
C’è una parola che ci accompagna fin dai primi passi che muoviamo nel mondo, una parola piccola, di due sillabe, apparentemente innocua. È la prima arma che impugniamo da bambini per scardinare la pazienza degli adulti, per cercare di dare un nome al caos che ci circonda. “Perché il cielo è blu?” “Perché non posso toccare il fuoco?” “Perché il nonno non c’è più?”
Poi, crescendo, succede qualcosa di strano. Smettiamo di usarla. O meglio, smettiamo di usarla per le cose che contano davvero. La releghiamo alle questioni pratiche, tecniche (“Perché la macchina non parte?”, “Perché la bolletta è così alta?”), ma smettiamo di rivolgerla alla vita. Smettiamo di guardare in faccia il “perché” esistenziale. Lo facciamo per difesa. Perché quella parola, se pronunciata con intenzione, è una vertigine. È un abisso che si apre sotto i piedi.
Io, Giorgio Cardellino, ho fatto una scelta diversa. Forse incosciente, forse inevitabile per chi sente l’urgenza di scrivere. Io ho scelto di non distogliere lo sguardo. Ho scelto di entrare in quel “perché” che nessuno vuole guardare, e di entrarci fino in fondo. Nei miei versi, nelle righe di Canti di Notte e tra le pagine di Non pettinarti prima di partire, questa domanda non è un semplice artificio retorico. È la chiave di volta del mio universo. È il motore immobile che muove ogni mia storia.
Oggi voglio portarvi con me in questo “viaggio complicato dentro al tutto”. Voglio spiegarvi cosa succede quando si smette di galleggiare sulla superficie delle cose e si decide di inabissarsi.
L’illusione della risposta pronta
Viviamo in un’epoca che è terrorizzata dalle domande aperte. Siamo ossessionati dalle risposte. Abbiamo Google in tasca che ci dice in 0,3 secondi qual è la capitale del Madagascar o come si cucina la carbonara. Siamo abituati ad avere soluzioni immediate a portata di click. Questa mentalità efficientista ci ha convinti che ogni domanda debba avere una risposta chiara, netta e rassicurante. E se la risposta non c’è, o è troppo complessa, preferiamo ignorare la domanda.
Il “perché” di cui parlo io, però, è immune a Google. Perché soffriamo? Perché l’amore finisce? Perché sentiamo nostalgia di luoghi in cui non siamo mai stati? Perché la bellezza ci commuove fino alle lacrime? Queste domande sono ferite aperte. Guardarle fa paura perché ci costringono ad ammettere che non abbiamo il controllo su tutto. Ci costringono a confrontarci con il mistero.
Per anni, prima che la scrittura diventasse la mia priorità assoluta, ho vissuto anch’io cercando di evitare queste voragini. Si cerca di riempire il silenzio con il rumore, con il lavoro, con le distrazioni. Ma la domanda resta lì, come un rumore di fondo, un ronzio che non ti lascia dormire la notte. Scrivere, per me, è stato smettere di tapparmi le orecchie. È stato sedermi al tavolo, prendere carta e penna, e dire a quel ronzio: “Va bene, ti ascolto. Cosa vuoi dirmi?”.
Ti inabisserai fino al cuore della domanda
C’è una frase che uso spesso per descrivere la mia poetica e che riassume perfettamente questo movimento interiore: “In questo viaggio complicato dentro il tutto, ti inabisserai fino al cuore della domanda: perché?”. Analizziamo questa frase, perché contiene l’essenza del mio metodo e della mia vita.
Prima di tutto, parlo di un viaggio complicato. Non vi mentirò dicendo che l’introspezione è una passeggiata di salute. Non è un percorso lineare, lastricato e ben illuminato. È un sentiero di montagna, a volte è una palude, a volte è un labirinto buio. È complicato perché noi siamo complicati. Siamo fatti di contraddizioni, di luci e ombre che convivono. Accettare questa complessità è il primo passo.
