
C’è un equivoco di fondo che ci sta rovinando la vita. È un equivoco sottile, luccicante, venduto molto bene dai cartelloni pubblicitari, dai feed di Instagram e, purtroppo, anche da molta cattiva letteratura. È l’idea che lo scopo ultimo dell’esistenza umana sia la Felicità.
Scritta così, con la F maiuscola. La Felicità come picco, come esplosione, come fuochi d’artificio perenni. Ci hanno insegnato che dobbiamo essere felici. E se non lo siamo, c’è qualcosa che non va in noi. Dobbiamo comprare quell’auto per essere felici, fare quel viaggio per essere felici, trovare il partner perfetto per essere felici. Viviamo nella “società immediata”, un meccanismo oliato alla perfezione che si nutre della nostra insoddisfazione. Ci promette che la felicità è sempre un passo più in là, dietro il prossimo acquisto, dietro il prossimo traguardo lavorativo. E noi corriamo. Corriamo come criceti sulla ruota, col fiato corto, gli occhi sgranati, terrorizzati dall’idea di fermarci.
Io, Giorgio Cardellino, ho corso per anni. Ho cercato quella Felicità. Ho cercato l’adrenalina, il riconoscimento, l’euforia del successo. E sapete cosa ho trovato? Ho trovato che la Felicità, quella intesa come picco emotivo, è una truffa. O meglio, non è una truffa, ma è una droga. È bellissima, crea dipendenza, ma dura un attimo. E quando svanisce – perché fisiologicamente deve svanire – lascia un vuoto ancora più grande di prima. Il famoso “down” dopo la festa.
Oggi, dopo quarant’anni di esplorazioni nel mio mondo interiore e in quello esteriore, ho smesso di cercare la felicità. Ho cambiato obiettivo. Ho ricalibrato la bussola. Oggi cerco la Serenità. E vi assicuro che, anche se sembrano sinonimi, tra queste due parole passa un oceano di differenza. Un oceano che vale la pena navigare.
Anatomia di un equivoco: l’euforia vs il fondale
Per spiegarvi la differenza, devo usare una metafora marina, perché il mare è uno dei pochi maestri che non mentono mai.
La Felicità sono le onde in superficie. Sono bianche, spumeggianti, rumorose, spettacolari. Si alzano, toccano il cielo, riflettono il sole in mille diamanti, e poi si infrangono. Sono magnifiche da guardare e da cavalcare. Ma sono instabili. Dipendono dal vento. Se il vento cambia, l’onda sparisce o diventa tempesta. Chi cerca la felicità vive in balia del meteo. Se le cose vanno bene, è su un’onda alta. Se le cose vanno male, affoga. È una vita estenuante, fatta di picchi vertiginosi e abissi deprimenti.
La Serenità, invece, è il fondale. Se scendete dieci, venti, cento metri sotto la superficie, il rumore delle onde sparisce. Laggiù l’acqua è calma, densa, silenziosa. La temperatura è costante. Laggiù, anche se sopra c’è la tempesta perfetta, non si muove quasi nulla. La Serenità è uno stato di fondo. Non è un’emozione momentanea, è una condizione esistenziale. È la capacità di rimanere stabili mentre la vita, in superficie, si agita. È la consapevolezza che, qualsiasi cosa accada (un successo, un lutto, un guadagno, una perdita), il tuo nucleo profondo rimane intatto.
La felicità è urlata. La serenità sussurra. La felicità è “avere tutto”. La serenità è “sentire che tutto ciò che c’è è abbastanza”. La felicità è tensione verso il futuro. La serenità è aderenza totale al presente.
L’inganno della perfezione e il messaggio di “Non pettinarti”
Perché facciamo così fatica a scegliere la serenità? Perché la serenità richiede un prezzo che la nostra società non vuole pagare: l’accettazione dell’imperfezione. Non puoi essere sereno se pretendi che tutto sia perfetto. Se vuoi che la tua casa sia sempre in ordine, che il tuo corpo non invecchi mai, che le persone si comportino sempre come vuoi tu, vivrai in uno stato di guerra perenne contro la realtà. E la guerra è l’opposto della serenità.
