
C’è un pregiudizio antico, duro a morire, che aleggia intorno alla figura di chi scrive poesie. Spesso veniamo immaginati come esseri eterei, creature con la testa perennemente tra le nuvole, scollegati dalla realtà, persi in un mondo di sogni astratti e sospiri lontani. “Beato te che sei un poeta,” mi sono sentito dire qualche volta, con quel tono tra l’ammirato e il condiscendente, “così puoi scappare dalla bruttezza di questo mondo.”
Ecco, oggi vorrei smontare questo mito pezzo per pezzo. Vorrei dirvi, con tutta la forza e la sincerità di cui sono capace, che la poesia non è una via di fuga. Al contrario. Per me, Giorgio Cardellino, la poesia è un atto di presenza radicale. È il modo più concreto, più tangibile, più “terreno” che conosco per stare nel mondo.
Se cercate l’evasione, la distrazione facile che vi fa dimenticare i problemi per un’ora, accendete la televisione, scorrete il feed di un social network, guardate una serie TV. Quella è fuga. Quella è anestesia. Ma se prendete in mano una penna, o se aprite un libro di versi veri (spero come i miei), state facendo l’opposto. State scegliendo di smettere di scappare. State scegliendo di piantare i piedi nel fango della realtà e di guardarla dritta negli occhi.
Oltre la descrizione: la poesia come radiografia
Nel mio sito scrivo spesso: “Scrivo per capire il mondo”. Attenzione alla scelta del verbo. Non ho scritto “Scrivo per descrivere il mondo”. Descrivere è facile. Chiunque può dire: “Il cielo è grigio”, “Quell’uomo è triste”, “La guerra è brutta”. La descrizione si ferma alla pelle delle cose. È un atto superficiale, nel senso letterale del termine: sta sulla superficie.
Capire, invece, è un lavoro sporco. È un lavoro da meccanico che smonta il motore per vedere perché fa quel rumore strano. È un lavoro da chirurgo. È un lavoro da archeologo. Quando dico che la poesia è concreta, intendo dire che è uno strumento di indagine. Quando scrivo una poesia su un ricordo del 1985, inserita magari nella mia raccolta Canti di notte, non sto solo facendo un ritratto nostalgico di come ci vestivamo o di che musica ascoltavamo. Sto cercando di capire perché eravamo felici o disperati in quel modo. Sto cercando di individuare le correnti sotterranee che muovevano le nostre vite e che, magari senza che ce ne accorgessimo, hanno plasmato il presente.
La poesia è una radiografia. Vede lo scheletro sotto la carne. Vede la paura dietro l’arroganza. Vede la speranza dietro il cinismo. Vede la connessione dietro la solitudine. In un mondo, la nostra “società immediata”, che si accontenta sempre più spesso delle apparenze, delle sintesi veloci, dei titoli acchiappa-click, la poesia fa il lavoro opposto: rallenta, scava, analizza. Non c’è nulla di astratto in questo. Il dolore è concreto. La gioia che ti toglie il fiato è concreta. La sensazione del tempo che passa è concreta come una pietra nello stomaco. La poesia dà un nome a queste cose concrete, le rende maneggiabili, le rende visibili.
Il peso specifico del vissuto
La mia scrittura non nasce nel vuoto pneumatico di una torre d’avorio. Nasce dalla vita. Dalla mia vita e dalla vita che mi scorre intorno. “Ogni parola nasce da ciò che ho vissuto,” dichiaro nella mia biografia. E non è una frase fatta. Per scrivere versi che abbiano un peso, devi aver vissuto cose che pesano.
Io sono un “artista poliedrico”, sì, ma prima di tutto sono un uomo che ha attraversato decenni di cambiamenti, che ha lavorato, amato, perso, sbagliato, ricominciato. La concretezza della mia poesia deriva proprio da questo ancoraggio al vissuto. I miei libri non sono esercizi di stile letterario; sono mappe geografiche delle cicatrici e delle carezze che la vita mi ha dato.
In Non pettinarti prima di partire, invito il lettore a una maggiore consapevolezza. Ma quella consapevolezza non è una teoria filosofica imparata sui libri. È il frutto di mattine passate a guardare il sole sorgere mentre ero preoccupato per qualcosa. È il frutto di errori commessi per la fretta. È il frutto di momenti in cui mi sono fermato a osservare un dettaglio insignificante e ho capito che lì, in quel dettaglio, c’era tutto. La poesia trasforma il vissuto individuale in esperienza universale. Prende un fatto mio – specifico, datato, personale – e lo lavora finché non diventa uno specchio in cui anche tu, lettore, puoi rifletterti. Se scrivo della mia malinconia in una notte d’inverno, non lo faccio per lamentarmi. Lo faccio per dire: “Guarda, questa malinconia ha una forma, ha un colore, ha un suono. La riconosci? È anche la tua?”. In quel momento, il mio vissuto diventa cemento per costruire un ponte verso il tuo.
Immaginazione: l’altra faccia della realtà
Ma c’è un altro passaggio fondamentale. Scrivo anche “da ciò che immagino e sogno”. Qualcuno potrebbe obiettare: “Ecco, vedi? Allora fuggi nella fantasia!”. No. L’immaginazione, per come la intendo io, non è fuga dalla realtà, ma è espansione della realtà. La realtà nuda e cruda, spesso, è incompleta. I fatti da soli non spiegano tutto.
