Le coincidenze non esistono: storie di connessioni incredibili

Oggi è domenica, 22 febbraio. Mentre scrivo queste righe, guardo fuori dalla finestra del mio studio. Torino è avvolta in quella luce obliqua e un po’ stanca del tardo pomeriggio invernale. C’è una calma irreale, quel silenzio ovattato che scende sulle città prima che la frenesia del lunedì mattina ricominci a macinare il tempo. In giorni come questo, in cui il mondo sembra rallentare, la mente ha lo spazio per notare cose che di solito ci sfuggono. Dettagli minimi. Fili invisibili.

Nella nostra “società immediata”, siamo stati addestrati a credere solo a ciò che è misurabile, calcolabile, riproducibile. Siamo figli del razionalismo assoluto. Se A causa B, allora è scienza. Se A e B accadono nello stesso momento senza un nesso logico apparente, allora è un “caso”. Una semplice sovrapposizione statistica. Un capriccio del calcolo delle probabilità. Lo chiamiamo “coincidenza”, ci facciamo una mezza risata sopra, diciamo “Com’è piccolo il mondo!”, e andiamo avanti con la nostra vita.

Ma io, Giorgio Cardellino, oggi voglio dirvi una cosa che la scienza ufficiale forse guarderebbe con sospetto, ma che i poeti e i cuori attenti sanno da millenni: le coincidenze non esistono. O, per dirla con le parole del grande psicanalista Carl Gustav Jung, esistono le sincronicità. Eventi che non sono legati da un rapporto di causa-effetto, ma da un significato profondo. Segnali stradali disseminati lungo il nostro cammino, messi lì per dirci: “Ehi, stai guardando? Sei sveglio? L’universo non è una macchina cieca, è un tessuto, e tu sei uno dei fili”.

Oggi voglio raccontarvi una storia. Una storia vera, capitata a me qualche anno fa, che ha cambiato per sempre il mio modo di guardare ai miei libri e ai lettori che li tengono in mano.

La panchina al Valentino e il libro ritrovato

Era un martedì di novembre, uno di quei giorni in cui la nebbia a Torino non si alza mai veramente. Ero in una fase di stallo creativo terribile. Canti di notte era uscito da qualche mese, ma io mi sentivo svuotato, inutile, assalito dalla famosa sindrome dell’impostore di cui abbiamo parlato in passato. Mi chiedevo: “A chi importa davvero quello che scrivo? Sono solo parole su carta. Non cambieranno la vita di nessuno”.

Per sfuggire ai miei pensieri, uscii a fare una passeggiata al Parco del Valentino. Camminavo a testa bassa, guardando le foglie marce sul sentiero. Su una panchina di legno scrostato, vicino alla riva del Po, vidi un libro. Era stato lasciato lì, da solo. Mi avvicinai. Il cuore mi fece un salto strano: era una copia del mio libro, Canti di notte. La copertina era un po’ umida per la nebbia. Lo presi in mano. C’è sempre una sensazione di estraneità quando un autore vede la propria opera “libera” nel mondo, fuori dal controllo di una libreria o della propria scrivania.

Aprii il libro. Nel frontespizio, c’era una dedica scritta a penna, con una calligrafia veloce e nervosa. Diceva testualmente: “A Marco, perché anche quando si perde la strada, il mare ci aspetta sempre. Non arrenderti oggi”. Sotto, nessuna firma. Solo una data: il giorno prima.

Io non conoscevo nessun Marco a cui avessi fatto una dedica del genere. Quel libro era stato comprato, donato e poi… abbandonato? O forse dimenticato? O, forse, lasciato lì di proposito come un messaggio in bottiglia? Lo rimisi esattamente dove lo avevo trovato. E tornai a casa con un senso di mistero che mi ronzava in testa.

L’e-mail delle 3 del mattino

Fast-forward di tre settimane. Sono le tre del mattino. (Le tre del mattino sono il fuso orario ufficiale delle anime inquiete). Non riesco a dormire, così apro il computer e controllo la casella e-mail dei Contatti, quella dove di solito mi scrivete voi. C’è un’e-mail lunga. L’oggetto è semplicemente: “Grazie”.