Ecco dove si inserisce il mio libro, Non pettinarti prima di partire. Quel titolo, che a molti strappa un sorriso, è in realtà una dichiarazione di resa alla pace. Il “pettine” è lo strumento che usiamo per forzare la realtà, per metterla in ordine, per renderla presentabile agli occhi degli altri. Pettinarsi significa dire: “Così come sono non vado bene. Devo aggiustarmi”. Invece, l’invito a “non pettinarsi” è l’invito ad abbracciare il caos naturale della vita.
I capelli sono spettinati? Va bene. La giornata è andata storta? Va bene. Ho fallito un obiettivo? Va bene. Fa male, ma va bene. La serenità nasce nel momento esatto in cui smetti di litigare con ciò che è. Nasce quando dici: “Ok, questa è la situazione. Non è perfetta. C’è polvere, c’è disordine, c’è dolore. Ma io ci sono dentro e non scappo”.
Nel libro parlo spesso di rallentamento. La fretta è nemica della serenità perché la fretta è il rifiuto del presente. Corro perché voglio essere già “là”. La serenità ti dice: “Stai qui. Anche se qui è scomodo. Stai qui e respira”. È un atto di coraggio immenso. Credetemi, ci vuole molto più fegato a stare seduti in silenzio con la propria ansia (serenità dell’accettazione) che a stordirsi di musica e alcol per fingere allegria (ricerca della felicità).
Quel pomeriggio in cui ho smesso di correre
Voglio raccontarvi un aneddoto personale, un piccolo episodio che per me ha segnato uno spartiacque. Non è successo nulla di epico. Niente viaggi mistici in India o rivelazioni divine. È successo un martedì pomeriggio di novembre, qualche anno fa.
Ero in centro, a Torino. Avevo una giornata terribile. Ero in ritardo su una consegna di scrittura, avevo litigato al telefono con una persona cara, e pioveva quella pioggia sottile e gelida che ti entra nelle ossa. Camminavo veloce, a testa bassa, imprecando mentalmente contro il mondo. Nella mia testa c’era il rumore assordante del “dover fare”: Devo finire, devo chiamare, devo risolvere, devo, devo, devo. Cercavo la soluzione ai miei problemi per tornare a essere “felice” (cioè tranquillo e produttivo).
A un certo punto, la stanchezza ha vinto. Mi sono rifugiato sotto il portico di un vecchio caffè, uno di quelli con le vetrine appannate e l’odore di tostatura che esce dalla porta. Sono entrato non per piacere, ma per sfinimento. Mi sono seduto a un tavolino d’angolo, ho ordinato un caffè e ho fatto per prendere il telefono. Volevo controllare le email, volevo continuare a correre anche da seduto. Ma il telefono era morto. Batteria scarica. Schermo nero.
Il panico iniziale è durato trenta secondi. “E adesso? Se mi cercano?”. Poi, non potendo fare nulla, mi sono arreso. Ho posato il telefono inutile sul marmo del tavolino. E ho alzato gli occhi.
Davanti a me, oltre il vetro bagnato, c’era una piccola piazza. Al centro della piazza c’era un albero, un platano quasi spoglio, con le ultime foglie gialle attaccate ai rami neri. Sotto l’albero, incurante della pioggia, c’era un piccione che beccava briciole invisibili tra i sampietrini. Ho iniziato a guardarlo. Non lo stavo “guardando” distrattamente. Lo stavo vedendo. Vedevo il riflesso violaceo sul suo collo. Vedevo i suoi scatti nervosi. Vedevo l’acqua che colava dalla corteccia dell’albero e formava una pozzanghera scura.
