Il coraggio di cambiare opinione (e perché i miei libri sono contraddittori)

Qualche giorno fa, approfittando di una di quelle rare mattinate in cui la città sembra ancora addormentata, ho fatto una cosa che di solito cerco di evitare: ho riaperto i miei vecchi diari. Non parlo degli appunti dell’anno scorso. Parlo dei quaderni neri, spessi e un po’ sgualciti, che risalgono a venti o venticinque anni fa.

Mentre sfogliavo quelle pagine, scritte con una grafia che a stento riconoscevo come mia (più spigolosa, più frettolosa), ho provato una sensazione stranissima. Leggevo le mie opinioni politiche dell’epoca, le mie certezze granitiche sull’amore, le mie sentenze inappellabili su cosa fosse giusto o sbagliato nella vita, su cosa fosse la vera arte e su chi fossero i “venduti”. A ogni riga, sbarravo gli occhi. In alcuni passaggi, ho provato un genuino senso di imbarazzo. In altri, una tenerezza infinita. In altri ancora, un moto di ribellione: “Ma chi era questo presuntuoso che parlava con la mia voce?”.

La verità è che io, con il Giorgio Cardellino di vent’anni fa, oggi non prenderei nemmeno un caffè. Probabilmente litigheremmo dopo cinque minuti. Dal 1979, anno in cui sono stato gettato in questo mondo rumoroso, a oggi, fine febbraio 2026, io sono cambiato. E meno male. Oggi voglio parlarvi di questo. Voglio fare un elogio sfacciato dell’incoerenza, della ritrattazione, del coraggio di guardarsi allo specchio e dire: “Mi sbagliavo. Ho cambiato idea”.

Il mito tossico della coerenza assoluta

Viviamo in una cultura che ha divinizzato la coerenza. Fateci caso. Qual è il complimento più grande che si fa a una persona pubblica, a un politico, o anche a un vecchio amico che non si vede da tempo? “Sei rimasto sempre lo stesso. Non sei cambiato di una virgola. Sei coerente”. Se un politico cambia idea su un tema etico o economico, viene massacrato. Viene accusato di trasformismo, di opportunismo, di tradimento. I giornalisti vanno a ripescare i suoi tweet di dieci anni prima per sbatterglieli in faccia, come se l’aver pensato una cosa nel 2016 ti condannasse a pensarla identica nel 2026.

Ma fermiamoci un attimo a riflettere. Che cos’è la coerenza assoluta? La coerenza assoluta è la caratteristica principale dei sassi. Un blocco di marmo è coerentissimo. Non cambia mai opinione. Non si adatta. Resta lì, identico a se stesso, per millenni, finché non si sgretola. Ma noi non siamo sassi. Noi siamo organismi biologici immersi nel tempo. L’essenza stessa della vita è l’evoluzione. Le nostre cellule si rinnovano completamente ogni manciata di anni. La scienza ci dice che, fisicamente, noi non siamo la stessa persona che eravamo sette anni fa. Perché, allora, pretendiamo che la nostra mente, il nostro cuore e le nostre opinioni restino pietrificate?

Essere coerenti dal primo all’ultimo giorno della propria vita non è un segno di forza morale. È un segno di rigidità. È la prova schiacciante che, in tutti quegli anni, non hai imparato niente di nuovo. Non hai ascoltato nessuno. Non hai lasciato che l’esperienza, il dolore, le sconfitte o le gioie scalfissero la tua corazza. Chi non cambia mai opinione è perché ha smesso di farsi domande.

Il diritto di contenere moltitudini

Il grande poeta americano Walt Whitman scrisse uno dei versi più liberatori della storia della letteratura: “Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini”.

Quando ho letto questa frase per la prima volta, mi sono sentito assolto. Fino a quel momento, avevo vissuto con l’ansia di dover mantenere un “Personal Brand” coerente. La società immediata ci chiede questo: scegli una nicchia, indossa un’etichetta, e recita quel ruolo per sempre. Sei il “cinico ironico”? Devi esserlo sempre. Sei il “romantico malinconico”? Guai a farti vedere mentre ridi a crepapelle per una battuta stupida.

