
Ci sono parole che entrano nel nostro vocabolario in punta di piedi, quasi per caso, e poi ci sono parole che entrano sfondando la porta, lasciando segni sul pavimento e sui muri. Per me, “consapevolezza” è stata una di queste ultime.
Oggi se ne parla ovunque. Aprite i social, entrate in una libreria, accendete la TV: troverete guru, coach e influencer che vi vendono la consapevolezza come se fosse una crema antirughe o un abbonamento in palestra. Sembra diventata una moda, un accessorio chic da sfoggiare nelle conversazioni per sembrare profondi. Ma io non sono qui per vendervi nulla (se non, forse, un invito a leggere i miei libri, ma quello è un altro discorso). Sono qui per parlarvi da uomo a uomo, da anima ad anima.
La consapevolezza non è una moda. È una questione di vita o di morte. Non morte fisica, intendiamoci. Parlo di quella morte lenta, silenziosa e incolore che ci prende quando smettiamo di essere protagonisti della nostra vita e diventiamo semplici comparse. Quella morte che accade quando viviamo con il pilota automatico inserito.
Io ho imparato il significato di questa parola a mie spese. L’ho imparata sbattendo la testa contro il muro della fretta, del “dover fare”, dell’apparire. L’ho imparata quando ho capito che stavo attraversando i giorni senza viverli davvero. E oggi, in questo spazio di riflessione che è il mio blog, voglio raccontarvi perché questa è l’unica parola che vi consiglio davvero di tatuarvi nell’anima.
Il costo salato della distrazione
Prima di capire cosa fosse la consapevolezza, vivevo immerso in quella che chiamo la “società immediata”. Sapete di cosa parlo. È quel mondo frenetico dove tutto deve essere fatto ieri, dove il valore di una persona si misura dalla sua produttività, dove il silenzio è un nemico da abbattere con notifiche e rumore di fondo. In quel mondo, io correvo. Correvo per lavorare, correvo per costruire, correvo per stare al passo. Mi preoccupavo di essere “pettinato”, metaforicamente parlando: ordinato, presentabile, efficiente.
Ma sapete qual è il prezzo di questa corsa? Il prezzo è che la vita ti scorre accanto e tu non la vedi. Ho pagato questo prezzo con monete pesanti: ricordi sfocati, conversazioni ascoltate a metà, tramonti ignorati perché stavo guardando l’orologio. Ho vissuto momenti importanti della mia vita – e della vita collettiva, come racconto in Canti di notte – essendoci fisicamente, ma essendo assente mentalmente. Ero lì, ma la mia testa era già al “dopo”, al prossimo impegno, alla prossima preoccupazione.
La mancanza di consapevolezza è un furto. Ci ruba l’unica cosa che possediamo veramente: il presente. Quando ti svegli una mattina e ti chiedi “Ma dove sono finiti gli ultimi dieci anni?”, quella è la fattura che la distrazione ti presenta. Ed è un conto salatissimo, che nessuno può rimborsarti.
Cosa significa davvero essere consapevoli (secondo Giorgio)
Quindi, cos’è questa benedetta consapevolezza? Dimenticate la posizione del loto, l’incenso e i mantra recitati sulla cima di una montagna (con tutto il rispetto per chi lo fa). La mia consapevolezza è molto più terrena, più sporca di vita, più concreta.
Essere consapevoli, per me, significa semplicemente: accendere la luce. Significa entrare in una stanza (o in un momento della giornata) e vederla davvero. Significa bere un caffè e sentire il calore della tazzina, l’amaro sulla lingua, il profumo che sale alle narici, invece di ingurgitarlo mentre si scorre la bacheca di Facebook. Significa guardare una persona negli occhi e notare quella piccola ruga di tristezza, o quella luce di gioia, invece di pensare a cosa dobbiamo risponderle.
Consapevolezza è togliere il filtro dell’abitudine. L’abitudine è comoda, ci fa risparmiare energia, ma ci rende ciechi. Ci fa dare per scontato che il sole sorga, che il respiro entri nei polmoni, che le persone che amiamo siano lì. La consapevolezza è lo strappo che rompe l’abitudine. È dirsi: “Questo momento è unico. Non tornerà più. Voglio esserci. Voglio sentirlo tutto, anche se fa male, anche se è noioso, anche se è difficile”.
Nel mio libro Non pettinarti prima di partire, questo concetto è il pilastro centrale. Quando vi invito a “non pettinarvi”, vi sto invitando a smettere di preparare la vita e a iniziare a viverla. Vi sto invitando a presentarvi all’appuntamento con il presente così come siete: spettinati, imperfetti, ma svegli. La consapevolezza è l’arte di stare nel “qui e ora” senza giudizio, ma con una curiosità infinita.
La consapevolezza come lente d’ingrandimento per la scrittura
Il mio percorso di autore è cambiato radicalmente quando ho iniziato a praticare questa presenza. Prima scrivevo per sfogo. Ora scrivo per indagine. “Scrivo per capire il mondo”, dico sempre. Ma non puoi capire ciò che non vedi. La consapevolezza è diventata la mia lente d’ingrandimento.
