
Entro spesso nelle case degli altri. È un vizio, o forse una deformazione professionale. E la prima cosa che guardo, prima ancora dei quadri o della vista dalla finestra, è la libreria. La libreria è la carta d’identità di una casa. Non mente mai. Ci sono librerie che mi mettono a disagio. Sono quelle perfette. Libri allineati per altezza, o peggio, per colore (una moda diabolica dell’arredamento moderno). Costole immacolate, senza una piega. Pagine bianchissime, serrate, che sembrano non aver mai visto la luce del sole, né tantomeno il calore di una mano. Quelle non sono librerie. Sono showroom. Sono cimiteri di carta. Quei libri sono soprammobili. Sono lì per dire: “Guardami, sono colto”, oppure “Guardami, questo colore sta bene con il divano”. Hanno la stessa funzione di un vaso finto: arredano, ma non vivono.
Poi ci sono le altre librerie. Quelle che amo. Quelle dove i libri sono impilati in orizzontale perché non c’era più spazio. Quelle dove le costole sono spezzate, scolorite dal sole. Quelle dove, se tiri fuori un volume, cade un biglietto del treno usato come segnalibro nel 2004. Quando vedo un libro rovinato, il mio cuore fa un salto. Perché un libro rovinato è un libro che ha fatto il suo dovere. È un libro che è stato amato.
Oggi voglio scrivere un’invettiva gentile ma ferma contro il culto del libro intonso. Voglio liberarvi dalla paura reverenziale che ci hanno inculcato a scuola (“Non scrivere sui libri!”, “Non fare le orecchie!”). Voglio dirvi che trattare un libro come una reliquia sacra è il modo peggiore per onorarlo. Il libro è un attrezzo. È un martello per rompere il mare ghiacciato dentro di noi (come diceva Kafka), e avete mai visto un martello immacolato dopo che ha lavorato? Se i vostri libri sono nuovi, significa che non li avete usati.
Anatomia di un “massacro” amoroso
C’è una parola che odio: “Bibliofilia”, quando viene intesa come amore per l’oggetto-libro perfetto. Il collezionismo asettico. Io preferisco la “Bibliofagia”: il mangiare i libri. Un libro va consumato. Deve entrare nel metabolismo della vostra vita. E come ogni cosa che entra in contatto con la vita, deve sporcarsi.
Parliamo delle famigerate “orecchie” (piegare l’angolo della pagina per tenere il segno). I puristi inorridiscono. “È un atto barbaro!”, dicono. “Usa un segnalibro!”. Io dico: fate le orecchie. Fatele grandi. L’orecchia non è uno sfregio. È una memoria geografica. Quando riprendi in mano quel libro dopo dieci anni e vedi l’angolo piegato, sai che lì ti sei fermato. Sai che in quel punto preciso la vita ti ha chiamato altrove. O forse quella frase ti ha colpito così tanto che hai voluto marcarla fisicamente, piegando la carta come si piega un ferro. L’orecchia rende il libro tuo. Nessun altro farà la stessa piega nello stesso punto. È la tua impronta digitale.
Parliamo delle sottolineature. Leggere senza una matita (o una penna, per i più coraggiosi come me) è come passeggiare in un bosco senza raccogliere nulla. Se una frase mi colpisce, devo catturarla. Devo tracciare una riga sotto di essa. Devo scriverci accanto: “Vero!”, oppure “No!”, oppure “Ricorda Anna”. Un libro non sottolineato è un monologo dell’autore. Un libro sottolineato è un dialogo. Le note a margine sono le voci del lettore che si intrecciano con quelle dello scrittore. Quando sottolinei, stai dicendo all’autore: “Ti ho sentito. Questa cosa che hai scritto è arrivata a destinazione”. Rileggere i propri libri sottolineati è il modo più veloce per fare un’autobiografia. Dimmi cosa sottolineavi a vent’anni e ti dirò chi eri.
E infine, parliamo delle macchie. La macchia di caffè a pagina 45. L’alone di vino rosso a pagina 120. La pagina ondulata perché ci è caduta una lacrima, o perché l’hai letto sotto la pioggia alla fermata del bus. Quelle non sono macchie di sporco. Sono macchie di vita. Significano che il libro non era in una teca. Era sul tavolo della colazione. Era sul comodino durante una notte insonne. Era nella borsa da viaggio. Il libro è stato un compagno, non un ospite. Un compagno si sporca con te. Condivide il tuo caffè e il tuo vino.
Spezzare la schiena (per aprire il cuore)
C’è un gesto che faccio sempre quando compro un libro nuovo, specialmente se è un’edizione tascabile un po’ rigida. Lo apro a metà e, con decisione, premo i due lati verso l’esterno finché non sento un crac secco. Ho spezzato la “schiena” (il dorso) del libro. I bibliotecari svengono a questo punto. Ma io lo faccio per un motivo preciso: un libro rigido, che tende a chiudersi da solo appena togli la mano, è un libro che ti respinge. È un libro che vuole restare chiuso. Io voglio che il libro resti aperto. Voglio poterlo appoggiare sul tavolo e che lui rimanga lì, spalancato, offerto, mentre io mangio o scrivo. Spezzare la costola al libro è un atto di intimità. Gli tolgo la rigidità della fabbrica per dargli la morbidezza dell’uso. Un libro con il dorso segnato dalle righe di lettura è un libro che è stato aperto e riaperto. È un libro che si è arreso al lettore.
