Perchè scrivo anche racconti (e cosa cambia dalla poesia)

Se avete imparato a conoscermi attraverso questo blog o sfogliando le pagine di Canti di notte, probabilmente mi avete incasellato nella categoria “poeta”. Ed è giusto. La poesia è il mio primo amore, il mio respiro naturale, la mia modalità di default per stare al mondo. È la sintesi, l’urlo, il silenzio che si fa parola. Eppure, se esplorate più a fondo il mio lavoro, o se leggete con attenzione la mia biografia, noterete che mi definisco “autore di poesie e racconti”.

“Racconti”. Una parola che sembra pesare diversamente. Più solida, più larga, forse meno eterea. Spesso mi viene chiesto: “Giorgio, ma se la poesia è così potente, perché senti il bisogno di scrivere anche storie? Cosa ti dà il racconto che la poesia non ti dà?”. È una domanda bellissima, che tocca il cuore del mio processo creativo. È come chiedere a un pittore perché a volte usa l’acquerello e altre volte scolpisce la pietra. Cambia lo strumento, cambia la fatica, cambia il tempo, ma l’urgenza espressiva è la stessa.

Oggi voglio portarvi dietro le quinte di questa scelta. Voglio spiegarvi perché, in un mondo che corre veloce, a volte sento il bisogno di sedermi e dire: “C’era una volta…”, e cosa cambia davvero, per me e per voi, quando passo dal verso alla prosa.

Questione di respiro: l’apnea e la passeggiata

Per spiegarvi la differenza tra scrivere una poesia e scrivere un racconto, devo usare una metafora fisica, legata al respiro.

La poesia è apnea. Nasce da un’intuizione fulminante. È un flash. Vedo qualcosa – un dettaglio, un gesto, un’ombra – e sento una scossa. In quel momento, il mondo si ferma. Devo catturare quell’istante prima che svanisca. La scrittura poetica è verticale: va giù in profondità, dritta al nucleo, in pochi secondi. È un tuffo nell’abisso. Quando scrivo una poesia, tolgo tutto il superfluo. Lavoro per sottrazione. Cerco l’essenza. È un’esperienza intensa, che brucia molte energie in poco tempo. È come un lampo: illumina tutto a giorno per una frazione di secondo, rivelando la verità nuda, e poi lascia il buio (e il tuono) a risuonare.

Il racconto, invece, è una lunga passeggiata. O forse, ancora meglio, è un fiume. Il racconto ha bisogno di ossigeno, di aria. Non è un’intuizione istantanea, è un percorso. A volte, l’emozione che provo è troppo complessa, troppo articolata, troppo ricca di sfumature per essere compressa in venti righe di versi. Ha bisogno di spazio. Ha bisogno di tempo per dispiegarsi. Se la poesia è “capire il mondo” attraverso un’illuminazione, il racconto è “capire il mondo” attraverso l’esplorazione. Ho bisogno di descrivere l’ambiente, di far parlare i personaggi, di mostrare come un evento ne causa un altro. Ho bisogno di prendere il lettore per mano e dirgli: “Vieni con me, facciamo un pezzo di strada insieme. Ti mostro non solo la destinazione, ma anche il viaggio”.

Quindi, scrivo racconti quando sento che la verità che voglio dire ha bisogno di essere argomentata, vissuta, abitata per un tempo più lungo. Scrivo racconti quando l’emozione non è un urlo, ma un discorso.

Storie autentiche: da dove arrivano i personaggi?

C’è un malinteso comune secondo cui la poesia è “vera” (perché parla dell’io del poeta) e il racconto è “finto” (perché parla di personaggi inventati). Niente di più sbagliato. Anche i miei racconti sono, per usare le parole del mio sito, “autentici e coinvolgenti”.

Da dove arrivano le mie storie? Nascono dallo stesso identico terreno delle poesie: dal vissuto e dall’immaginazione. A volte un personaggio nasce da una persona che ho incontrato davvero, magari trent’anni fa. Mi ricordo il suo modo di camminare, o una frase che mi ha detto. La poesia ne fisserebbe l’emozione del ricordo. Il racconto, invece, mi permette di ridargli vita. Mi permette di chiedermi: “Cosa ha fatto quella persona dopo che ci siamo salutati? Dove è andata? Cosa pensava?”. Qui entra in gioco l’immaginazione, quel “ciò che immagino e sogno” che è fondamentale nella mia poetica.

Attraverso i racconti, io vivo vite che non sono la mia. Posso essere un vecchio che guarda il mare, un bambino che ha paura del buio, una donna che sta per prendere una decisione difficile. Ma – e questo è il punto cruciale – le emozioni che attribuisco a questi personaggi sono le mie. Se il mio personaggio piange per un addio, quelle lacrime sono vere, perché attingono alla mia riserva personale di dolore. Se il mio personaggio ride di gioia, quella gioia è autentica. Il racconto è una maschera che mi permette di dire la verità ancora più forte. A volte, paradossalmente, si è più sinceri quando si finge di essere qualcun altro, perché ci si sente protetti dalla finzione narrativa.