Il mittente si chiama Marco. Inizia a raccontarmi la sua storia. Era un uomo di quarant’anni che aveva appena perso l’azienda di famiglia, si stava separando dalla moglie e si sentiva scivolare in un buco nero senza fondo. Mi scrive che un martedì di novembre, in una giornata di nebbia fitta, era uscito di casa con l’idea di farla finita. Era andato al Parco del Valentino. Si era seduto su una panchina di legno scrostato, vicino all’acqua, cercando il coraggio per compiere l’irreparabile.

E lì, su quella panchina, mentre guardava il vuoto, il suo sguardo era caduto su un libro lasciato accanto a lui. Canti di notte. Lo aveva aperto meccanicamente, senza pensarci. E aveva letto la dedica scritta a penna: “A Marco, perché anche quando si perde la strada, il mare ci aspetta sempre. Non arrenderti oggi”.

Marco mi scrisse: “Giorgio, io non so chi tu sia, non conoscevo il tuo libro. Non so chi lo abbia lasciato lì. Ma so che quel messaggio aveva il mio nome. E mi diceva di non arrendermi ‘oggi’. Ho letto le tue poesie seduto su quella panchina. Ho pianto per due ore. E poi sono tornato a casa. Sono ancora vivo grazie a quel libro. Volevo solo dirtelo”.

L’invisibile ragnatela del mondo

Ora, ditemi voi: calcolate le probabilità. Quante probabilità ci sono che una persona compri il mio libro, ci scriva una dedica anonima per un certo “Marco” incoraggiandolo a non arrendersi, e lo lasci su una panchina? Quante probabilità ci sono che, il giorno dopo, un uomo disperato che si chiama proprio Marco, e che sta decidendo se continuare a vivere, scelga esattamente quella panchina tra le centinaia presenti nel parco? E quante probabilità ci sono che io, l’autore, disilluso e in crisi, passi di lì un’ora prima e veda quel libro, ricevendo esattamente la rassicurazione che cercavo (“quello che scrivi serve a qualcosa”) prima ancora di sapere l’impatto che avrebbe avuto?

Se siete cinici, direte: un caso. Uno su un miliardo, ma un caso. Io mi rifiuto di crederlo. Io credo che in quel momento si sia attivata una connessione di emergenza nell’universo. Un salvavita spirituale. Il mondo è tessuto da fili invisibili. È un arazzo di una complessità sconcertante. Ogni nostra azione, ogni passo, ogni parola scritta o pronunciata, tira uno di questi fili e fa vibrare la tela da un’altra parte, spesso a chilometri di distanza, spesso ad anni di distanza.

Uscire dall’algoritmo per entrare nella magia

Il problema del nostro tempo è che la tecnologia sta cercando di sostituire questa ragnatela magica con un’altra ragnatela: quella degli algoritmi. L’algoritmo dei social o di Google ti fa trovare esattamente ciò che stai cercando, o ciò che “potrebbe piacerti” in base a quello che hai già fatto. È una stanza degli specchi. Ti restituisce sempre e solo la tua stessa immagine. Non c’è mistero. “Hai comprato un tostapane? Ecco altri dieci tostapane”. “Hai letto un articolo rabbioso? Ecco altri cento articoli per farti arrabbiare di più”.

L’algoritmo non ti darà mai il libro di cui la tua anima ha disperatamente bisogno, lasciato su una panchina. L’algoritmo non è capace di sincronicità. Calcola, ma non intuisce. Per permettere alle coincidenze significative di entrare nella nostra vita, dobbiamo fare una cosa molto difficile: dobbiamo uscire dal controllo. Dobbiamo alzare gli occhi dallo schermo. Dobbiamo smettere di pianificare ogni singolo istante della nostra giornata. Dobbiamo lasciare un po’ di spazio vuoto. Del margine.