Il libro non è il contenuto, è il contenitore dell’esperienza
Nella “società immediata” e digitale, ci dicono che il contenuto è tutto. Perché comprare il cartaceo se puoi avere l’ebook? Il testo è lo stesso, no? No. Il testo è lo stesso, ma l’esperienza no. L’ebook è eterno e immutabile. Non invecchia. Non ingiallisce. Non puoi farci le orecchie (il segnalibro digitale non ha spessore). Non puoi macchiarlo di caffè (o meglio, se lo fai, rompi il tablet). L’ebook è anestetizzato.
Il libro di carta è un corpo. E come ogni corpo, invecchia. La carta ingiallisce perché reagisce all’ossigeno. Si macchia perché reagisce ai grassi delle nostre dita. Assorbe gli odori (l’odore di un libro letto al mare è diverso dall’odore di un libro letto in montagna). Questa decadenza fisica è ciò che lo rende prezioso. Il libro diventa un archivio sensoriale.
Ho dei libri di quando avevo vent’anni che profumano ancora del tabacco che fumavo allora (e che non fumo più). Aprendoli, non leggo solo la storia scritta dall’autore. “Sento” fisicamente la mia giovinezza. Questo miracolo è possibile solo se il libro viene trattato come un oggetto vivo, non come un soprammobile sacro. Se tenete i libri avvolti nella plastica o intonsi sugli scaffali, state negando loro la possibilità di diventare contenitori di memoria.
Come vorrei che trattaste Canti di notte
Tutto questo discorso non è astratto. È una preghiera che rivolgo a voi, lettori dei miei libri. Quando ordinate Canti di notte o Non pettinarti prima di partire dalla pagina Contatti e il pacco arriva a casa vostra, vi prego: non abbiate rispetto. O meglio: abbiate il rispetto giusto, che è quello dell’uso.
I miei libri non sono scritti per stare in una teca. Sono scritti, come vi ho raccontato, su taccuini sporchi, in treni in ritardo, in notti insonni. Hanno il DNA del disordine. Sarebbe un tradimento metterli in uno scaffale perfetto, intonsi.
Vorrei che Canti di notte finisse sul vostro comodino e ci restasse per mesi. Vorrei che la copertina si rovinasse un po’ agli angoli, a forza di essere infilata e sfilata dalla borsa. Vorrei trovare, tra dieci anni, una vostra copia in un mercatino dell’usato con una pagina piegata proprio su quella poesia che parla di un amore finito. Vorrei che ci sottolineaste sopra. Scriveteci: “Giorgio, qui hai detto una cazzata”. Oppure: “Questo sono io”. Usate i margini bianchi. Sono lì per voi. Sono lo spazio che ho lasciato per la vostra voce.
Se il mio libro resta nuovo, ho fallito. Significa che non vi ha coinvolto abbastanza da farvi venire voglia di interagire fisicamente con lui. Significa che lo avete trattato con la freddezza che si riserva agli estranei. Io voglio che il mio libro diventi un vostro amico intimo. E con gli amici intimi ci si abbraccia, ci si dà pacche sulle spalle, a volte ci si strattona. Non si sta a un metro di distanza con i guanti bianchi.
La magia del libro usato: ereditare una vita
C’è un’ultima ragione per cui amo i libri vissuti. È il pensiero del futuro. Nessuno di noi è eterno. Nemmeno le nostre librerie lo sono. Un giorno, i nostri libri finiranno altrove. In una scatola, in una biblioteca pubblica, su una bancarella. Se lasciate un libro intonso, chi lo troverà dopo di voi troverà solo il libro. Ma se lasciate un libro “vissuto”, chi lo troverà troverà anche voi.
Amo comprare libri usati proprio per questo. A volte trovo una sottolineatura tremolante a matita e mi chiedo: “Chi eri? Perché questa frase ti ha colpito nel 1974?”. A volte trovo un biglietto dell’autobus di una città straniera usato come segnalibro. A volte trovo una dedica nella prima pagina: “A Claudio, per i nostri giorni felici. Estate ’92”. E mi chiedo se Claudio e chi glielo ha regalato si amino ancora.
Questi segni trasformano il libro in un ponte temporale. Rovinando il libro, voi lasciate una traccia del vostro passaggio sulla terra. State dicendo: “Io sono esistito. Io ho letto. Io ho pensato”. In un mondo digitale dove tutto si cancella con un click, lasciare un segno fisico su un foglio di carta è un atto di immortalità minima.
L’appello: mostratemi i vostri “feriti”
Quindi, ecco la mia invettiva che diventa invito. Smettetela di venerare l’oggetto. Venerate l’esperienza. Prendete quel libro che amate e portatelo fuori. Leggetelo mentre mangiate (e se cade una briciola tra le pagine, pazienza, sarà nutrimento per il futuro). Leggetelo nella vasca da bagno (e se la carta si arriccia per il vapore, avrà una texture più interessante). Piegate quelle pagine. Rompete quella costola. Fatelo diventare vostro.
E, come sempre, voglio vedere se ho ragione. Voglio vedere i vostri libri “vissuti”. Mandatemi una foto, tramite la pagina Contatti. Non mandatemi foto di librerie perfette da rivista di design. Quelle mi annoiano. Mandatemi la foto della copia più rovinata e amata che avete. Quella che sta insieme con lo scotch. Quella che ha cambiato colore. Quella che è gonfia di post-it e foglietti. Mandatemi la foto della vostra copia di Canti di notte (se ce l’avete già) mentre “soffre” nella vostra borsa o sul vostro tavolo da lavoro.
Dimostratemi che non siete collezionisti di soprammobili, ma divoratori di storie. Dimostratemi che avete capito che la perfezione è la morte, e che la vita è, per definizione, qualcosa che lascia il segno.
Sporcatevi le mani. Buona lettura (e buona usura) a tutti.