Poi parlo di un viaggio dentro il tutto. Non “dentro il bello” o “dentro il buono”. Dentro il tutto. Quando decidi di chiederti “perché”, devi essere pronto a ricevere risposte che non ti piacciono. Il “tutto” comprende la gioia estatica di un tramonto, ma comprende anche il dolore della perdita, l’ingiustizia sociale, la solitudine, la paura della morte. Molti aspiranti scrittori o poeti vorrebbero cantare solo la luce. Ma la luce non esiste senza il buio. Inabissarsi nel “tutto” significa abbracciare l’esperienza umana nella sua interezza, senza censure. Significa sporcarsi le mani con la materia viva dell’esistenza.
E infine, l’azione: inabissarsi. Non “scendere”, non “tuffarsi”. Inabissarsi richiama l’idea degli abissi marini, luoghi dove la pressione è fortissima, dove la luce del sole non arriva, dove vivono creature strane e meravigliose. Arrivare “fino al cuore della domanda” significa non accontentarsi della prima risposta superficiale. Esempio: “Perché sono triste oggi?” Risposta superficiale: “Perché piove”. Inabissamento: “Forse pioveva anche quel giorno di vent’anni fa in cui ho detto addio a qualcuno, e questa pioggia di oggi sta solo risvegliando quella memoria cellulare, e quindi non sono triste per il meteo, sono triste per il tempo che passa e non torna”. Vedete la differenza? La prima risposta chiude il discorso. La seconda apre un mondo. Apre una poesia.
La domanda come esperienza fisica
Nel mio modo di vivere e scrivere, il “perché” cessa di essere un concetto intellettuale e diventa un’esperienza fisica, sensoriale. Quando mi trovo di fronte a un evento che mi scuote, sento la domanda “perché?” vibrare nello stomaco, non nel cervello. È una sensazione di fame, o a volte di nausea. È un urgenza.
In Canti di Notte, il “perché” è rivolto al passato. Ripercorrendo i decenni, dal 1979 al 2022, mi chiedo: perché siamo diventati quello che siamo? Perché certi sogni collettivi si sono infranti? Perché quel ragazzo che ero, pieno di speranze, ha dovuto cedere il passo all’uomo disincantato (ma non arreso) che sono oggi? Rivivere quegli anni attraverso la scrittura non è stato un esercizio di storia, ma di anatomia emotiva. Ho dovuto riaprire vecchie cicatrici per vedere se sotto c’era ancora sangue vivo. E c’era. C’è sempre.
In Non pettinarti prima di partire, il “perché” si sposta sul presente e sul futuro. Perché corriamo? Perché abbiamo così paura di mostrarci imperfetti? Perché crediamo che la felicità sia sempre un passo più in là, nel prossimo acquisto o nel prossimo traguardo, e mai qui? Qui la domanda diventa un invito all’azione, o meglio, alla non-azione. Fermati. Chiediti perché stai facendo quello che stai facendo. È una tua scelta o è un automatismo?
Trasformare il “perché” in esperienza significa accettare di vivere nello squilibrio. Chi ha tutte le risposte è statico, fermo, immobile nelle sue certezze di granito. Chi vive nella domanda è in movimento. È un equilibrista sul filo. Cade, si rialza, oscilla. Ma è vivo. Le mie poesie e i miei racconti sono le istantanee di questo squilibrio. Non sono dogmi. Non sono lezioni ex cathedra. Sono tentativi di restare in equilibrio sopra l’abisso del senso.
Il coraggio di non trovare risposte
C’è un segreto che voglio svelarvi, una verità che ho imparato a caro prezzo: inabissarsi fino al cuore della domanda non garantisce che troverete la risposta. Anzi. Spesso, più scendi in profondità, più la risposta sfugge, si frammenta, diventa indicibile.
Ma allora, direte voi, a cosa serve? Perché farsi del male? Perché scavare se non c’è l’oro? Perché lo scavo è l’oro. Il valore non sta nella risposta che mette fine alla ricerca. Il valore sta nella ricerca stessa. Sta nella trasformazione che avviene in noi mentre cerchiamo.
