
È successo anche ieri sera. Ero su una terrazza panoramica. Il cielo aveva deciso di dare spettacolo. Le nuvole si erano disposte in quella formazione perfetta che i pittori rinascimentali cercavano di copiare: striature lunghe, pronte a catturare la luce. Il sole ha iniziato a scendere e il mondo è cambiato colore. Prima oro, poi arancione bruciato, poi quel rosa violento che fa quasi male agli occhi. È stato un momento di bellezza assoluta, gratuita, travolgente.
E cos’ha fatto l’umanità presente su quella terrazza? Ha messo la mano in tasca. Con un sincronismo da balletto militare, cinquanta persone hanno estratto cinquanta rettangoli neri. Cinquanta braccia si sono alzate. E improvvisamente, tra gli occhi di quelle persone e il miracolo del sole, si è frapposto un muro di vetro e silicio.
Nessuno guardava più il tramonto. Tutti guardavano lo schermo che inquadrava il tramonto. Controllavano l’esposizione. Cercavano l’angolazione giusta. Zoomavano. Scattavano. Controllavano la foto. Non va bene, rifacciamola. Mettiamo il filtro. Nel frattempo, il sole era sceso. Il momento magico era svanito. Avevano la foto, sì. Ma si erano persi l’evento.
Io, Giorgio Cardellino, sono rimasto con le mani in tasca (un po’ per scelta, un po’ per pigrizia, lo ammetto). E mi sono chiesto: perché lo facciamo? Perché abbiamo questa ansia terribile di documentare la nostra vita invece di viverla? Oggi voglio lanciarvi una sfida. Una sfida difficile, credetemi. Voglio chiedervi se siete ancora capaci di guardare qualcosa di bello senza sentire l’impulso irrefrenabile di possederlo digitalmente.
La sindrome del turista della propria vita
Viviamo nell’epoca della testimonianza. Se non c’è la foto, non è successo. Se non lo condivido su Instagram, non ero lì. Siamo diventati tutti turisti della nostra stessa esistenza. E il turista ha un difetto fondamentale: è ossessionato dal “portare a casa” qualcosa. Non gli basta essere a Venezia; deve avere la prova di essere stato a Venezia.
Questa ansia da prestazione trasforma ogni esperienza in una scenografia. Il tramonto non è più un fenomeno astrofisico che ci ricorda la nostra piccolezza nell’universo. Diventa un “contenuto”. Diventa un “asset” da pubblicare per ottenere approvazione sociale (i like). “Guardate che bel tramonto ho visto”. La frase implicita è: “Guardate che bella vita ho. Invidiatemi un po’”.
Ma c’è un prezzo da pagare per questa trasformazione. Il prezzo è la Presenza. Non puoi essere presente in due posti contemporaneamente: qui, nella realtà fisica, e lì, nel mondo digitale. Nel momento in cui tiri fuori il telefono, la tua mente si scinde. Una parte di te è ancora sulla terrazza. Ma l’altra parte (quella che calcola l’inquadratura, quella che pensa alla didascalia) è già altrove. È già proiettata nel futuro, a quando pubblicherai la foto. Hai smesso di sentire e hai iniziato a produrre.
Lo schermo è un preservativo per l’anima
Scusate la metafora forte, ma credo sia calzante. Mettere uno schermo tra te e la realtà è come fare l’amore con un preservativo integrale. Sì, vedi tutto. Sì, partecipi all’azione. Ma non senti il calore. Non senti il contatto pelle contro pelle. C’è una membrana sottile, impercettibile ma potentissima, che ti isola.
Quando guardi un tramonto attraverso lo schermo del telefono, stai guardando una riproduzione. I pixel, per quanto alta sia la risoluzione, non sono fotoni. L’occhio umano ha una gamma dinamica che nessun sensore può eguagliare. L’occhio vede le sfumature nelle ombre scure. Vede il brillio accecante senza bruciarsi. Soprattutto, l’occhio è collegato al corpo. Mentre guardi “nudo”, senti anche l’aria che si raffredda sulla pelle. Senti l’odore dell’umidità che sale dalla terra. Senti il rumore del traffico lontano che si attutisce. Tutto questo non finisce nella foto. La foto è piatta. La realtà è tridimensionale e multisensoriale.
Se fotografi tutto, ti condanni a vivere una vita in 2D. Ti condanni a collezionare figurine di momenti, invece di momenti veri.
La memoria esterna vs. la memoria interna
C’è un fenomeno psicologico studiato di recente che si chiama “Photo-taking-impairment effect” (effetto di deterioramento dovuto allo scatto). In parole povere: se fotografi qualcosa, il tuo cervello smette di impegnarsi a ricordarlo. È come se dicessi al tuo ippocampo: “Tranquillo, non serve che memorizzi i dettagli, tanto li ho salvati sulla scheda SD”. Deleghiamo la memoria alla tecnologia.
Il risultato è che abbiamo cloud pieni di terabyte di foto, e teste vuote. Scorriamo la galleria del telefono e diciamo: “Ah, vero, c’ero stato!”. Ma non abbiamo il ricordo emotivo di quel luogo. Abbiamo solo l’immagine. Non ricordiamo cosa provavamo.