Ma l’animo umano non è un profilo Instagram curato da un’agenzia di marketing. È un bosco selvaggio, pieno di ombre e radure luminose, di lupi e di cervi. Io rivendico il mio diritto a essere contraddittorio. Rivendico il diritto di svegliarmi un lunedì mattina convinto che l’umanità sia un esperimento fallito e che la solitudine sia l’unica salvezza, e di svegliarmi il martedì successivo, dopo aver visto un passante aiutare un anziano a portare la spesa, profondamente innamorato del genere umano. Entrambe quelle sensazioni sono vere. Entrambe hanno diritto di cittadinanza nella mia anima.

Perché i miei libri sono “incoerenti”

Se prendete in mano Canti di notte, vi accorgerete che è un libro pieno di crepe logiche. A pagina 20 c’è una poesia che dice, in sostanza, che l’amore è una trappola chimica destinata a distruggerci, e che chiudere il cuore a chiave è l’unica via per sopravvivere. A pagina 45 c’è un’altra poesia che è una resa totale, incondizionata, quasi patetica, al sentimento d’amore, in cui dichiaro che senza l’altro non valgo nulla.

Quando ho consegnato il manoscritto, un editor mi ha fatto notare questa discrepanza. “Giorgio, non puoi mettere queste due poesie nella stessa raccolta. Il lettore si confonde. Qual è la tesi del libro?”. Gli ho risposto che la mia vita non ha una “tesi”. Non ho tolto o corretto nessuna delle due poesie per farle sembrare coerenti, perché scriverle è stato come scattare due fotografie in due momenti diversi della mia vita. In quel momento, a pagina 20, io ero cinico e ferito. Ci credevo davvero. A pagina 45, io ero guarito e vulnerabile. E ci credevo altrettanto.

I miei libri sono un elettrocardiogramma, non un teorema di geometria. L’elettrocardiogramma va su e giù. Se diventa una linea dritta e coerente, significa che il paziente è morto. L’incoerenza nella scrittura è la garanzia della mia onestà. Vi sto dando i miei dubbi, le mie oscillazioni, i miei andirivieni, senza censure e senza ritocchi.

Il coraggio monumentale di dire “Ho sbagliato”

Cambiare opinione richiede un coraggio enorme, molto più grande di quello che serve per difendere a oltranza una posizione sbagliata. Per cambiare opinione, devi fare una cosa difficilissima: devi uccidere il tuo ego. Devi sederti di fronte alla persona con cui hai litigato ferocemente per ore e dirle: “Ho riflettuto su quello che hai detto. Mi sono documentato. E sai una cosa? Avevi ragione tu. Io avevo torto”.

Avete mai provato la sensazione fisica di dire questa frase? All’inizio la gola si stringe, l’orgoglio si ribella, ti senti vulnerabile e debole. Ma nel momento in cui quelle parole escono dalla tua bocca, si sprigiona un senso di leggerezza incalcolabile. Ti sei appena liberato del peso di dover difendere un fortino che stava crollando. Hai abbassato il ponte levatoio. Sei di nuovo libero di muoverti, di esplorare, di imparare.

Spesso restiamo ancorati alle nostre vecchie opinioni, o ai vecchi rancori, per pura pigrizia intellettuale. Abbiamo investito così tanto tempo in quella credenza, che ammettere di aver sbagliato ci fa sentire stupidi per non averlo capito prima. È la trappola dei “costi irrecuperabili”. Ma la vita è troppo breve per passarla a difendere le nostre versioni peggiori solo per testardaggine.

Smettiamo di processare il nostro passato

Torniamo ai miei vecchi diari di cui vi parlavo all’inizio. L’errore più grande che possiamo fare quando guardiamo le nostre vecchie foto, quando rileggiamo i nostri vecchi post su Facebook (ah, i famigerati ricordi che l’algoritmo ci ripropone senza pietà!), o quando ripensiamo alle nostre scelte di dieci anni fa, è giudicarci con gli strumenti che abbiamo oggi.