Chiedersi il “perché” ci rende umani. Ci rende empatici. Se mi chiedo “perché quella persona si comporta con cattiveria?”, e mi inabisso nella domanda, smetto di giudicarla e inizio a cercare di capirla. Magari immagino il suo dolore, la sua solitudine. La domanda distrugge il muro dell’indifferenza. Se mi chiedo “perché questo dolore mi sta lacerando?”, smetto di subirlo passivamente e inizio a dialogarci. Il dolore, se interrogato, spesso rivela di essere una forma di amore che non sa dove andare.
Nei miei libri non troverete la soluzione all’enigma della vita. Se cercate quello, ci sono scaffali interi di guru pronti a vendervi illusioni. Nei miei libri troverete qualcuno che si è seduto accanto all’enigma e ha provato a descriverne il volto. Troverete la compagnia di chi ha accettato di non sapere, ma non ha rinunciato a sentire. La poesia non risolve il mistero. La poesia custodisce il mistero. Lo protegge dalla banalità. Lo rende cantabile.
Restituire dignità al dubbio
In una società che premia l’assertività, l’uomo sicuro di sé, quello che “non deve chiedere mai”, io rivendico la dignità del dubbio. Rivendico il diritto di sentirsi smarriti. Rivendico la bellezza di chi si ferma in mezzo alla strada, alza gli occhi al cielo e sussurra: “Perché?”.
Quel momento di smarrimento è sacro. È il momento in cui cade la maschera sociale e rimane l’anima nuda. È lì che nascono le parole vere. È lì che nasce la connessione autentica tra le persone. Quando leggete un mio verso e sentite un brivido, è perché quel verso ha toccato il vostro “perché” personale, quello che tenete nascosto sotto il tappeto delle incombenze quotidiane. Le nostre domande segrete risuonano alla stessa frequenza. Siamo tutti collegati da questa rete sotterranea di dubbi e speranze.
Il mio lavoro di autore è semplicemente quello di dare voce a questo coro silenzioso. Io dico ad alta voce quello che voi pensate nel buio delle vostre stanze. “Io ci sono entrato fino in fondo” non è un vanto eroico. È una testimonianza di sopravvivenza. Sono andato laggiù, nel buio della domanda, e ho scoperto che non si muore. Ho scoperto che, anzi, laggiù i colori sono più vivi, le emozioni più pure, e che tornando in superficie si porta con sé una ricchezza che nessun successo materiale può eguagliare.
Un invito a condividere il vostro abisso
So che quello che ho scritto può sembrare intenso, forse un po’ spaventoso. “Il perché che nessuno vuole guardare” non è un argomento da conversazione leggera al bar. Ma so anche che, se siete arrivati a leggere fin qui, è perché anche voi sentite quel richiamo. Anche voi, in qualche momento della vostra giornata, sentite che la superficie non vi basta più.
Non dovete fare questo viaggio da soli. La scrittura e la lettura sono atti di condivisione profonda. I miei libri sono mappe tracciate da chi ha camminato su quel territorio impervio prima di voi. Ma la mappa non è il territorio. Il territorio è la vostra vita, le vostre domande uniche e irripetibili.
Mi piacerebbe immensamente conoscere i vostri “perché”. Qual è la domanda che vi tormenta e che allo stesso tempo vi fa sentire vivi? Qual è l’abisso in cui avete paura di guardare, o in cui vi siete già tuffati scoprendo meraviglie inaspettate?
Vi invito a non lasciare che questa riflessione muoia qui, nello spazio bianco alla fine dell’articolo. Andate alla pagina Contatti. Lì c’è un filo diretto con me. Scrivetemi. Non per forza per comprare un libro (anche se, credetemi, Non pettinarti prima di partire potrebbe essere un ottimo compagno per queste esplorazioni), ma per dialogare. Raccontatemi la vostra esperienza con il “perché”. Chiedetemi come ho trasformato un momento di crisi in una poesia. Parliamo di come si fa a restare a galla quando la domanda è troppo pesante.
Io sono qui, con le mie domande e le mie parole, pronto ad ascoltare le vostre. Perché in fondo, l’unica risposta sensata al grande “perché” della vita è: affrontarlo insieme.
Vi aspetto.