
Il titolo che avete appena letto potrebbe sembrare una di quelle promesse facili che si trovano in rete, un’esca per attirare la vostra attenzione in un mondo che corre troppo veloce. “Cambiare vita” è un’espressione grossa, spesso abusata. Eppure, mentre scrivo queste righe, seduto alla mia scrivania con il peso e la leggerezza degli anni che mi porto addosso, non riesco a trovare un modo più onesto per descrivere quello che mi è successo.
Sì, la scrittura, e la poesia in particolare, mi hanno cambiato la vita. Non nel senso che ho vinto la lotteria o che improvvisamente ogni problema quotidiano si sia dissolto nel nulla. Magari fosse così semplice. È successo qualcosa di più sottile, di più sotterraneo, ma infinitamente più potente: è cambiato il mio modo di guardare. È cambiata la lente attraverso cui filtro la realtà. E quando cambi il modo in cui vedi le cose, le cose stesse iniziano a cambiare.
Spesso mi sono definito un artista poliedrico, uno che ha cercato di esprimersi in tanti modi, ma è nella parola scritta che ho trovato la mia vera casa, il mio specchio più fedele. Prima che la poesia diventasse una compagna quotidiana, vivevo la vita come la vivono in molti: in presa diretta. Gli eventi accadevano, le emozioni mi investivano, i ricordi si accumulavano in un angolo polveroso della mente. C’era una certa passività nel mio attraversare i giorni. Sentivo tutto, forse anche troppo, ma non avevo gli strumenti per elaborare quel “tutto”.
Poi, qualcosa si è rotto, o forse si è aperto. Ho iniziato a sentire l’urgenza non solo di vivere, ma di fermare ciò che vivevo. Di inchiodarlo sulla carta prima che sfumasse.
Scrivo per capire il mondo (e me stesso)
Perché si scrive? È una domanda che mi faccio ogni volta che affronto la pagina bianca, quel vuoto terrificante e meraviglioso che aspetta di essere riempito. La risposta più sincera che ho trovato nel corso dei decenni, da quel lontano 1979 in cui ho iniziato a raccogliere i miei primi “Canti di notte”, è che io scrivo per capire.
Il mondo, là fuori, è un luogo caotico, rumoroso, spesso incomprensibile. È quella “società immediata” di cui parlo spesso, che non ci dà il tempo di respirare, figuriamoci di riflettere. Siamo bombardati da notizie, immagini, richieste, scadenze. Se non stiamo attenti, finiamo per diventare degli automi che reagiscono agli stimoli senza mai processarli davvero.
Per me, la scrittura è diventata l’antidoto a questo caos. È il mio personale laboratorio di analisi. Quando qualcosa mi colpisce — che sia un dolore profondo, una gioia improvvisa, o anche solo il modo in cui la luce del tramonto taglia il profilo di un palazzo — io sento il bisogno di portarlo dentro, nel mio spazio di scrittura, e di smontarlo.
Scrivere una poesia o un racconto non è un atto di semplice trascrizione della realtà. È un atto di indagine. Significa prendere un’emozione grezza, che spesso si presenta come un nodo alla gola o un peso sullo stomaco, e iniziare a dipanarla filo per filo. Cosa sto provando davvero? Perché questa specifica parola mi ferisce più di un’altra? Cosa si nasconde dietro quel ricordo che continua a tornare a galla?
La poesia mi costringe a una sincerità brutale con me stesso. Non puoi mentire quando scrivi versi, perché la menzogna suona stonata, stride sulla pagina. Devi andare a fondo, anche quando fa male, anche quando vorresti solo girare la testa dall’altra parte. È un processo di scavo archeologico nella propria anima. E scavando, spesso si trovano reperti inaspettati: paure che non sapevi di avere, desideri che avevi sepolto sotto strati di “buon senso”, connessioni tra eventi apparentemente slegati.
