canti di notte, non diciate “che belle poesie”, ma diciate “che verità potenti”.
Il processo creativo: togliere, non aggiungere
Molti pensano che scrivere significhi aggiungere parole. Arricchire. Decorare. Per me, scrivere frasi vere significa togliere. È un lavoro di scultura, non di pittura. Io parto da un blocco di granito che è il mio vissuto (un’emozione, un ricordo, un sogno). All’inizio è grezzo, confuso. Inizio a scrivere. La prima stesura è spesso piena di “frasi perfette”, di tentativi del mio ego di sembrare intelligente. Poi inizia il vero lavoro. Rileggo e mi chiedo: “Giorgio, ma questa cosa la pensi davvero? O la stai scrivendo perché suona bene?”. Se la risposta è “suona bene”, la cancello. Senza pietà.
Elimino gli aggettivi inutili. Elimino le pose. Elimino il “vestito da intellettuale”. Torno all’osso. C’è un passaggio in Non pettinarti prima di partire in cui parlo dell’importanza di guardarsi allo specchio senza filtri. La scrittura è lo stesso processo. Devo arrivare a quella frase che, quando la leggo, mi fa un po’ male. Se non mi fa male, se non mi smuove qualcosa dentro, se non mi imbarazza un po’ per la sua onestà, allora non è abbastanza vera. E se non è vera per me che la scrivo, non potrà mai essere vera per te che la leggi.
Dal vissuto alla pagina: non si inventa nulla
Le frasi vere non si inventano. Si raccolgono. Si raccolgono per strada, ascoltando i discorsi della gente (consapevolezza dell’ascolto). Si raccolgono nel proprio passato, aprendo i cassetti della memoria che avevamo chiuso a chiave. Si raccolgono nei sogni. Ogni parola che trovate nei miei libri ha una radice nel reale. Anche quando parlo di “ciò che immagino e sogno”, non sto parlando di fantasia pura. Sto parlando di una realtà desiderata, o temuta. Il sogno è una forma di verità: ci dice chi vorremmo essere.
In Canti di notte, ci sono poesie che parlano di momenti storici precisi, dagli anni ’80 a oggi. Per scrivere quei testi, non ho consultato enciclopedie. Ho consultato il mio cuore di ragazzo di allora. Ho cercato di ricordare non le date, ma le sensazioni. L’elettricità nell’aria, la delusione, la speranza ingenua. Quelle sono le frasi vere: quelle che portano con sé il DNA di un momento vissuto.
La connessione: perché abbiamo bisogno di verità
Perché insisto tanto su questo? Perché credo che stiamo morendo di solitudine. Siamo iper-connessi digitalmente, ma emotivamente isolati. Ognuno di noi è chiuso nella sua bolla, convinto che i propri dolori siano unici, che le proprie paure siano vergognose, che i propri difetti siano imperdonabili. Vediamo gli altri sempre sorridenti e performanti e pensiamo: “Sono io quello sbagliato”.
La frase vera rompe questo incantesimo. Quando leggi un autore che ti dice: “Sai, anche io mi sento perso a volte”, o “Anche io ho paura di non essere abbastanza”, succede un miracolo. La bolla scoppia. Ti senti visto. Ti senti compreso. Ti senti “normale”. La letteratura, quella vera, è una stretta di mano attraverso il tempo e lo spazio. È qualcuno che ti dice: “Non sei pazzo. Sei solo umano. E siamo in due”.
Io cerco la connessione. Questo è il mio unico scopo. Non scrivo per la gloria, non scrivo per i premi letterari (anche se fanno piacere). Scrivo per quel momento in cui un lettore mi scrive e mi dice: “Giorgio, quella frase l’hai scritta per me”. In quel momento, la frase non è più mia. È nostra. È diventata un luogo di incontro.
Un antidoto alla “società immediata”
La frase perfetta è figlia della fretta. È facile da consumare, facile da dimenticare. La frase vera richiede tempo. Richiede tempo per essere scritta (perché bisogna scavare) e richiede tempo per essere letta (perché bisogna digerirla). Cercare frasi vere è un atto di resistenza contro la “società immediata”. È un modo per rallentare. È un modo per dire: “Non mi accontento della superficie. Voglio andare a fondo”.
Se leggete i miei libri cercando intrattenimento leggero, forse rimarrete delusi. Ma se li leggete cercando uno specchio, se li leggete con la disponibilità a farvi toccare, allora troverete qualcosa che vale molto più della perfezione: troverete l’umanità.
E ora, tocca a te
Ho parlato a lungo, forse troppo. Ma l’argomento mi sta a cuore perché è la bussola della mia vita. Ora però vorrei che questo monologo diventasse un dialogo. Vorrei sapere cosa ne pensi tu.
Ti è mai capitato di leggere un libro osannato dalla critica, scritto in modo “perfetto”, e di non provare assolutamente nulla? E ti è mai capitato, invece, di leggere una frase semplice, magari sgrammaticata, magari scritta su un muro o in un messaggio di un amico, che ti ha fatto piangere per quanto era vera?
Vorrei che mi scrivessi. Non cercare di scrivere un messaggio “bello”. Non preoccuparti della forma, della punteggiatura, dello stile. Fregatene della perfezione. Scrivimi una frase vera. Raccontami cosa hai provato leggendo una mia poesia, se l’hai fatto. Oppure raccontami semplicemente come ti senti oggi, in questo preciso istante, senza filtri.
Vai alla pagina Contatti del mio sito. Lì non troverai un giudice letterario. Troverai Giorgio. Troverai un uomo che ha deciso di scommettere tutto sulla verità e che è avido di conoscere la tua. Perché, alla fine, siamo tutti cercatori di verità in un mondo di bugie luccicanti. E se ci mettiamo insieme, forse la ricerca fa meno paura.
Ti aspetto. Sii vero, non perfetto.