
Vi propongo un esperimento mentale. O forse, più che un esperimento, è un ricordo. Provate a pensare all’ultima volta che avete aspettato qualcosa – un autobus, il turno dal dentista, l’ascensore che arrivava al piano – e non avete fatto assolutamente nulla. Non avete preso il telefono. Non avete controllato le notifiche. Non avete cercato disperatamente un giornale vecchio su un tavolino. Non vi siete aggiustati i vestiti. Siete rimasti lì. Fermi. Con gli occhi persi nel vuoto. Probabilmente farete fatica a ricordare quel momento.
Viviamo in un’epoca che ha dichiarato guerra aperta a uno degli stati d’animo più antichi e fertili dell’umanità: la Noia. Nella “società immediata”, la noia è considerata un peccato capitale. È il sintomo di un fallimento. Se ti annoi, significa che non sei produttivo. Significa che stai sprecando tempo. Significa che non sei abbastanza “connesso”, abbastanza stimolato, abbastanza interessante. Abbiamo sviluppato una sorta di horror vacui, il terrore del vuoto. Appena si apre una crepa di silenzio nella nostra giornata, ci affrettiamo a stuccarla con il cemento digitale: scrolliamo Instagram, guardiamo un video su TikTok, rispondiamo a una mail che poteva aspettare.
Io, Giorgio Cardellino, oggi voglio fare l’avvocato difensore di questo imputato ingiustamente condannato. Voglio scrivere un elogio della noia. Voglio dirvi che spegnere il cervello non è un atto di pigrizia, ma un atto di sopravvivenza ecologica per la vostra mente. E voglio spiegarvi perché, senza quei momenti di vuoto assoluto, io non avrei mai scritto una sola riga dei miei libri.
Il mito della produttività tossica
Siamo tutti vittime, consapevoli o meno, del mito della produttività. Ci hanno convinto che il nostro valore come esseri umani dipenda da quanto “facciamo”. Dalle spunte sulla to-do list. Dai chilometri corsi. Dai libri letti. Dai soldi guadagnati. Il tempo è diventato una risorsa da spremere fino all’ultima goccia. “Il tempo è denaro”, dicono. E così, abbiamo trasformato le nostre vite in catene di montaggio. Anche il riposo deve essere “attivo”, anche lo svago deve essere “instagrammabile”.
Ma il cervello umano non è una macchina. Non è un server progettato per processare dati 24 ore su 24. Il cervello è un organo biologico, è un giardino. E cosa succede a un campo se lo coltivi intensivamente, anno dopo anno, senza mai lasciarlo riposare? Diventa sterile. La terra si secca. Non cresce più nulla. I contadini lo sanno da millenni: esiste il “maggese”. Il periodo in cui il campo viene lasciato a riposo, incolto, apparentemente “inutile”. In quel periodo, la terra si rigenera. I nutrienti tornano in superficie.
La noia è il maggese della mente. Quando ci annoiamo, quando smettiamo di inserire input (notizie, immagini, suoni), il nostro cervello non si spegne affatto. Anzi. Attiva quella che i neuroscienziati chiamano Default Mode Network (rete in modalità predefinita). È in quel momento, quando “non stai facendo niente”, che il cervello inizia a fare le pulizie. Consolida i ricordi. Collega informazioni distanti tra loro. Immagina futuri possibili. Sogna. Eliminando la noia, stiamo cementificando il nostro giardino interiore. E poi ci lamentiamo che non crescono più i fiori della creatività.
Fissare il vuoto: la mia tecnica di scrittura segreta
Spesso mi chiedono: “Giorgio, ma dove le trovi le idee per le tue poesie? Come ti è venuta in mente quella storia?”. La gente si aspetta risposte eroiche. Si aspetta che io dica: “Ho avuto un’illuminazione mentre scalavo l’Everest” o “Mi è apparso in sogno un angelo”. La verità è molto più banale e, forse, deludente per chi cerca il sensazionalismo. Le mie idee nascono quando mi annoio a morte.
Le poesie di Canti di notte non sono nate mentre ero impegnato a vivere freneticamente. Sono nate negli interstizi. Sono nate mentre aspettavo un treno in ritardo alla stazione di Porta Nuova, nel 1992, e non avevo un telefono da guardare. Per passare il tempo, fissavo le cose. Fissavo una crepa nel muro. Fissavo il modo in cui la luce colpiva la scarpa di un passante. Fissavo il movimento della polvere nell’aria. E a forza di fissare, la mente iniziava a viaggiare. “Chissà dove va quel signore con la valigia rossa? Ha l’aria triste. Forse sta lasciando qualcuno.” E bam. Ecco l’inizio di una storia.
Se avessi avuto uno smartphone in tasca nel 1992, avrei tirato fuori quello. Avrei giocato a Snake o avrei letto le notizie. Mi sarei “intrattenuto”. E quella storia del signore con la valigia rossa non sarebbe mai nata. Sarebbe morta ancora prima di nascere, soffocata da un pixel.
La creatività è un animale timido. Non si avvicina se c’è troppo rumore. L’ispirazione non arriva quando sei pieno. Arriva quando hai creato uno spazio vuoto. La noia è quel vuoto che risucchia l’idea. È la fame che ti spinge a cucinare qualcosa di nuovo con gli ingredienti che hai già in testa. Se sei sempre sazio di contenuti altrui (social, tv, news), perché mai dovresti creare qualcosa di tuo?
L’inganno dello scroll: crediamo di rilassarci, invece ci stanchiamo
C’è un’obiezione che sento spesso: “Ma Giorgio, io quando torno da lavoro sono stanco morto, ho bisogno di staccare, per questo guardo TikTok per un’ora”. Vi capisco. La tentazione è fortissima. Lo faccio anch’io a volte. È la via più facile. È l’anestesia. Ma dobbiamo essere onesti con noi stessi: scrollare il telefono non è riposo. E sicuramente non è noia (nel senso positivo del termine).