Le sincronicità si infilano nelle fessure del nostro programma. Arrivano quando perdi un treno. Quando sbagli strada. Quando entri in un caffè per ripararti da un acquazzone improvviso e ti siedi accanto a uno sconosciuto che sta leggendo il libro che stavi cercando da anni. L’imprevisto è il veicolo preferito del destino. Se eliminiamo gli imprevisti con il navigatore, con lo smartphone, con la perenne pianificazione, eliminiamo anche le possibilità di miracolo.

Come diventare recettori di coincidenze

Spesso le persone mi dicono: “A me non capitano mai queste cose magiche”. La verità è che capitano a tutti. In continuazione. È solo che siamo sordi. Siamo così concentrati sul rumore di fondo (le scadenze, i problemi, l’ansia) che non sentiamo il campanello del destino che suona.

Volete iniziare a vedere i fili invisibili? Ecco cosa vi suggerisco:

  1. Fate una domanda all’universo. Suona un po’ new age, lo so, ma provateci. Quando avete un dubbio atroce, prima di dormire, ponete mentalmente la questione. E poi, il giorno dopo, tenete gli occhi aperti. La risposta non vi arriverà con una voce tonante dal cielo. Vi arriverà attraverso la frase di una canzone passata alla radio, o nel titolo di un giornale dimenticato sul sedile del tram, o nelle parole distratte di un bambino per strada.
  2. Siate permeabili. Abbandonate l’atteggiamento difensivo. Sorridete agli sconosciuti. Attaccate bottone. L’universo usa le altre persone per recapitarci i messaggi.
  3. Tenete un diario delle “coincidenze”. Scrivetele. “Oggi ho pensato a quel vecchio amico delle elementari e, un’ora dopo, mi ha telefonato”. Scrivendole, le riconoscete. Più fate caso alle sincronicità, più queste sembrano moltiplicarsi. È come quando comprate un’auto rossa e improvvisamente vedete solo auto rosse per strada. State semplicemente allenando l’attenzione.

La scrittura come sintonizzatore

Per me, scrivere è il modo supremo per invocare la sincronicità. Quando scrivo e sono davvero in quello stato di “flusso” e di onestà intellettuale, mi accorgo che i miei pensieri si allineano magicamente con il mondo esterno. Non pettinarti prima di partire è pieno di questi momenti. Ci sono pagine scritte in cui descrivo un dettaglio meteorologico (come una tempesta improvvisa), e in quello stesso istante, fuori dalla finestra, il cielo si oscura e inizia a grandinare.

I miei libri non sono solo blocchi di carta. Sono antenne. Ogni libro che avete in casa, che sia il mio o un altro, se è arrivato a voi in un momento particolare, non è lì per caso. A volte compriamo un libro, lo mettiamo sullo scaffale e lo ignoriamo per tre anni. Poi, un giorno preciso, in cui stiamo vivendo un dolore o una crisi, una spinta invisibile ci fa allungare la mano proprio verso quel dorso polveroso. Lo apriamo, e a pagina 42 c’è la risposta. Non si sbaglia mai il momento in cui si legge un vero libro.

Raccontatemi i vostri miracoli quotidiani

Quella di Marco e della panchina è solo una delle tante storie che questo strano mestiere mi ha regalato. Ma so per certo che le vostre vite ne sono piene. Oggi vorrei che facessimo un esercizio collettivo di meraviglia. Mettiamo da parte il cinismo per una volta.

Vorrei che usaste la pagina Contatti del blog per raccontarmi la vostra coincidenza più incredibile. Quell’evento impossibile, quel tempismo perfetto, quell’incontro fortuito che ha svoltato la vostra strada, vi ha salvato, o semplicemente vi ha fatto dire: “Ok, c’è qualcosa di più grande qui”. Non deve essere per forza legato alla letteratura. Può essere legato a un amore, a un viaggio, a una scelta di vita.

Raccontatemelo. Leggere queste storie è la prova provata che non siamo isole solitarie in un oceano freddo. Siamo nodi di una rete vibrante, calda e meravigliosa.

Non date nulla per scontato. E se trovate un libro abbandonato su una panchina… apritelo. Potrebbe star cercando proprio voi.

Con gratitudine, Giorgio.

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