Scrivere non mi ha reso “migliore”: mi ha reso più vero

C’è una narrazione tossica che circola nel mondo della cultura, della crescita personale e persino dell’arte. È l’idea che dedicarsi a un’attività creativa – che sia scrivere, dipingere o suonare – sia una sorta di ascensore sociale per l’anima. Ci dicono che scrivere ci renderà persone “migliori”. Più sagge, più equilibrate, più risolte, forse persino più buone. Come se la letteratura fosse una grande lavanderia a gettoni dove entri sporco dei tuoi peccati e delle tue nevrosi, e ne esci profumato, stirato e pronto per essere esposto in vetrina.

Beh, sono qui per dirvi che è una gigantesca bugia. Mi chiamo Giorgio Cardellino, scrivo da quando ne ho memoria, ho pubblicato libri come Canti di notte e Non pettinarti prima di partire, e vi dico questo con assoluta certezza: scrivere non mi ha reso una persona migliore. Non ha cancellato i miei difetti. Non ha risolto le mie ansie. Non mi ha reso un padre perfetto, un compagno impeccabile o un cittadino modello. A volte, sono ancora lo stesso ragazzino irruento e confuso del 1979, solo con più rughe e qualche dolore articolare in più.

Ma se la scrittura non serve a diventare “migliori”, allora a cosa serve? Perché passare notti insonni a cercare una parola? Perché scavare nel proprio dolore fino a sanguinare? La risposta è semplice, e allo stesso tempo terrificante: scrivere non mi ha reso migliore, ma mi ha reso più vero. E in un mondo di plastica, di filtri e di apparenze, essere veri è l’unica rivoluzione che conta.

Oggi voglio portarvi nel laboratorio sotterraneo dove questa trasformazione avviene. Voglio spiegarvi come la scrittura agisce non come un cosmetico, ma come un acido che corrode le maschere e lascia nuda la sostanza di ciò che siamo.

L’anatomia del caos: dare forma a ciò che non ha nome

Viviamo la maggior parte del nostro tempo in uno stato di analfabetismo emotivo. Nella “società immediata”, siamo bombardati da stimoli. Sentiamo continuamente qualcosa: una fitta allo stomaco quando leggiamo una notizia, un’euforia improvvisa per un successo, una malinconia strisciante la domenica sera. Ma cosa sono queste cose? Di solito, non abbiamo il tempo di chiedercelo. Le subiamo. Sono come un magma informe che ci ribolle dentro, un caos di sensazioni che non hanno nome e, non avendo nome, ci governano.

Ecco il primo compito della scrittura: dare forma al caos. Quando mi siedo davanti alla pagina bianca, non sono un saggio che dispensa verità dall’alto. Sono un operaio in mezzo a un cantiere disastroso. Ho dentro di me un groviglio di rabbia, paura e desiderio. La scrittura è lo strumento – la pinza, il martello, a volte il bisturi – che uso per districare quel groviglio.

Scrivere significa prendere quell’emozione vaga che ti opprime il petto e costringerla a diventare una frase. E poi un’altra. E poi un’altra ancora. È un processo faticoso, fisico. Significa dire: “Ok, questa cosa che provo non è solo ‘tristezza’. È la specifica tristezza di quando ti accorgi che un’epoca della tua vita è finita per sempre e non te ne eri nemmeno reso conto”. Dare un nome preciso alle cose non le fa sparire, non le “guarisce”. Ma le rende visibili. Le rende maneggiabili. Quando scrivi la tua verità, essa smette di essere un mostro sotto il letto e diventa un oggetto sul tavolo. Fa ancora paura, forse, ma almeno ora puoi guardarla negli occhi.

L’archivio del vissuto: la carne e il sangue delle parole

Nel mio sito scrivo che “Ogni parola nasce da ciò che ho vissuto”. Questo è un punto su cui non transigo. Non mi interessano le acrobazie intellettuali o i giochi di stile fini a se stessi. Mi interessa la carne.

Per diventare “più vero” attraverso la scrittura, devi avere il coraggio di entrare nel tuo archivio personale, quello dove hai nascosto tutto ciò che volevi dimenticare. Il vissuto è la materia prima. Senza di esso, la scrittura è solo decorazione. Quando ho composto Canti di notte, attraversando decenni di storia personale e collettiva, ho dovuto riaprire vecchie ferite che pensavo cicatrizzate. Ho dovuto rivedere le facce di chi ho perso, risentire l’umiliazione di certi fallimenti, l’ebbrezza pericolosa di certe notti.

Perché farlo? Non sarebbe meglio lasciare il passato dov’è? No. Perché il passato non è mai passato. Esso vive nel nostro presente, condiziona le nostre scelte di oggi. Se ignori il tuo vissuto, vivi una vita a metà, una vita falsificata. Scrivere partendo dal vissuto significa onorare la propria storia, anche le parti brutte. Significa dire: “Sì, sono stato anche quello. Sì, ho fatto anche quello sbaglio”. Non è un atto di contrizione, è un atto di integrazione. Le parole vere sono quelle che hanno il sapore del ferro e della terra, non quelle che sanno di cipria. E per trovare quelle parole, devi aver masticato la vita, non solo averla guardata dalla finestra.

Il laboratorio dei sogni: quando la realtà non basta

Ma attenzione: se mi limitassi a fare la cronaca del mio vissuto, sarei solo un diarista, forse un po’ noioso. C’è un secondo elemento fondamentale nella mia poetica: “ciò che immagino e sogno”.

