
C’è un momento preciso, che varia da stagione a stagione, in cui il mondo decide di spegnersi. Le serrande dei negozi si abbassano, il traffico diventa un ronzio lontano e intermittente, le voci dei vicini cessano. La città tira un sospiro di sollievo e si addormenta. È in quel momento, quando la “società immediata” smette finalmente di correre, che inizia il mio vero lavoro. È in quel momento che io mi sveglio, non fisicamente, ma creativamente.
“Canti di notte”. Non è un titolo scelto a caso per la mia raccolta antologica. È una dichiarazione di appartenenza. Io appartengo alla notte. O meglio, la mia scrittura appartiene a quello spazio sospeso tra l’ultimo pensiero del giorno e il primo sogno del mattino. Per anni, dal lontano 1979 fino ad oggi, ho affidato al buio le mie parole. E oggi voglio raccontarvi cosa succede davvero quando ci si siede davanti a un foglio bianco mentre tutto intorno tace. Voglio portarvi dentro la genesi di questo libro, che non è solo una raccolta di poesie e testi di canzoni, ma è il diario di bordo di un viaggio notturno durato oltre quarant’anni.
La chimica del silenzio
Perché la notte? Molti mi chiedono se io soffra di insonnia. La risposta è no. La mia veglia è una scelta, una necessità quasi biologica. Di giorno siamo tutti attori. Indossiamo le nostre maschere sociali, siamo padri, lavoratori, cittadini, consumatori. Dobbiamo rispondere a delle aspettative, dobbiamo essere performanti, dobbiamo “pettinarci” (per citare il mio altro libro). La luce del sole è impietosa: illumina tutto, ma spesso appiattisce tutto.
La notte, invece, è democratica e accogliente. Il buio cancella i confini netti, sfuma le distanze. Nel buio siamo soli con noi stessi. Non ci sono testimoni, non c’è pubblico. E quando non c’è pubblico, l’attore può finalmente scendere dal palco, togliersi il trucco e guardarsi allo specchio. Scrivere nel silenzio della notte cambia la chimica delle parole. Avete mai notato come un pensiero che alle due del pomeriggio sembra banale, alle tre di notte assume una profondità vertiginosa? Il silenzio agisce come un amplificatore.
Quando scrivo i miei “Canti”, sento il rumore della mia penna sulla carta come se fosse un tuono. Sento il battito del mio cuore. Sento il respiro della casa. Questa iper-sensibilità sensoriale si trasferisce sulla pagina. Le emozioni, di notte, non hanno filtri. La tristezza è più blu, la gioia è più lucente, la nostalgia morde più forte. In Canti di notte, ho cercato di catturare questa purezza. Non troverete versi costruiti a tavolino, limati per piacere alla critica intellettuale. Troverete urla soffocate, preghiere laiche, confessioni sussurrate. Troverete la verità di un uomo che, protetto dal mantello della notte, ha osato dire ciò che alla luce del sole non avrebbe mai detto.
Un viaggio lungo quarant’anni (1979-2022)
Questo libro è un organismo vivo che attraversa il tempo. Raccoglie circa 75 scritti, suddivisi in decenni. È un viaggio che parte dal 1979 e arriva al 2022. Perché ho voluto coprire un arco temporale così vasto? Perché volevo mostrare l’evoluzione non solo del mio stile, ma della mia anima e, in qualche modo, del mondo intorno a noi.
Rileggere e selezionare i testi per questo libro è stato come entrare in una macchina del tempo. Ho incontrato il Giorgio del 1979: giovane, irruento, forse ingenuo, ma pieno di un fuoco sacro che bruciava per la musica e per la parola. I testi di quel periodo hanno il ritmo della giovinezza, l’urgenza di chi vuole cambiare il mondo o almeno capirlo in fretta. Poi ci sono gli anni ’80 e ’90, decenni di trasformazione, di disillusione ma anche di costruzione. La scrittura si fa più riflessiva, lo sguardo si allarga. Non c’è più solo il mio “io”, ma inizia a entrare il “noi”. E infine arriviamo al nuovo millennio, fino al 2022. Qui la voce si fa più pacata, forse più malinconica, ma anche più consapevole. È la voce di chi ha visto molte albe e molti tramonti, di chi ha imparato l’arte della pazienza e dell’osservazione.
Canti di notte permette ai lettori di rivivere eventi e momenti di vita collettiva che magari sono stati dimenticati. Non è un libro di storia, ma è un libro di storie. Le atmosfere di certi anni, le paure di certe epoche, le speranze di generazioni intere sono intrappolate come insetti nell’ambra dentro questi versi. Quando scrivo di notte, spesso mi sento come un’antenna che capta non solo i miei segnali interni, ma anche quelli che fluttuano nell’aria. Le ansie della società, le gioie segrete delle persone che incrocio per strada. Tutto questo finisce nel libro. È un mosaico di vissuto personale e di respiro collettivo.
Cercare la connessione: l’altra metà della canzone
Ma perché pubblicare questi scritti? Perché tirare fuori dal cassetto parole nate nel segreto della notte e gettarle in pasto al mondo? La risposta è semplice: per creare connessioni. Scrivere è un atto solitario, ma pubblicare è un atto di amore e di fiducia verso l’altro. Una poesia, o il testo di una canzone, non è completa finché non viene letta o ascoltata. È come un ponte che è stato costruito solo per metà. L’altra metà la costruisce il lettore con la sua sensibilità, con il suo vissuto.