Io, che sono un nostalgico della vecchia scuola (quella analogica), preferisco la memoria interna. La memoria biologica è imperfetta, certo. Sbiadisce. Cambia i colori. Ma è viva. Quando ricordo un tramonto di vent’anni fa, non vedo l’immagine nitida. Vedo un’impressione. E insieme a quell’impressione, mi torna in gola il sapore del bacio che stavo dando, o la tristezza che avevo nel cuore. Il ricordo biologico è impastato di emozioni. Il ricordo digitale è sterile. È un file .jpg. Dati freddi.
L’atto rivoluzionario di “rubare” la bellezza
Ecco perché vi invito a fare qualcosa di sovversivo. La prossima volta che vi trovate davanti a qualcosa di meraviglioso – un tramonto, un arcobaleno, il sorriso del vostro bambino, un’opera d’arte – fate questo: Mettete le mani in tasca. O incrociatele dietro la schiena. Sentite l’impulso di prendere il telefono (lo sentirete, è una droga). Osservate quell’impulso e lasciatelo cadere. E poi, rubate.
Sì, rubate quel momento. Dite a voi stessi: “Questo è solo per me. Non lo condividerò con nessuno. Non lo farò vedere a nessuno. È un segreto tra me e l’universo”. C’è un egoismo sacro in questo gesto. Nella “società immediata” della condivisione totale, tenere qualcosa per sé è l’atto più intimo che possiate compiere. State dicendo: “La mia vita interiore è più importante della mia vetrina sociale”.
Guardate quel tramonto finché non vi fanno male gli occhi. Cercate di memorizzare quella sfumatura di viola impossibile. Respiratelo. Bevetelo. Fate in modo che entri nelle vostre cellule, non nel vostro cloud.
Vi accorgerete di una cosa strana. Senza il telefono in mano, il tempo rallenta. Il tramonto dura di più. Notate dettagli che prima vi sfuggivano: il volo di un uccello, il riflesso su una finestra lontana, il modo in cui le nuvole si sfilacciano. Siete lì. Siete completamente lì. Non siete spettatori. Siete parte del paesaggio.
Non pettinarti prima di partire: vivere senza filtri
Tutto questo si collega profondamente al mio libro Non pettinarti prima di partire. Cosa significa “non pettinarsi”? Significa rinunciare al controllo dell’immagine. Quando facciamo una foto, stiamo cercando di controllare la realtà. La inquadriamo, la tagliamo, la filtriamo. Vogliamo che sia “bella”. Vivere senza fare foto significa accettare la realtà così com’è, sfuggente, imperfetta, transitoria.
Il tramonto finirà. Tra dieci minuti sarà buio. Se non fai la foto, non ti resterà nulla di tangibile. Ed è proprio questa transitorietà a rendere il momento sacro. Le cose sono preziose perché finiscono. Cercare di “congelarle” in una foto è un tentativo infantile di fermare la morte. Ma la vita è flusso. La vita scorre. Accettare che quel tramonto svanisca per sempre, lasciando traccia solo nella vostra anima, è un atto di maturità spirituale.
La sfida pratica: un tramonto “nudo”
Voglio che ci proviate. Magari stasera stessa, o domani. Trovate un posto dove si vede il cielo. Lasciate il telefono a casa, o in macchina. Non tenetelo nemmeno in tasca, perché la tentazione sarebbe troppo forte. Andate all’appuntamento con il sole “nudi”. Solo con i vostri occhi.
All’inizio vi sentirete a disagio. Penserete: “Che peccato non poterlo fotografare, è bellissimo!”. Sentirete quasi un senso di perdita. È normale. È la disintossicazione digitale. Resistete.
Poi, piano piano, subentrerà la pace. Sentirete che non dovete “lavorare” (perché fare foto è un lavoro). Dovete solo ricevere. Il sole vi sta facendo un regalo. Non dovete firmare la ricevuta. Dovete solo aprirlo.
E se qualcuno accanto a voi vi chiede: “Hai visto che roba? Hai fatto la foto?”, voi rispondete con un sorriso misterioso: “No. L’ho salvato nella retina”.
Scrivetemi cosa avete visto (non mandatemi foto!)
Questa volta, la mia richiesta di contatto è diversa dal solito. Di solito vi chiedo di raccontarmi storie. Stavolta vi chiedo di farmi una descrizione. Se accettate la sfida del “tramonto nudo”, quando tornate a casa, prendete carta e penna (o la tastiera) e provate a descrivermi a parole ciò che avete visto.
È un esercizio difficilissimo. Descrivere un colore è quasi impossibile. Ma provateci. “Giorgio, era un rosso che sapeva di arancia sanguinella…” “Giorgio, le nuvole sembravano cotone sporco di inchiostro…”
Scrivetemi nei Contatti. Leggere le vostre descrizioni sarà mille volte più emozionante per me che guardare mille foto tutte uguali su Instagram. Perché nelle vostre parole ci sarà il filtro della vostra anima, non il filtro “Valencia”. Ci sarà la vostra voce.
Imparate a rubare la bellezza. Riempitevi le tasche degli occhi. Siate avidi di vita reale. Il cloud può aspettare. Il sole no.
Buona visione. Giorgio.