Qualcuno potrebbe pensare che “verità” e “immaginazione” siano opposti. Che il sogno sia una fuga dalla realtà. Per me è l’esatto contrario. L’immaginazione è lo strumento che ci permette di toccare una verità più profonda, più ampia di quella che i nostri soli occhi possono vedere. La realtà nuda e cruda, a volte, è muta. Ti mostra il “cosa”, ma non ti spiega il “perché”.

L’immaginazione è ciò che mi permette di espandere il mio piccolo io e di entrare in risonanza con il resto del mondo. Io non ho vissuto tutte le vite, ma attraverso l’immaginazione posso provare a sentire cosa prova un uomo che sta perdendo tutto, o una donna che sta per rinascere. Il sogno è il luogo dove le nostre aspirazioni più profonde, quelle che da svegli ci vergogniamo di ammettere, prendono forma.

Quando scrivo una poesia o un racconto, spesso parto da un fatto reale (vissuto), ma poi lascio che l’immaginazione lo prenda per mano e lo porti altrove. Lascio che il sogno completi la frase che la realtà ha lasciato a metà. È in questo intreccio tra la concretezza dell’esperienza e la libertà del sogno che nasce una scrittura “vera”. È una verità aumentata, una verità che non solo descrive ciò che è, ma suggerisce ciò che potrebbe essere, o ciò che dovrebbe essere.

L’effetto specchio: guardarsi senza “pettinarsi”

Quindi, ho preso il caos delle emozioni, l’ho impastato con il mio vissuto, l’ho fatto lievitare con l’immaginazione. Ho scritto. E adesso? Adesso arriva la parte più difficile. La parte che dimostra perché scrivere non ti rende “migliore”, ma “più vero”. Arriva il momento della rilettura.

Quando rileggi una pagina che hai scritto con totale sincerità, è come guardarsi allo specchio la mattina appena svegli, con la luce impietosa del sole che entra dalla finestra. Vedi tutto. Le occhiaie, le rughe, i capelli in disordine. Ecco perché il mio libro si chiama Non pettinarti prima di partire. È un invito a sostenere quello sguardo.

Rileggere le proprie parole vere è un atto di estrema vulnerabilità. Ti rendi conto di quanto sei stato meschino in quell’occasione, di quanto sei ancora spaventato da quella cosa, di quanto disperatamente hai bisogno di amore. La pagina scritta non mente. Non puoi ingannarla come inganni te stesso nei tuoi pensieri circolari. È lì, nera su bianco.

Questo processo non ti rende “migliore”. Spesso, anzi, ti fa sentire peggiore. Ti fa vedere le tue inadeguatezze in alta definizione. Ma ti rende vero. Smetti di raccontarti la favola di chi vorresti essere e inizi a fare i conti con chi sei. E in questa accettazione, anche dolorosa, c’è una forza incredibile. La forza di chi non deve più fingere. La forza di chi ha smesso di recitare un ruolo e ha iniziato a vivere la propria vita, con tutti i suoi limiti.

L’illusione dell’uomo “finito”

La società immediata ci vuole “finiti”. Prodotti completi, performanti, senza difetti di fabbrica. Ci vuole “migliori”. La scrittura, la mia scrittura, rivendica il diritto all’incompiutezza. Essere “veri” significa accettare di essere un cantiere aperto per tutta la vita. Significa accettare che non risolveremo mai del tutto i nostri nodi, che certe malinconie ci accompagneranno per sempre, che faremo ancora errori.

Scrivere non è la cura. Scrivere è la diagnosi continua. È il monitoraggio costante del nostro stato di salute interiore. Io non scrivo per guarire. Scrivo per sentire dove fa male, perché finché sento il dolore, so di essere vivo. Scrivo per celebrare la bellezza sghemba, imperfetta, “spettinata” dell’esistenza umana, che è molto più interessante della perfezione di plastica che ci vendono.

Inseguire l’essere “migliori” è una corsa estenuante verso un traguardo che si sposta sempre più in là. Inseguire l’essere “veri”, invece, è un ritorno a casa. È un sedersi, finalmente, e dire: “Eccomi. Questo sono io. Prendere o lasciare”.

E tu? Quanto sei vero?

Ho scritto molto, e ho parlato quasi solo di me, del mio processo, della mia visione. Ma come sempre, tutto questo ha senso solo se diventa un ponte verso di te che leggi.

Se sei arrivato fin qui, forse è perché anche tu senti la fatica di dover sembrare sempre “migliore”. Forse anche tu hai un magma interiore che chiede di trovare una forma. Non ti dirò di iniziare a scrivere un romanzo. Ma ti invito a fare un piccolo esercizio di verità.

Prenditi un momento di silenzio. E poi, se te la senti, scrivimi. Non per dirmi quanto sei bravo, o quanto sei saggio, o quanto hai capito la vita. Scrivimi per dirmi una cosa vera su di te. Una cosa che magari non hai mai detto a nessuno, perché non ti faceva sembrare “migliore”. Può essere una paura, un desiderio inconfessabile, un ricordo che ti fa ancora male, o una gioia che ti sembra stupida ma che per te è tutto.

Vai alla pagina Contatti. Usa quel modulo come se fosse un confessionale laico, o una bottiglia lanciata nel mare. Io non sono qui per giudicarti, né per assolverti, né per darti consigli da guru. Sono qui solo per leggere la tua verità e per dirti: “Ti vedo. Non sei solo. Siamo tutti sulla stessa barca imperfetta”.

Scrivere non ci renderà migliori. Ma condividere le nostre verità ci renderà, forse, un po’ meno soli. E in questo mondo, credo che sia già un miracolo sufficiente. Aspetto la tua voce vera.

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