In quel momento, il tempo si è dilatato. Il rumore nella mia testa si è spento, come se qualcuno avesse staccato la spina. Improvvisamente, ho capito una cosa banale e sconvolgente: il mondo andava avanti anche senza di me. L’albero non sapeva della mia scadenza. Il piccione non sapeva del mio litigio. La pioggia cadeva perché doveva cadere. Io ero solo un testimone. Ero piccolo. Ero insignificante. E in quella insignificanza, ho trovato una pace assoluta.
Non ero felice. Avevo ancora i problemi da risolvere. Sentivo ancora l’amaro del litigio in bocca. Ma ero sereno. Ero ancorato al fondale. Ero lì, con il mio caffè caldo, mentre fuori c’era il freddo. Ed era tutto perfetto nella sua imperfezione. Quella tazzina di caffè, il calore della ceramica contro le dita, il grigio fuori e il giallo della luce dentro: quel dettaglio mi ha salvato. Ho capito che la serenità non è l’assenza di tempesta, ma la capacità di trovare un angolo asciutto dentro la tempesta e sedersi lì a guardare la pioggia.
Costruire la serenità: un lavoro da muratore, non da poeta
Da quel giorno, ho iniziato a lavorare diversamente. La felicità ti capita (o la compri), la serenità si costruisce. È un lavoro da muratore. Si mette un mattone sull’altro. Quali sono i mattoni?
- L’attenzione ai dettagli: Allenarsi a vedere le cose piccole. La luce che taglia la stanza alle 17:00. Il profumo del pane. La voce di un amico. Se la tua attenzione è sulle piccole cose, non può essere sulle grandi ansie.
- La sottrazione: Togliere il superfluo. Togliere le parole inutili, gli oggetti inutili, le relazioni tossiche. La serenità ha bisogno di spazio vuoto per espandersi.
- L’accettazione del “non so”: Smettere di voler controllare il futuro. Accettare che non sappiamo cosa succederà domani e che va bene così. È la filosofia del viaggiatore che parte senza meta precisa.
Nel mio lavoro di scrittore, questo si traduce nel cercare le “parole che restano”, come dicevo in un altro articolo. Non cerco più la frase a effetto che strappa l’applauso (felicità/euforia). Cerco la frase solida, vera, che ti fa sentire compreso (serenità/connessione). Quando scrivo per voi, cerco di creare quello spazio asciutto sotto il portico dove potete rifugiarvi mentre fuori piove.
Una domanda per te (che vale più di una risposta)
Ho scritto molto, forse troppo. Ma ci tenevo a distinguere questi due concetti, perché vedo troppe persone soffrire inseguendo il fantasma sbagliato. Smettete di voler essere felici a tutti i costi. È estenuante. Provate a voler essere sereni. Provate a voler essere interi, anche se scheggiati.
Voglio lasciarvi con un compito, o meglio, con un invito all’esplorazione. Oggi, in questo preciso momento, guardatevi intorno. Spegnete il rumore della “società immediata” per un minuto. Cercate un dettaglio. Può essere un raggio di sole, il rumore del frigo che ronza, la morbidezza della vostra maglia, il sorriso di un passante. Fermatevi su quel dettaglio. Aggrappatevi a lui come a un’ancora.
E poi, se vi va, scrivetemi. Andate alla pagina Contatti. Non ditemi “sono felice”. Rispondete a questa domanda: “Cosa mi rende sereno oggi, nonostante tutto?”.
Potrebbe essere: “Il fatto che i miei figli dormono”, “Il fatto che ho pagato quella bolletta”, “Il fatto che stasera mangerò la pizza”, o “Il fatto che sono triste, ma non ho paura di esserlo”. Sono curioso di conoscere la vostra geografia della serenità. Perché, alla fine, siamo tutti naufraghi nello stesso mare, e scambiarci le coordinate dei porti sicuri è l’atto più umano che possiamo fare.
Smettete di correre. Sedetevi. Il caffè è caldo. Vi aspetto.