L’immaginazione è lo strumento che ci permette di riempire i buchi. È ciò che ci permette di ipotizzare scenari, di metterci nei panni degli altri (empatia), di vedere non solo ciò che è, ma ciò che potrebbe essere. Se vedo una persona seduta sola su una panchina, il “vissuto” (la vista) mi dice che è sola. L’immaginazione mi permette di entrare nella sua storia, di sentire il peso delle sue spalle, di indovinare chi sta aspettando o chi ha perso. Questa operazione è concreta? Assolutamente sì. Perché le emozioni che scaturiscono da quell’atto di immaginazione sono vere. Se mi commuovo immaginando la storia di quello sconosciuto, le mie lacrime sono vere.
Il sogno, nella mia poetica, è una forma di visione aumentata. Sognare un mondo diverso, o sognare una versione migliore di noi stessi, è il primo passo, concretissimo, per iniziare a costruirlo. La poesia che nasce dall’immaginazione e dal sogno è progettuale. È architettura dell’anima. Non costruisce castelli in aria, ma costruisce rifugi solidi dove la mente può riposare e trovare nuove energie per affrontare il quotidiano.
Connessioni: la poesia non è un monologo
Arriviamo al punto che mi sta forse più a cuore. Se la poesia fosse solo un modo per sfogarmi, per buttare fuori i miei demoni, sarebbe una terapia privata. Utile per me, inutile per voi. Ma la poesia, per essere tale, deve farsi dialogo. Deve uscire dalla stanza dello scrittore e andare a bussare alla porta del lettore.
La concretezza della poesia si misura nella sua capacità di creare connessioni. Viviamo in un mondo iper-connesso digitalmente, ma drammaticamente scollegato emotivamente. Ci scambiamo milioni di dati, ma pochissima umanità. Io cerco di usare le parole come cavi elettrici. Voglio che la corrente passi. Quando scrivo “per restituire bellezza e verità”, intendo dire che voglio offrivi qualcosa che possiate usare. Una poesia può essere usata come un balsamo per una ferita. Può essere usata come un martello per rompere un muro di indifferenza. Può essere usata come una lente d’ingrandimento per vedere meglio un sentimento confuso.
C’è un valore pratico nella bellezza. Quando leggi un verso che “suona giusto”, senti un allineamento interiore. Senti che il caos per un attimo si ordina. Questa sensazione di ordine e di armonia è una risorsa preziosa per affrontare le brutture della vita quotidiana. Non è fuga. È ricarica. È nutrimento. Chi legge i miei libri non sta scappando dal mondo; si sta equipaggiando per affrontarlo meglio. Sta mettendo nello zaino provviste di senso.
Il valore del dialogo diretto: usciamo dalla pagina
E proprio perché credo fermamente che la poesia sia connessione e concretezza, non mi basta che voi leggiate e basta. Il libro è un oggetto statico. La lettura è un atto dinamico. Ma il dialogo è un atto vivo.
Spesso gli autori si nascondono dietro le loro opere. Lasciano che siano i libri a parlare e si ritirano nell’ombra, irraggiungibili. Io no. Io voglio “stare nel mondo” anche attraverso il rapporto con voi. Per me, un lettore non è un numero in una classifica di vendita. È una persona con cui ho condiviso un pezzo di intimità. Se hai letto Canti di notte e ti sei ritrovato in una mia emozione, tra noi c’è un legame.
Per questo motivo, insisto tanto sul valore della pagina Contatti del mio sito. Non è un modulo burocratico. È una porta aperta. Vi invito a usarla. Scrivetemi non solo se volete comprare il libro (cosa che ovviamente mi fa piacere, perché permette a questo progetto di andare avanti), ma scrivetemi per dirmi: “Giorgio, qui avevi ragione”, oppure “Giorgio, qui non sono d’accordo”, oppure “Giorgio, questa poesia mi ha fatto venire in mente questo ricordo”.
Trasformiamo la lettura in un incontro reale. La poesia diventa ancora più concreta quando diventa argomento di discussione, quando le parole scritte generano parole parlate. Voglio sapere come la poesia vi aiuta a “stare nel mondo”. Voglio sapere se anche per voi è un’ancora, una bussola, o se è qualcos’altro.
La mia scrittura si nutre di questi scambi. Non sono un oracolo che dispensa verità dall’alto. Sono un ricercatore che condivide le sue scoperte e che è avido di conoscere le vostre. Ogni email che ricevo, ogni messaggio che mi mandate tramite il sito, è per me la conferma che la poesia non è fumo, ma è sostanza. È la conferma che non stiamo urlando nel vuoto, ma che ci stiamo parlando, da una sponda all’altra della vita.
Quindi, vi lascio con questo pensiero: non abbiate paura di “perdere tempo” con la poesia. Non state perdendo tempo, state guadagnando profondità. Non state fuggendo dalla realtà, la state abbracciando nella sua forma più vera. E dopo aver letto, se vi va, venite a bussare alla mia porta virtuale. Vi aspetto nella sezione Contatti. Parliamo di realtà. Parliamo di vita. Concretezza, non astrazione. Facciamo in modo che queste parole diventino, ancora una volta, un ponte.