Quindi sì, scrivo per capire il mondo. O almeno, per cercare di dare un ordine provvisorio al mio mondo interiore, per non essere travolto dalla corrente degli eventi.
Restituire bellezza e verità
Ma c’è anche un altro motivo, forse più altruistico, che mi spinge a continuare. Non scrivo solo per me stesso, in una sorta di terapia solitaria. Scrivo perché sento il dovere morale di restituire qualcosa.
Viviamo in tempi duri, cinici. La bruttezza, intesa non solo come estetica ma come mancanza di empatia, superficialità, violenza verbale e fisica, sembra spesso avere il sopravvento. È facile arrendersi all’idea che il mondo sia un posto ostile e che la tenerezza sia una debolezza.
Ecco, io credo che il compito del poeta, oggi più che mai, sia quello di “restituire bellezza e verità”. Attenzione: non parlo di una bellezza stucchevole, da cartolina, quella che nasconde la polvere sotto il tappeto. Parlo della bellezza che resiste anche nelle crepe, la bellezza della resilienza, della fragilità umana che si mostra senza vergogna.
E la verità? La verità poetica non è la verità giornalistica dei fatti nudi e crudi. È la verità emotiva. È dire: “Questo è ciò che si prova ad essere vivi, a soffrire, ad amare, a perdere”. Quando riesco a catturare una di queste verità in una poesia, sento di aver fatto la mia piccola parte per contrastare il rumore di fondo.
Restituire bellezza significa prendere un momento di dolore e trasformarlo in qualcosa che, pur nella sua tristezza, abbia una forma armonica, una musica interna. Significa dire al lettore: “Guarda, ho visto anche io questo buio, ma guarda come possiamo accendere una piccola luce con le parole”. È un atto di resistenza contro il nulla.
L’origine delle parole: Emozioni e Ricordi
Da dove arrivano le mie poesie? Non c’è una musa che scende dal cielo a dettarmi i versi. La materia prima del mio lavoro è molto più terrena, impastata con la carne e il sangue della mia esperienza.
Il primo grande serbatoio sono i ricordi. Come ho dimostrato nella mia raccolta antologica, il passato non è mai veramente passato. È vivo, pulsa sotto la pelle del presente. Ci sono momenti della mia vita, incontri, addii, che tornano a visitarmi con una regolarità impressionante.
A volte un ricordo arriva portato da un profumo, da una canzone ascoltata per caso alla radio, e improvvisamente mi ritrovo catapultato indietro di trent’anni. La scrittura è il mezzo attraverso cui dialogo con quei fantasmi. Non si tratta di nostalgia sterile, del classico “si stava meglio quando si stava peggio”. Si tratta di capire chi ero per capire chi sono. Ogni poesia che nasce da un ricordo è un tentativo di fare pace con quel momento, di dargli una collocazione definitiva nella mia storia personale, o forse di celebrarlo, di salvarlo dall’oblio.
E poi ci sono le emozioni del presente. Io non sono un intellettuale distaccato che osserva la vita da una torre d’avorio. Sono immerso fino al collo nelle passioni umane. Provo rabbia, provo commozione, provo smarrimento di fronte ai grandi cambiamenti sociali. Le mie poesie sono spesso reazioni immediate a ciò che mi colpisce. Sono il mio modo di gridare, di piangere, o di sussurrare una preghiera laica. Se non scrivessi, credo che queste emozioni mi intaserebbero, diventerebbero tossiche. La pagina bianca è il luogo dove posso riversarle senza filtri, dove possono prendere forma e diventare qualcosa di condivisibile.
Il potere dell’Immaginazione e del Sogno
Ma se mi fermassi solo al vissuto e al ricordo, il mio lavoro sarebbe una semplice autobiografia, forse un po’ egoriferita. C’è un altro ingrediente fondamentale che ha cambiato la mia vita: la riscoperta dell’immaginazione e del sogno.