Quando scrolli, il tuo cervello è bombardato. Immagine, testo, suono, video, pubblicità, opinione di un amico, notizia di guerra, video di gattini. Tutto in tre secondi. Il tuo cervello deve processare una quantità di stimoli spaventosa. È come se mangiassi cento pacchetti di patatine uno via l’altro. Ti senti pieno, ma sei malnutrito e nauseato. Non stai staccando la spina. Stai sovraccaricando il sistema.
La noia vera, quella rigenerante, è assenza di stimoli. È guardare il soffitto. È guardare fuori dal finestrino del treno mentre il paesaggio scorre, senza musica nelle orecchie. È sedersi su una panchina e guardare la gente che passa, senza giudicare, senza fotografare, senza postare. All’inizio è scomodo. Sentirete un prurito fisico. Le mani cercheranno automaticamente l’oggetto rettangolare. Sentirete l’ansia salire: “Sto perdendo tempo! Potrei rispondere a quella mail!”. Ma se resistete a quel primo impatto, se superate la crisi di astinenza, succede qualcosa di magico. Il respiro rallenta. I pensieri, che prima erano un vortice, iniziano a decantare come la sabbia in un bicchiere d’acqua. L’acqua diventa limpida. E iniziate a vedere.
“Non pettinarti”: lasciare i pensieri in disordine
Nel mio libro Non pettinarti prima di partire, l’invito è proprio questo: smetterla di voler “mettere in ordine” ogni momento della vita. La produttività è una forma di ordine. “Ho fatto questo, poi questo, poi questo”. È rassicurante. La noia è disordine. È stare lì con i propri pensieri spettinati.
E sapete perché abbiamo così paura della noia? Non è perché abbiamo paura di perdere tempo. È perché abbiamo paura di noi stessi. Quando spegni il rumore esterno, inevitabilmente si alza il volume della voce interna. E quella voce, a volte, dice cose scomode. Dice: “Sei felice davvero?”, “Ti piace il tuo lavoro?”, “Ti manca quella persona?”. Finché siamo distratti, possiamo ignorare quelle domande. Ma nella noia, le domande ci aspettano al varco.
Ecco perché dico che la noia è uno spazio creativo e terapeutico. Perché ti costringe a guardarti in faccia. I miei scritti nascono spesso da questo confronto forzato con me stesso. Se non mi fossi annoiato, non avrei mai sentito il dolore necessario per scrivere certe pagine. Avrei continuato a correre, ignorandolo. La noia è il momento della verità.
La sfida dei 10 minuti (provocazione gentile)
Non voglio fare il moralista che vi dice di buttare via il telefono e andare a vivere nei boschi. Vivo nel 2026 anch’io, uso la tecnologia, mi serve. Ma voglio lanciarvi una provocazione gentile. Una piccola sfida di resistenza umana.
Oggi, o domani, prendetevi 10 minuti. Non sono tanti. Sono nulla in una giornata di 24 ore. Mettete una sveglia, se serve. In quei 10 minuti, impegnatevi a fare assolutamente nulla. Non “meditare” (che è già un fare). Non leggere. Non ascoltare musica. Non riordinare la stanza. Sedetevi su una sedia, o sul divano. Allontanate il telefono. Mettetelo in un’altra stanza. E restate lì.
All’inizio vi sentirete stupidi. Penserete: “Che senso ha?”. Poi vi sentirete agitati. Poi vi annoierete a morte. Eccellente. Siete arrivati. State nel disagio di quella noia. Osservate la polvere che balla nella luce. Osservate le crepe sul muro. Osservate le vostre mani. Lasciate che la mente vaghi. Lasciatela andare dove vuole. Magari vi ricorderà una cosa che dovevate fare, o magari vi porterà un ricordo di dieci anni fa. Accogliete tutto.
Sono pronto a scommettere che, alla fine di quei 10 minuti, vi sentirete diversi. Forse un po’ più calmi. O forse un po’ più inquieti (perché avete sentito qualcosa di vero), ma sicuramente più vivi. Avrete interrotto l’automatismo. Avrete ripreso il controllo del vostro tempo, anche se solo per un attimo. Avrete concimato il campo.
Cosa nasce dal vuoto?
Se farete questo esperimento, potreste scoprire che dal vuoto non emerge il nulla, ma il tutto. Potreste avere l’idea per risolvere quel problema che vi assillava da giorni. Potreste sentire l’impulso improvviso di chiamare qualcuno. O potreste, semplicemente, riposare davvero.
Io scrivo per difendere questi spazi. I miei libri sono nati dal vuoto e sono pensati per essere letti con lentezza, creando altro vuoto fertile dentro di voi. Non leggeteli di fretta, tra una fermata e l’altra della metro, mentre controllate le notifiche. Regalatevi il lusso di annoiarvi un po’ prima di aprire la pagina. Create il silenzio necessario per far risuonare le parole.
Siamo esseri umani, non macchine da guerra. Abbiamo bisogno di spegnerci per poter brillare. Non abbiate paura del buio dello schermo spento. È lì che si accende la luce dell’immaginazione.
E ora, la solita richiesta, che stavolta è un po’ diversa. Se avete il coraggio di fare i “10 minuti di nulla”, scrivetemi. Andate alla pagina Contatti. Raccontatemi cosa è successo. “Giorgio, ho fissato il muro e mi sono ricordato di…” “Giorgio, è stato terribile, volevo urlare.” “Giorgio, mi è venuta un’idea per…”
Sono curioso di sapere cosa abita nel vostro vuoto. Perché sono sicuro che non è vuoto per niente. È pieno di voi. Buona noia a tutti.