È profondamente ingiusto. Oggi io guardo il me stesso del 2005 e dico: “Come facevi a credere a quelle fesserie? Come facevi a vestirti in quel modo? Come facevi a stare in quella relazione tossica?”. Ma il me stesso del 2005 non aveva i libri che ho letto io dal 2006 al 2026. Non aveva le ferite che ho io, non aveva le lezioni che la vita gli avrebbe somministrato. Il Giorgio del 2005 stava facendo del suo meglio, con l’intelligenza emotiva e la consapevolezza (poca) che aveva a disposizione in quel momento.

Non dobbiamo processare il nostro passato nel tribunale del presente. Dobbiamo ringraziarlo. Se io oggi ho capito certe cose sull’amore, è solo perché quel ragazzino immaturo e presuntuoso si è schiantato a trecento all’ora contro un muro emotivo. Il mio “io” saggio di oggi è stato pagato a caro prezzo dal mio “io” stupido di ieri. Quindi, non rinnego quel ragazzo. Non straccio quelle pagine di diario. Le tengo lì, come la pelle di un serpente che è stata mutata. Sono la prova tangibile che non sono rimasto fermo.

La muta del serpente e il dolore della crescita

La crescita fa male. Cambiare pelle fa male. Chiedetelo ai granchi, o ai serpenti. Quando devono crescere, l’involucro in cui vivono diventa troppo stretto, soffocante. Per un breve periodo, l’animale deve rompere il guscio e restare nudo, molle, esposto ai predatori, prima che il nuovo guscio si indurisca.

Quando cambiamo un’opinione radicata, quando lasciamo andare una vecchia convinzione politica, religiosa, o l’idea che avevamo di noi stessi, attraversiamo esattamente quella fase di nudità. “Se non credo più a questa cosa che mi ha definito per vent’anni, allora chi sono io?”. È un vuoto spaventoso. Ma è l’unico modo per allargarsi.

Se state leggendo queste parole e sentite che le scarpe della vostra identità attuale vi vanno troppo strette, se vi accorgete che state difendendo posizioni in cui non credete più intimamente solo per non deludere le aspettative dei vostri amici o della vostra famiglia, fermatevi. Avete il permesso di cambiare idea. Avete il permesso di deludere le aspettative di chi vi voleva fermi come una statua. La fedeltà a se stessi è l’unica fedeltà che conta davvero. E se voi cambiate, la vostra fedeltà deve seguire il cambiamento.

L’elogio dell’imperfezione in movimento

In definitiva, Non pettinarti prima di partire parla esattamente di questo. Pettinarsi significa mettersi in ordine, bloccare i capelli con la lacca affinché non si muovano, affinché l’immagine resti intatta e coerente per tutto il giorno. Ma la vita è vento. Uscire spettinati significa accettare che il vento cambierà i nostri connotati, cambierà le nostre idee, ci scompiglierà le convinzioni.

Non fidatevi di chi non ha mai dubbi. Non fidatevi di chi ha una risposta pronta per ogni cosa, stampata nella pietra fin dall’asilo. Fidatevi di chi balbetta. Fidatevi di chi cerca. Fidatevi di chi torna sui propri passi e vi dice: “Scusa, ieri ti ho detto una sciocchezza. Ho riflettuto e oggi la penso diversamente”. Queste sono le persone vive. Gli altri sono solo manichini ben vestiti.

Una confessione collettiva

Oggi vi chiedo un atto di coraggio e di estrema onestà. Facciamo cadere, per un momento, le maschere della coerenza.

Pensate agli ultimi dieci anni della vostra vita. C’è un’opinione forte, un pregiudizio, una convinzione radicata su un tema importante (un valore, una scelta di vita, un ideale) che avevate nel passato e che oggi, finalmente, avete capovolto? Qual è la vostra più grande “ritrattazione”?

Raccontatemela usando la solita pagina Contatti. Scrivetemi: “Giorgio, ero sicuro che… e invece ho scoperto che…”. Leggere di come siete cambiati mi darà speranza. Sarà la prova definitiva che, nonostante tutto il rumore del mondo, le nostre menti sono ancora meravigliosamente elastiche e capaci di evolvere.

Accogliete i vostri cambiamenti. Perdonate le vostre versioni passate. E, per l’amor del cielo, non restate sassi.

Vi aspetto tra le mie (e vostre) bellissime contraddizioni, Giorgio.

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