Viviamo in un’epoca che premia il pragmatismo, l’efficienza, il dato misurabile. Sognare a occhi aperti è visto come una perdita di tempo, roba da bambini o da sfaticati. La poesia mi ha insegnato che l’immaginazione è invece una facoltà cognitiva superiore.
Scrivere mi permette di esplorare non solo ciò che è stato, ma anche ciò che potrebbe essere. Mi permette di vivere vite che non ho vissuto, di entrare nella pelle di personaggi che non esistono, di costruire mondi alternativi dove le regole sono diverse.
“Ciò che immagino e sogno” ha lo stesso peso specifico, nella mia scrittura, di “ciò che ho vissuto”. Perché? Perché i sogni ci dicono chi desideriamo essere, ci parlano delle nostre aspirazioni più profonde e inconfessabili. L’immaginazione è lo spazio della libertà assoluta. Quando scrivo, posso piegare il tempo, posso far parlare gli oggetti, posso dare voce a chi non ne ha.
Questa capacità di immaginare ha avuto un impatto enorme sulla mia vita quotidiana. Mi ha reso più empatico. Se riesco a immaginare il dolore di un altro così vividamente da scriverne una poesia, allora sarò più propenso a capire quel dolore quando lo incontro nella realtà. L’immaginazione allarga i confini del nostro piccolo io e ci connette con l’universale.
Un nuovo punto di vista
Quindi, cosa succede davvero quando inizi a scrivere poesie sul serio, facendole diventare una priorità, come è successo a me specialmente dopo il 2024?
Succede che non cammini più per strada allo stesso modo. Prima vedevi un albero spoglio d’inverno e pensavi solo “fa freddo”. Ora vedi l’architettura dei rami neri contro il cielo grigio, ci vedi una metafora della resistenza, una promessa di primavera che ancora non si vede ma c’è. E senti il bisogno di trovare le parole giuste per descriverlo.
Succede che le conversazioni con le persone cambiano. Ascolti di più. Non ascolti solo per rispondere, ascolti per capire la storia che c’è dietro le parole, il non detto, le pause. Diventi un cacciatore di dettagli significativi.
Succede che impari il valore della lentezza, un tema a me molto caro, centrale nel mio libro “Non pettinarti prima di partire”. La poesia richiede tempo. Richiede silenzio. Richiede di fermarsi mentre tutto il resto corre. E questo allenamento alla lentezza ti guarisce, un poco alla volta, dalla frenesia tossica della modernità.
Iniziare a scrivere poesie mi ha cambiato la vita perché mi ha costretto a vivere la mia vita, invece di limitarmi ad attraversarla. Mi ha dato un senso diverso, una profondità che prima non conoscevo. Mi ha regalato un nuovo punto di vista: quello di chi sa che ogni cosa, anche la più piccola, nasconde un significato che aspetta solo di essere svelato.
È un percorso facile? Assolutamente no. È faticoso, a volte doloroso, e spesso ti fa sentire incredibilmente solo di fronte ai tuoi demoni. Ma è un percorso che rifarei mille volte, perché la ricompensa — quella sensazione di aver toccato, anche solo per un attimo, una verità profonda — non ha prezzo.
La scrittura è spesso un atto solitario, nasce nel silenzio di una stanza. Ma la poesia non è completa finché non incontra l’altro, finché non viene letta e non risuona nell’anima di qualcun altro.
Per questo, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi. Avete mai provato a mettere nero su bianco le vostre emozioni? Avete mai sentito che la lettura di una poesia vi abbia svelato qualcosa di voi stessi che non sapevate?
La mia porta virtuale è sempre aperta. Se questo articolo vi ha toccato qualche corda, se volete condividere un pensiero, una vostra esperienza, o anche solo fare due chiacchiere sulla scrittura e sulla vita, vi invito caldamente a visitare la pagina Contatti del mio sito e a scrivermi. Non c’è nulla che mi arricchisca di più del dialogo con chi, come me, cerca di capire questo mondo strano e meraviglioso attraverso le parole.