Quando cammino per strada con la consapevolezza attivata, il mondo diventa un luogo incredibilmente ricco. Vedo la storia d’amore finita nei gesti di due ragazzi alla fermata del bus. Vedo la resilienza in un fiore che spacca l’asfalto. Vedo la solitudine dietro il sorriso di circostanza di un cassiere. Tutto questo materiale entra nei miei racconti e nelle mie poesie. Le mie parole sono diventate più “vere” perché nascono da un’osservazione reale, non da concetti astratti.
Se leggete una mia poesia e sentite che “vi tocca”, è perché quella poesia è nata da un momento di estrema consapevolezza. Io ero lì, completamente, mentre accadeva l’emozione, e ho cercato di portarvi quel pezzo di realtà intatto sulla pagina. Senza consapevolezza, la scrittura è solo decorazione. Con la consapevolezza, diventa testimonianza.
Perché ti consiglio di provarci (anche se fa paura)
Ora, devo essere onesto con voi fino in fondo. Vivere con consapevolezza non è sempre una passeggiata di salute. Anzi. C’è un motivo se spesso preferiamo la distrazione: la consapevolezza a volte fa male.
Se sei davvero consapevole, vedi anche le cose che non vanno. Vedi le tue paure. Vedi i tuoi fallimenti. Vedi la cattiveria del mondo. Vedi la fragilità della vita. Quando togli il velo dell’anestesia, senti tutto di più. Il dolore brucia di più. La nostalgia morde di più. Ecco perché “rallentare fa paura”, come ho scritto in un altro articolo. Perché ci costringe a guardare in faccia la realtà.
Ma allora, perché ve lo consiglio? Perché Giorgio Cardellino vi dice che ne vale la pena? Perché è l’unico modo per sentire anche la gioia in modo esplosivo. Perché è l’unico modo per sentire l’amore davvero. Perché è l’unico modo per sentirsi vivi.
Meglio una vita agrodolce, piena di picchi e abissi, ma vissuta con gli occhi spalancati, o una vita grigia, piatta, sicura, vissuta in un semi-sonno perenne? Io ho scelto la prima. E da quando l’ho scelta, la mia vita ha “preso un senso diverso”, come scrivo nella home del sito. Mi ha regalato “un nuovo punto di vista”. Non sono diventato un santo o un illuminato. Mi arrabbio ancora, sbaglio ancora, soffro ancora. Ma almeno, so di esserci. So che questo minuto che sto vivendo è mio.
Piccoli esercizi di realtà: come iniziare?
Non serve stravolgere la propria esistenza dall’oggi al domani. La consapevolezza si allena come un muscolo. Iniziate dalle piccole cose. Ecco qualche consiglio pratico, nato dalla mia esperienza e che troverete disseminato tra le righe di Non pettinarti prima di partire:
- Fermati una volta al giorno. Metti una sveglia. Quando suona, fermati per un minuto. Respira. Guardati intorno. Chiediti: “Come sto? Cosa sento nel corpo?”. Solo questo.
- Mangia senza schermi. Almeno un pasto al giorno, fallo senza telefono e senza TV. Guarda il cibo. Senti il sapore. Sembra banale, ma è rivoluzionario.
- Ascolta i suoni. Quando sei nel traffico, o in fila, invece di innervosirti, prova a scomporre i suoni intorno a te. Diventa un registratore.
- Scrivi. Prenditi un taccuino. A fine giornata, scrivi tre cose che hai notato. Non tre cose che hai fatto, ma tre cose che hai visto o sentito. Questo obbliga il cervello a cercare dettagli durante il giorno.
Raccontami la tua esperienza
Ho parlato molto della mia esperienza, del mio “imparare a mie spese”. Ma la consapevolezza è un viaggio personale e unico per ciascuno di noi. Sono curioso di sapere a che punto siete voi del cammino.
Vi è mai capitato di avere un momento di lucidità improvvisa, in cui tutto vi è sembrato più nitido, più vero? O al contrario, sentite di essere intrappolati nella ruota del criceto e non sapete come scendere? Avete letto Non pettinarti prima di partire e avete provato a mettere in pratica l’invito alla lentezza? Com’è andata?
Questo blog non è un pulpito, è una piazza. Mi piacerebbe davvero leggere le vostre storie. Andate alla pagina Contatti. C’è un modulo che aspetta solo di essere riempito con le vostre “parole vere”. Scrivetemi. Ditemi: “Giorgio, io la vedo così…”. Leggerò ogni messaggio con quell’attenzione e quella presenza di cui vi ho appena parlato. Ve lo prometto.
Non lasciamo che questo articolo sia solo un altro pezzo di contenuto consumato velocemente. Facciamolo diventare un punto di partenza. Fermati. Respira. E se ti va, scrivimi. Buona consapevolezza a tutti.