La sfida alla “società immediata”

Scrivere racconti, oggi, è anche un atto politico, un atto di resistenza contro la “società immediata”. Viviamo nell’epoca del video di 15 secondi, del tweet, dello slogan. L’attenzione media è crollata. La gente vuole tutto e subito. La poesia, nella sua brevità, può sembrare adatta a questi tempi (anche se la vera poesia richiede una lentezza di lettura enorme). Ma il racconto? Il racconto chiede al lettore un investimento. “Siediti. Spegni il telefono. Dedicami venti minuti. Entra in questo mondo e restaci.”

Scrivo racconti perché mi rifiuto di arrendermi alla superficialità. Voglio costruire storie “coinvolgenti”, capaci di incollare il lettore alla pagina, non con trucchi da circo o colpi di scena forzati, ma con la forza dell’umanità. Voglio che chi legge si dimentichi per un attimo delle notifiche e si preoccupi per il destino del protagonista. Quando questo accade, abbiamo vinto. Abbiamo rubato tempo alla frenesia e lo abbiamo restituito alla riflessione. Abbiamo creato una bolla di “tempo lento” in cui è possibile tornare a sentire.

Cosa cambia per il lettore?

Se la poesia colpisce allo stomaco o al cuore, il racconto lavora sulla testa e sull’empatia. La poesia ti lascia spesso senza fiato, sospeso nel vuoto. Ti costringe a guardarti dentro immediatamente. Il racconto è più accogliente. Ti fa entrare in una stanza arredata, ti offre un tè, ti mette a tuo agio, e poi, piano piano, ti svela la verità.

Nel racconto c’è il piacere della trama, del “come va a finire”. C’è il piacere di riconoscersi nelle dinamiche tra le persone, nei dialoghi. Nei miei racconti cerco di portare la stessa cura per la parola che uso nella poesia. Non troverete pagine riempitive. Ogni frase deve avere un peso, una musicalità. La differenza è che nella poesia la bellezza è concentrata, come un profumo puro. Nel racconto è diluita nell’aria, come l’odore di un giardino dopo la pioggia. È più respirabile, più avvolgente.

Spesso i lettori mi dicono: “Giorgio, le tue poesie mi hanno fatto piangere, ma i tuoi racconti mi hanno fatto compagnia”. Ecco, forse è questa la distinzione più bella. La poesia è una rivelazione. Il racconto è una compagnia. E in questo mondo solitario, abbiamo disperatamente bisogno di entrambe le cose.

Condividere esperienze: il racconto orale

C’è un ultimo aspetto che amo dei racconti: la loro vocazione all’oralità. La poesia è intima, spesso va letta nel silenzio della propria mente. Il racconto, invece, è fatto per essere narrato. È nato intorno al fuoco, nelle caverne, millenni fa. È il modo ancestrale con cui gli esseri umani si trasmettono le esperienze.

Quando scrivo una storia, immagino sempre di avervi davanti. Immagino di raccontarvela a voce. Scrivo per “condividere esperienze”. Non voglio che la mia vita, o le vite che ho immaginato, restino chiuse in un cassetto. Voglio che diventino patrimonio comune. Un racconto di solidarietà, un racconto di memoria, un racconto di vita quotidiana: sono tutti mattoni che costruiscono la nostra identità collettiva. Se io racconto una storia di fallimento e rinascita, e tu ascoltandola pensi “È successo anche a me”, in quel momento abbiamo sconfitto la solitudine. Abbiamo creato una comunità.

Portiamo le storie fuori dal libro: un invito

Proprio per questa natura “sociale” e condivisa del racconto, il mio lavoro non finisce con la pubblicazione. Io amo portare le mie storie in giro. Amo guardare in faccia le persone mentre ascoltano. Vedere l’attenzione che cambia, vedere il sorriso che si accende, o il silenzio attento che cala nella sala quando la storia tocca un punto nevralgico.

Per questo, voglio concludere questo articolo con un invito molto pratico, rivolto a chi organizza cultura, a chi gestisce spazi, a chi ama i libri. Sono disponibile per presentazioni, conferenze, reading e incontri con l’autore. Non immaginateli come le classiche conferenze noiose dove l’autore parla di sé per due ore dietro un tavolo. Immaginateli come momenti di narrazione viva. Vengo a raccontarvi le storie. Vengo a leggere i brani più significativi. Vengo a dialogare con il pubblico sul “perché” scriviamo e viviamo.

Che sia una libreria, una biblioteca, un’associazione culturale, una scuola o un evento privato, se c’è voglia di “parole vere” e di storie autentiche, io ci sono. Il mio mondo interiore, come ho scritto in un altro articolo, è aperto. Ma diventa davvero bello solo quando ci entrate voi.

Andate alla pagina Contatti. Lì troverete come raggiungermi per proposte editoriali, interviste o, appunto, per invitarmi a parlare. Non siate timidi. Organizziamo qualcosa insieme. Portiamo la lentezza e la bellezza delle storie in mezzo alla gente, lì dove servono di più.

Perché, alla fine, che sia poesia o che sia racconto, lo scopo è sempre uno solo: sentirsi umani, insieme. Vi aspetto.

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