Io cerco la connessione. Il mio obiettivo, quando affido alle stampe un libro come Canti di notte, è che qualcuno, magari dall’altra parte dell’Italia, leggendo un verso scritto nel 1985, possa pensare: “Dio mio, ma questo sono io! Questo è esattamente quello che provavo io e che non sapevo come dire”. Quando accade questo, il cerchio si chiude. La solitudine della mia notte incontra la solitudine della vostra notte, e insieme fanno una compagnia. Trasformare sentimenti e ricordi in racconti vivi e coinvolgenti serve a questo: a dirci che non siamo soli. Che le nostre paure sono condivise, che i nostri sogni hanno la stessa sostanza.
Verità e Bellezza: i miei unici due dogmi
Nella mia bio scrivo che il mio scopo è “restituire bellezza e verità”. In Canti di notte, questi due concetti sono i pilastri portanti. Cosa intendo per verità? Intendo l’onestà emotiva. Di notte non si mente. Se rileggendo una vecchia poesia sentivo che c’era una nota stonata, un tentativo di abbellire la realtà, l’ho scartata. In questo libro c’è solo ciò che è vero. C’è il dolore crudo, c’è l’amore folle, c’è la rabbia. La verità a volte è scomoda. Ci sono poesie che raccontano del mio vissuto personale in modo così trasparente che ho esitato prima di includerle. Mi sono chiesto: “Giorgio, sei sicuro di volerti esporre così?”. Ma poi ho ricordato che la poesia o è nuda o non è poesia. Se la vesti troppo, diventa retorica.
E la bellezza? La bellezza non è l’estetica leziosa. Per me la bellezza è nel ritmo, nella musicalità (non dimenticate che molti di questi sono testi di canzoni!), nella capacità di una parola di evocare un’immagine potente. C’è una bellezza struggente anche nella malinconia. C’è bellezza nel descrivere una sconfitta con dignità. Il “lirismo che riempie l’animo di belle suggestioni” di cui si parla nella presentazione del libro è proprio questo: la capacità della parola di elevare l’esperienza umana, anche quella più dolorosa, a qualcosa di sacro, di eterno.
Il suono delle parole
Vorrei spendere due parole sulla natura “ibrida” di questo libro. Poesie e testi di canzoni. Per me non c’è una vera distinzione. La poesia è musica che si fa parola, la canzone è parola che si fa musica. Scrivere Canti di notte ha significato lavorare sul suono. Io leggo sempre ad alta voce ciò che scrivo. Di notte, la mia voce rimbomba nella stanza. Devo sentire se la frase “suona”, se ha un respiro, se inciampa o se scorre come un fiume. Vi invito, quando avrete il libro tra le mani, a fare lo stesso. Non leggetelo solo con gli occhi. Leggetelo con le labbra. Date voce a questi canti. Sentirete che il ritmo cambia con il passare dei decenni, sentirete come la lingua si evolve, ma sentirete anche che c’è un filo rosso musicale che lega tutto: la mia voce interiore, la mia impronta digitale sonora.
Un invito aperto a voi
Scrivere questo articolo mi ha fatto tornare voglia di aspettare la notte per rimettermi al lavoro. Ma prima, voglio rivolgermi a voi. Questo libro è stato presentato nel 2024 alla Giornata Mondiale della Poesia, un riconoscimento che mi ha onorato e che ha confermato la mia scelta di dare priorità alla mia attività di poeta. Ma i premi e le presentazioni ufficiali sono solo una parte della vita di un libro. La vita vera del libro siete voi.
Per questo, vi chiedo di farvi vivi. Se avete letto Canti di notte, o se siete incuriositi e volete saperne di più, non restate in silenzio. Io ho bisogno del vostro ritorno. Ho bisogno di sapere se quelle connessioni che cercavo di creare sono arrivate a destinazione. Cosa avete provato leggendo? Quale decennio vi ha parlato di più? C’è una poesia che vi ha fatto arrabbiare o commuovere?
Vi invito caldamente a usare la pagina Contatti del mio sito. Scrivetemi le vostre recensioni e opinioni. Non devono essere recensioni tecniche da critici letterari, mi interessano le recensioni “di pancia”, quelle vere. Mi arricchiscono più di ogni altra cosa.
E mi rivolgo anche agli addetti ai lavori. Se ci sono giornalisti, blogger letterari, librai o editori che stanno leggendo queste righe: sono aperto e disponibile per richieste stampa o editoriali. Parliamo del libro. Organizziamo interviste, presentazioni, dialoghi. Credo che Canti di notte abbia ancora molto da dire e mi piacerebbe portarlo in nuovi spazi, farlo conoscere a nuovi lettori. Nella pagina Contatti troverete il modo più semplice e diretto per raggiungermi. Rispondo sempre, perché chi scrive per creare connessioni non può permettersi di lasciare una mano tesa nel vuoto.
La notte sta per scendere anche oggi. Io preparo la carta e la penna. Spero che da qualche parte, nel silenzio delle vostre notti, ci sia spazio anche per i miei canti.
Aspetto i vostri messaggi. Buona lettura e, soprattutto, buon ascolto del vostro silenzio.